I telamoni hanno una lunga storia che risale all’antica Grecia e Roma. Ecco alcuni punti chiave sulla loro storia:
Origini greche: I telamoni erano figure maschili impiegate come sostegno strutturale o decorativo in architettura, spesso in sostituzione di colonne o lesene.
Esempi antichi: I più antichi esempi conosciuti sono i telamoni del Tempio di Zeus Olimpio ad Akragas (nella Valle dei Templi presso l’odierna Agrigento), del 480 a.C.
Arte romana: I romani adottarono i telamoni e li utilizzarono per rappresentare le popolazioni sconfitte, spesso raffigurandoli inginocchiati.
Influenze successive: I telamoni sono stati utilizzati anche nell’arte decorativa romanica e gotica, e successivamente nel Rinascimento, Manierismo, Barocco e Eclettismo.
Utilizzo navale: Nel XVII secolo, i telamoni venivano utilizzati anche per decorare le navi.
In sintesi, i telamoni hanno avuto un ruolo significativo nell’architettura e nell’arte antica e hanno influenzato lo sviluppo artistico successivo .
I Telamoni della Gazzetta del Mezzogiorno sono quattro sculture che adornavano il Palazzo della Gazzetta del Mezzogiorno in piazza Moro a Bari. Questi telamoni, realizzati nel 1927 su progetto dell’architetto Saverio Dioguardi, sono stati salvati dalla demolizione del palazzo avvenuta nel 1982 e ora sono conservati presso il Palazzo di Città di Bari.
Storia dei Telamoni:
Origine: I telamoni furono progettati per sostenere il peso dell’edificio della Gazzetta del Mezzogiorno e furono realizzati in stile liberty.
Demolizione: Il palazzo fu demolito nel 1982 per far posto a un moderno edificio a vetri.
Ritrovamento e restauro: Le statue furono ritrovate nel 1988 presso le Officine Romanazzi e restaurate nel 2006.
Collocazione attuale: Dopo il restauro, le statue sono state collocate all’interno del Palazzo di Città di Bari, anche se attualmente sono divise tra l’androne e il cortile interno a causa dell’installazione di un’opera d’arte.
La Situazione Attuale:
Le statue sono state private dell’allestimento che le valorizzava e sono state separate, con due esposte nell’atrio di accesso al Palazzo di Città e due nel cortile interno.
Il sindaco di Bari, Vito Leccese, ha espresso l’intenzione di trovare una nuova sede definitiva per le statue, possibilmente in piazza Moro, dove originariamente si trovavano .
Le informazioni utilizzate provengono principalmente da un articolo di notizie pubblicato su Barinedita, un sito web di notizie locali di Bari. L’articolo, scritto da Giancarlo Liuzzi, parla della storia dei Telamoni del Palazzo della Gazzetta del Mezzogiorno e della loro attuale collocazione presso il Palazzo di Città di Bari .
I telamoni a Palazzo di Città, molto belli ma nascosti.
Facevano parte dello storico palazzo della “Gazzetta del Mezzogiorno”.
Ora sono nell’androne dell’edificio che ospita il Comune.
I telamoni della Gazzetta del Mezzogiornosono nascosti nel palazzo del Comune: perché non collocarli in qualche piazza della città di Bari in modo tale che tutti possano ammirarne la bellezza?
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QUINTO ENNIO poeta, drammaturgo e scrittore romano.
La cosiddetta testa di Ennio, proveniente dal Sepolcro degli Scipioni sulla Via Appia
Quinto Ennio (in latino Quintus Ennius; Rudiae, 239 a.C. – Roma, 169 a.C.) è stato un poeta, drammaturgo e scrittore romano. Viene considerato, fin dall’antichità, il padre della letteratura latina, poiché fu il primo poeta a usare il latino come lingua letteraria in competizione con il greco.
Biografia
Ennio intento ad ascoltare Omero. Dettaglio dal Parnaso, affresco di Raffaello nelle Stanze Vaticane
Quinto Ennio nacque nel 239 a.C. a Rudiae, nei pressi di Lecce, città dell’antica Calabria (l’attuale Salento) in cui allora convivevano tre culture: quella greca che aveva come centro maggiore Taranto, quella osca dei centri minori indigeni italici, e quella dell’occupante romano: Aulo Gellio testimonia infatti che Ennio, pur vantandosi di discendere da Messapo (eroe eponimo della Messapia e dei Messapi), era solito dire di possedere “tre cuori” (tria corda), poiché sapeva parlare in greco, in latino e in osco.
Durante la seconda guerra punica militò in Sardegna e nel 204 a.C. vi conobbe Catone il Censore, che lo portò con sé a Roma. Qui ottenne la protezione di illustri uomini politici quali Scipione l’Africano e, poco tempo dopo, entrò in contatto con altri aristocratici del circolo degli Scipioni, filoelleni, come Marco Fulvio Nobiliore. Queste amicizie lo posero in conflitto con Catone, diffidente nei confronti delle altre culture e di quella greca in particolare.
Nel 189 a.C. Marco Fulvio Nobiliore, nella guerra contro la Lega etolica, condusse con sé Ennio come poeta al seguito, con il compito cioè di celebrare le gesta del generale (come in effetti fece nella tragedia praetexta Ambracia). Questo scandalizzò Catone in quanto comportamento contrario al costume degli avi, al mos maiorum. Cinque anni dopo Quinto Fulvio Nobiliore, figlio di Marco, gli assegnò dei terreni presso la colonia da lui dedotta a Pesaro e gli fece conferire la cittadinanza romana. Riconoscente, Ennio espresse orgogliosamente questa concessione: (latino) «Nos sumus Romani qui fuimus ante Rudini» (italiano) «Sono cittadino di Roma, io che un tempo fui cittadino di Rudiae»
(Quinto Ennio, Annales)
Ennio, messo a capo del collegium scribarum histrionumque, trascorse gli anni della vecchiaia in relativa orgogliosa miseria, con una sola serva al suo servizio, attendendo alla composizione delle sue tragedie e del poema epico: (latino) «Annos septuaginta natus – tot enim vixit Ennius – ita ferebat duo quae maxima putantur onera, paupertatem et senectutem, ut eis paene delectari videretur» (italiano) «A settant’anni – tanti, infatti, ne visse – Ennio sopportava la povertà e la vecchiaia, che si suole considerare come le cose più moleste, quasi sembrando che ne godesse»
(Cicerone, Cato Maior de senectute, 14 – trad. A. D’Andria)
Tra i suoi discepoli ricordiamo il nipote (figlio di sua sorella), il tragediografo e pittore Marco Pacuvio, e il commediografo Cecilio Stazio (con cui condivise l’abitazione).
Pur sofferente di gotta, nell’anno stesso della morte fece rappresentare la sua ultima tragedia, il Tieste.
Ennio morì a Roma nel 169 a.C. Secondo la tradizione, in virtù dei suoi meriti poetici, oltre che per l’amicizia personale, fu sepolto nel sepolcro degli Scipioni, sull’antica Via Appia, dove fu raffigurato da un busto su cui era inciso un epitaffio in distici elegiaci che Cicerone credeva composto dallo stesso Ennio: (latino) «Aspicite, o cives, senis Enni imaginis formam:
hic vestrum panxit maxima facta patrum. Nemo me lacrumis decoret, nec funera fletu faxit. Cur? Volito vivus per ora virum» (italiano) «Ecco, o cittadini, i tratti dell’effigie del vecchio Ennio:
costui le massime gesta cantò dei vostri padri. Nessuno di lacrime mi onori, né la mia morte pianga. Perché? Volo vivo tra le bocche degli uomini»
(Quinto Ennio)
Ennio sperimentò numerosi generi letterari, molti dei quali a Roma erano poco conosciuti o del tutto sconosciuti, tanto che è stato definito il vero padre della letteratura latina.
Della maggior parte di queste sue opere rimangono solo pochi frammenti e titoli.
Ennio fu il primo poeta latino a scrivere un poema in esametri, il metro di Omero, che fu poi utilizzato da tutti i poeti epici successivi: il suo capolavoro, gli Annales, fu il primo poema epico a narrare la storia di Roma dalle origini facendo di Ennio il “vate” di Roma e tra i principali modelli stilistici del De rerum natura di Lucrezio e dell’Eneide di Virgilio. Scrisse numerose commedie e tragedie, di cui restano pochi frammenti, e da altri frammenti si ritiene che abbia scritto anche alcune satire, anticipando addirittura Lucilio, considerato il padre del genere.
La chiesa ortodossa di Bari dedicata a San Nicola.
La chiesa dello zar Nicola II. La posa della prima pietra avvenne in una giornata simbolica, il 22 maggio 1913. La data, nel calendario russo, corrispondeva al 9 maggio, anniversario della traslazione delle reliquie nicolaiane da Myra a Bari.
La chiesa di San Nicola, di culto ortodosso russo, è situata nel quartiere Carrassi, in corso Benedetto Croce.
Risale agli inizi del XX secolo. La costruzione della chiesa polarizzò immediatamente il quartiere, al tempo in caotica espansione. Nel 1911, la Società Imperiale Ortodossa di Palestina commissionò ad Aleksej Viktorovič Ščusev l’edificazione del tempio, la cui prima pietra venne posta il 22 maggio 1913. Le autorità baresi e russe portarono in dono una grande icona del Santo, dipinta secondo modelli antichi.
La cerimonia, durata circa un’ora, si concluse con un discorso di ringraziamento da parte del sindaco di Bari Sabino Fiorese e il principe russo Nikolai Davydovich Zhevakhov. La costruzione della chiesa fu completata solo dopo la fine della prima guerra mondiale. Da allora i pellegrinaggi continuano anno per anno.
Dopo la Rivoluzione russa, in seguito alla diaspora, i greci ortodossi furono più numerosi dei russi ortodossi.
Nel 1937 la chiesa divenne proprietà del Comune di Bari. Il Comune s’impegnava a rispettare la proprietà ecclesiastica della costruzione, a conservare il tempio nella sua funzione religiosa e a destinare alcuni locali dell’ospizio dell’Istituto per l’infanzia abbandonata “M. Diana”.
Nel 1969, in seguito alle politiche ecumeniche del Concilio Vaticano II, insieme a Lucio Demo si concesse la celebrazione della funzione ortodossa nella cripta della Basilica di San Nicola, proprio in segno di amicizia, di rispetto e di profonda unione con gli ortodossi.
Di recente ristrutturata, la chiesa russa continua ad essere un ponte con le civiltà dell’Est Europa e del bacino orientale del Mar Mediterraneo. Consegna della chiesa alle autorità della Russia modifica
Il 14 marzo 2007, in occasione della visita del presidente russo Vladimir Putin a Bari, furono avviate le trattative per la consegna della chiesa alla Russia.
La donazione formale sarebbe dovuta avvenire il 6 dicembre 2008, ma la morte del patriarca di Mosca Alessio II ne ritardò la cerimonia, che fu posticipata e che si tenne il 1º marzo 2009 alla presenza del Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano e del Presidente della Federazione Russa Dmitrij Medvedev.
Il 23 gennaio 2012 il Comune di Bari ha consegnato formalmente l’immobile della Chiesa a Mark Golovkov, direttore delle Istituzioni estere del Patriarcato di Mosca, presente Aleksej Meshkov, ambasciatore della Federazione Russa a Roma.
Il 2 dicembre 1943, durante il bombardamento del porto di Bari, esplosero alcune navi americane cariche di gas Iprite. Si tratta dell’unico caso di contaminazione da armi chimiche avvenuto durante il Secondo Conflitto Mondiale.
Il bombardamento di Bari fu un’azione d’attacco aereo effettuata dalla Luftwaffe nei confronti del naviglio alleato attraccato nel porto di Bari, città occupata dalle forze britanniche l’11 settembre 1943 in seguito alle operazioni di invasione dell’Italia continentale, durante la campagna d’Italia della seconda guerra mondiale.
La sera del 2 dicembre 1943, 105 bombardieri Junkers Ju 88 appartenenti alla Luftflotte 2 tedesca bombardarono le navi da trasporto ancorate alla fonda del porto; l’attacco causò grosse perdite per gli alleati, che non subivano un’incursione aerea a sorpresa di tale efficacia a un proprio porto dall’attacco giapponese di Pearl Harbor.
Lo scopo dell’attacco aereo era quello di rendere inagibile il porto, nel quale affluiva la maggior parte dei rifornimenti per le truppe dell’8ª Armata britannica e per le basi aeree alleate nell’area di Foggia. Otto navi cargo furono gravemente danneggiate mentre quelle affondate furono 17, i cui relitti bloccarono il porto per tre settimane. Gli anglo-americani, messi in difficoltà nell’approvvigionare le proprie truppe, dovettero quindi rallentare sia l’offensiva terrestre in Italia sia la costruzione degli impianti aeroportuali di Foggia. Durante l’attacco venne colpita la nave statunitense SS John Harvey, che trasportava un importante carico di bombe all’iprite, dalla quale fuoriuscirono per alcuni giorni una grande quantità di sostanze tossiche che contaminarono le acque del porto, i militari e i civili nella zona mentre le bombe inesplose finirono sul fondo delle acque del porto.
Il contesto
In vista dell’imminente invasione nel sud Italia, l’aviazione anglo-americana aveva risparmiato dai bombardamenti il porto di Bari, considerato strategico come futuro centro di approvvigionamento dei rifornimenti per l’8ª Armata britannica e per l’aviazione alleata, che stava costruendo una decina di aeroporti nella zona di Foggia e in altre parti della regione. Tale decisione venne presa in seno all’offensiva aerea che gli alleati intendevano intensificare contro i centri industriali della Germania meridionale e contro le linee di rifornimento tedesche in Italia, e in questo senso l’utilizzo immediato degli aeroporti e dei porti della zona di Foggia fu considerato dagli alti comandi alleati di primaria importanza. Fu addirittura deciso che le operazioni di rifornimento del fronte nella testa di ponte di Salerno, avrebbero dovuto cedere il passo alle esigenze poste dall’allestimento di un complesso di grandi basi aeree nell’area di Foggia. Il trasporto dei bombardieri pesanti richiedeva un naviglio pari a quello necessario per trasferire due divisioni, e per mantenerli operativi occorreva una quantità di rifornimenti che sarebbe bastata per tutta l’8ª Armata. Il 1º dicembre 1943 la 15ª Forza aerea (Fifteenth Air Force), appena creata, installò a Bari il suo quartier generale, al comando del maggior generale James H. Doolittle, che si trasferì in riva al mare in un elegante edificio precedentemente utilizzato dall’aviazione italiana. Doolittle aveva il compito di intensificare i bombardamenti contro gli obiettivi strategici, come gli impianti aeronautici e le raffinerie tedesche, che erano l’obiettivo dei bombardieri alleati che partivano dalle basi del sud della Gran Bretagna. Le basi in Italia avrebbero però agevolato tali operazioni, considerando sia la minor distanza da coprire per i bombardieri situati nella zona di Foggia, sia la maggior clemenza delle condizioni atmosferiche italiane rispetto a quelle britanniche.
Inoltre l’aviazione alleata aveva il controllo totale dei cieli italiani e i bombardieri tedeschi a lungo raggio avevano compiuto solo otto incursioni in Italia dalla metà di ottobre in poi, di cui quattro contro Napoli a novembre. Quasi tre quarti degli aerei della Luftwaffe erano stati trasferiti in Germania per la difesa del Reich mentre i bombardieri alleati avevano costantemente aumentato la pressione contro gli aeroporti nemici, tanto che quel periodo venne soprannominato dagli aviatori alleati come i «giorni della festa del Reich»[4]. Forte di questa situazione, nel pomeriggio del 2 dicembre 1943, il maresciallo dell’aria sir Arthur Coningham, comandante della Northwest African Tactical Air Force, tenne una conferenza stampa dove dichiarò che i tedeschi avevano perso la guerra aerea, e inoltre affermò: «Io lo considererei come un insulto personale se il nemico tentasse qualche azione significativa in quest’area».
La difesa aerea di Bari fu dunque trascurata; nessuna squadriglia di caccia della RAF aveva base lì, e i caccia che si trovavano nel raggio d’azione furono assegnati a scortare altri convogli o in missioni d’attacco, ma non per la difesa del porto, le cui difese a terra erano del tutto insufficienti. Il comando della Luftwaffe, intenzionato a intralciare e rallentare i rifornimenti alleati che giungevano al porto di Bari, aveva pianificato da tempo un attacco contro le navi che giornalmente attraccavano nel porto, attendendo il momento propizio per eseguire tale operazione: esso fu fissato per i primi giorni di dicembre, quando la luna crescente avrebbe consentito una sufficiente visibilità ai piloti, e reso meno individuabili gli aeroplani.
Il 2 dicembre diverse decine di navi alleate si trovavano presso il porto di Bari; a causa delle poche ore di luce disponibili a dicembre, per accelerare lo scarico delle forniture il porto dopo il tramonto venne illuminato a giorno e stava lavorando a piena capacità[8]. Fra le navi ancorate nel porto, al molo 29 era attraccata la nave di classe Liberty John Harvey comandata dal capitano Knowles, arrivata quattro giorni prima dopo un lungo viaggio che da Baltimora era proseguito con soste a Norfolk, Orano e Augusta. Il piroscafo attendeva al porto di scaricare il suo contenuto: 1350 tonnellate di bombe contenenti una sostanza tossica nota ai chimici come solfuro di dicloro-etile, o più comunemente iprite. Benché diversi funzionari fossero al corrente dell’insolito e pericoloso carico, fu data la precedenza ad altre navi che trasportavano forniture mediche e munizioni convenzionali, e la John Harvey rimase in attesa al molo a fianco ad altre quattordici imbarcazioni. U-Boote tedeschi erano presenti nell’Adriatico, e gli inquirenti conclusero in seguito che «la nave era nel posto più sicuro che si fosse riusciti a scovare in quel momento».
I dubbi sulle armi chimiche
Durante l’operazione Torch, gli alleati non avevano trovato nessun deposito di armi chimiche dell’Asse e lo stato maggiore alleato ne riteneva «improbabile» l’uso, «se non in un momento critico della guerra, in cui una tale misura potrebbe essere ritenuta decisiva». Il comandante supremo delle forze alleate in Europa, Dwight Eisenhower, si chiese però se quel momento non stesse arrivando, e in base alle informazioni ricevute dai servizi segreti italiani, alla fine di agosto aveva informato il generale George Marshall che Berlino aveva «minacciato di ricorrere ai gas e attuare una vendetta terribile, se l’Italia si fosse rivoltata contro la Germania», anche per dare una lezione agli alleati titubanti. Lo stesso Winston Churchill, in una nota al presidente Roosevelt, aveva ritenuto possibile tale opzione, dato che da alcuni prigionieri tedeschi catturati dalla 5ª Armata statunitense era emerso che la Germania si stava preparando ad una guerra chimica, e gli alleati avevano allo stesso tempo raccolto notizie su un gas nuovo in preparazione in diciannove impianti in Germania e in altri paesi sparsi nell’Europa occupata dal Reich.
Nessun comandante alleato poteva ignorare il rischio che i tedeschi utilizzassero le armi chimiche, delle quali furono i primi utilizzatori durante l’attacco a Ypres nel 1915, ma poiché gli allarmi e le relazioni a tal proposito si susseguivano, in agosto Roosevelt ammonì Berlino che «ci sarebbe stata una rappresaglia immediata della stessa natura», e in questo senso le autorità militari alleate avevano autorizzato la costruzione di depositi chimici in Nordafrica per permettere una rappresaglia immediata in caso di attacco tedesco. Il Dipartimento di guerra statunitense aveva quindi stabilito di trasportare in segreto nel Mediterraneo una ingente quantità di gas venefici, sufficiente per una rappresaglia di 45 giorni sulla Germania, incluse più di 200.000 bombe a gas, e un grande quantitativo di iprite sarebbe stato immagazzinato in depositi di Foggia, cominciando proprio dal carico della John Harvey,
L’attacco aereo tedesco
Uno Junkers Ju 88, il bombardiere impiegato dalla Luftwaffe durante il raid su Bari
Alle 17:30, mentre la maggior parte dei soldati alleati erano fuori servizio o si stavano svagando, un altro convoglio arrivò al porto di Bari, facendo salire il numero della navi ormeggiate a circa quaranta. Nel frattempo durante un volo di ricognizione fotografica sopra l’area di Bari, il pilota tedesco Werner Hahnd a bordo di un ricognitore Messerschmitt Me 210, volando ad alta quota, avvistò le oltre 40 navi ancorate. Il feldmaresciallo Albert Kesselring, comandante tedesco in Italia, con il suo stato maggiore aveva in precedenza considerato come possibili obiettivi i campi di aviazione alleati presso Foggia, ma alla Luftwaffe mancavano le risorse necessarie per attaccare con successo un così grande complesso. Il Generalfeldmarschall Wolfram von Richthofen, comandante della Luftflotte 2, aveva suggerito come alternativa Bari. Richthofen riteneva che paralizzando il porto si sarebbe potuto allentare la pressione dell’8ª Armata britannica contro le forze tedesche, e allo stesso tempo bloccare temporaneamente lo scarico dei rifornimenti nel porto. Egli comunicò a Kesselring che gli unici aerei disponibili erano i suoi bombardieri Junkers Ju 88, ed era in grado di radunarne 150 per il raid. Ma giunta la segnalazione da parte del ricognitore tedesco solamente 105 Ju 88 erano disponibili per l’azione, che venne immediatamente avviata.
Alle 19:30 dal suo ufficio sul mare, Doolittle sentì il rombo degli aerei, ma non erano dei C-47 come lui pensava, bensì i primi due incursori della Luftwaffe che sganciarono scatole piene di striscioline di stagnola, che gli alleati chiamavano Window (finestra) i tedeschi Düppel (imbroglio), che servivano a deflettere e a disperdere i segnali radar. La maggior parte degli aerei tedeschi decollò da cinque aeroporti nel nord Italia (tra cui Orio al Serio e Ronchi dei Legionari), mentre alcuni erano provenienti da due aeroporti nei pressi di Atene. Ai piloti dei bombardieri fu ordinato di volare verso est fino a circa 30 miglia a nord-est di Bari, dove alle 19.25 avvenne il concentramento dello stormo, da dove gli aerei virarono verso sud-ovest e raggiunsero la città volando a bassissima quota per sfuggire ai radar nemici. Per motivi tecnici 17 apparecchi dovettero abbandonare la rotta sull’Adriatico per cui gli aerei effettivamente partecipanti alla fase finale dell’attacco furono 88.
Navi alleate in fiamme nel porto
Lo stormo compatto giunse in prossimità del molo foraneo del porto di Bari; lo stratagemma di occultamento radar funzionò in pieno, anche grazie al fatto che il radar principale inglese, quello che per primo avrebbe dovuto lanciare l’allarme ed era situato sul tetto del teatro Margherita al termine di corso Vittorio Emanuele, in riva al mare, non funzionava da giorni. I caccia britannici, che come ogni giorno venivano mandati a pattugliare il cielo fino al crepuscolo, erano già rientrati, mentre i comandi alleati avevano imposto all’artiglieria navale di sparare solo in caso di attacco in corso, per scongiurare il pericolo di fuoco amico. Questa concomitanza di fattori favorevoli consentì ai primi venti bombardieri Ju 88, guidati dalle luci portuali e dai propri razzi, di giungere sugli obiettivi ad appena cinquanta metri d’altezza. Dal porto si alzarono le scie di alcuni traccianti, ma i cannonieri, accecati dal chiarore, spararono a casaccio contro gli incursori. Le prime bombe caddero nel centro della città e uccisero soldati e civili vicino all’Hotel Corona. Altre bombe squarciarono le condutture di carburante nel porto, e il petrolio si sparse ovunque; la fiancata della Joseph Wheeler venne squarciata da una bomba, mentre un’esplosione distrusse il ponte della John Bascom. Il carico sanitario di questa nave prese rapidamente fuoco e gli ormeggi di poppa bruciarono, e la nave finì contro la John L. Motley, carica di 5000 tonnellate di munizioni, che era peraltro già stata colpita da una bomba al portello numero 5. La Motley in fiamme andò a cozzare contro la diga marittima ed esplose, uccidendo 64 uomini dell’equipaggio. Lo scoppio demolì la fiancata sinistra della Bascom, mentre un ordigno esplose nella sottocoperta del mercantile britannico Fort Athabaska, uccidendo 45 dei suoi 55 uomini dell’equipaggio. Inizialmente il vento soffiava in direzione opposta alla città, in modo tale da agevolare la popolazione, ma in poco tempo cambiò direzione; la zona attorno al porto venne invasa dal fumo. In aggiunta, le acque del mare vennero invase dalle fiamme dato che nafta e altri combustibili bruciavano sulla sua superficie; molti marinai perirono nel tentativo di tornare sulla terra ferma
Le conseguenze
Macerie del porto nei primi giorni successivi all’attacco
I danni alle infrastrutture e i casi clinici
Il porto rimase inoperativo per tre settimane e tornò in piena efficienza solo a febbraio 1944; in quella mezz’ora di bombardamento erano state distrutte circa 38.000 tonnellate di materiale, inclusa una grande quantità di attrezzature mediche, e oltre 10.000 tonnellate di lastre d’acciaio destinate alla costruzione degli aeroporti. Il cacciatorpediniere di scorta HMS Bicester danneggiato dal bombardamento fu rimorchiato in direzione del porto di Taranto il giorno dopo, ma durante il tragitto parte del personale accusò disturbi agli occhi, come ad esempio dolori e bruciori; nonostante tutto ciò la nave riuscì faticosamente ad arrivare alla sua destinazione
Fin dalle primissime ore seguenti all’attacco gli ospedali militari si riempirono di uomini, tra cui molti marinai con gravi irritazioni agli occhi, polso debole e pressione bassa, in uno stato quasi letargico. Le prime vescicole piene di liquido apparvero sui pazienti il venerdì mattina, che furono diagnosticate come «dermatite non ancora identificata». Le autorità ospedaliere non furono avvertite della presenza di iprite in una delle navi colpite, per cui centinaia di persone non vennero trattate con le semplici precauzioni che potevano salvargli la vita, ad esempio togliendosi i vestiti che erano stati esposti al gas e lavarsi, cosicché moltissimi continuarono a respirare le esalazioni inodori emanate dai loro vestiti. Le notizie del bombardamento furono immediatamente sottoposte alla massima censura, soprattutto per cercare di non far trapelare la notizia del carico di iprite a bordo della Harvey. Coloro che erano a conoscenza del carico si riunirono a Bari alle 14:15 di venerdì: sei ufficiali britannici e americani decisero che per questioni di sicurezza «non bisognava dare l’allarme generale», e le uniche misure adottate furono quelle di disinfettare i frangiflutti del molo 29 con una tonnellata di candeggina e affiggere cartelli con scritto “Pericolo – Esalazioni”. La prima morte a causa dell’iprite avvenne circa 18 ore dopo l’attacco, e ne seguirono subito altre, ma se la segretezza alleata riuscì ad ingannare inizialmente la gente comune, non fece altrettanto con il nemico. La famosa annunciatrice radio tedesca Axis Sally disse ironicamente, durante una trasmissione di propaganda: «Vedo che voi ragazzi vi avvelenate con i vostri stessi gas», e nei giorni subito dopo la divisione Hermann Göring e altre unità presenti in Italia intensificarono l’addestramento alla guerra chimica, mentre un memorandum dell’alto comando tedesco ammoniva: «Gli alleati potrebbero cominciare a lanciare i gas»
Militari britannici osservano le navi ancora in fiamme durante i giorni successivi
I medici non ci misero molto tempo a rendersi conto che la “dermatite”, i cui sintomi andavano dalla pelle bronzea alle pustole enormi, fosse dovuta all’esposizione all’iprite. Più di mille soldati alleati morirono o risultarono dispersi, mentre gli ospedali militari confermarono 617 casi di contaminazione, 83 dei quali mortali, anche se l’inchiesta successiva parlò di «molti altri per i quali non esistono testimonianze». Anche tra i civili ci furono all’incirca un migliaio di vittime, ma nessun resoconto ha mai chiarito il numero delle persone tra la popolazione che perirono a causa della contaminazione chimica. Per motivi di sicurezza in un memorandum del quartier generale alleato dell’8 dicembre, tutti questi casi vennero diagnosticati come «dermatite non identificata», e i generali alleati tennero la massima riservatezza sia con la stampa sia con i sottoposti. Successivamente Eisenhower ordinò la creazione di una commissione segreta d’inchiesta, che nel marzo 1944 concluse che i casi di “dermatite” furono causati dalla fuoriuscita di iprite dalla stiva della John Harvey. Winston Churchill, tuttavia, ordinò che tutti i documenti britannici venissero classificati e segretati, elencando le morti per iprite come “ustioni a causa di un’azione nemica”, mentre lo stesso Eisenhower, seppur confermando nel suo libro di memorie la presenza di iprite, si mantenne vago, sostenendo che il vento che spirava verso il largo spinse il gas lontano dal porto, senza causare vittime.
Le ripercussioni nel secondo dopoguerra
I documenti al riguardo dell’attacco furono declassificati dal governo statunitense solamente nel 1959, ma l’episodio rimase all’oscuro fino al 1967, anno in cui l’Istituto navale statunitense pubblicò sulla rivista «Proceedings» un saggio sull’argomento, cui seguì nel 1971 un libro di Glenn Infield, Disaster at Bari. Nel 1986 il governo britannico finalmente ammise che i sopravvissuti del bombardamento di Bari erano stati esposti a gas tossici e modificarono di conseguenza i pagamenti delle loro pensioni.
Nel suo lavoro autobiografico Destroyer Captain pubblicato nel 1975 da William Kimber & Co, il Lieutenant Commander (equivalente a capitano di corvetta) Roger Hill descrive il rifornimento della HMS Grenville a Bari poco dopo l’attacco. Egli descrive il danno subito e dettagli di come un carico di iprite sia stato portato in porto a causa di rapporti di intelligence che ha descritto, a posteriori, come “incredibili”.
Il dott. Stewart F. Alexander, uno dei medici che a metà dicembre furono inviati a Bari nel contesto dell’inchiesta segreta voluta da Eisenhower, conservò molti campioni di tessuto dalle vittime sottoposte ad autopsia e dopo la seconda guerra mondiale questi campioni divennero molto utili nello sviluppo di una prima forma di chemioterapia a base di iprite, la mecloretamina. A conseguenza di questo incidente, fu creato dagli alleati un programma di ricerca segreto sugli effetti dei gas sull’uomo. A studiare l’effetto dell’azotiprite furono chiamati due scienziati dell’università di Yale, Louis Goodman e Alfred Gilman. Studiando gli effetti mielotossici selettivi che si erano riscontrati su sopravvissuti agli effetti vescicanti dell’iprite a Bari, (effetti per altro già individuati nel 1919 da Edward ed Helen Krumbhaar, una coppia di patologi americani, su pochi reduci intossicati dal gas dopo il suo massiccio impiego bellico nella prima guerra mondiale e che, pubblicati su una rivista medica secondaria, passarono inosservati agli oncologi del tempo), diedero il via ad una sperimentazione controllata dapprima su modelli animali e poi su alcuni malati di neoplasie di origine linfatica. Riscontrarono remissioni significative, anche se di breve durata, ma i risultati non poterono essere pubblicati se non dopo la fine della guerra, per il vincolo di segretezza che copriva il programma militare. Fu comunque il primo tentativo di terapia antitumorale attraverso un approccio farmacologico a poter vantare un certo grado di successo, e viene per questo considerato l’atto di nascita della moderna chemioterapia.
Nel 1988, grazie agli sforzi di Nick T. Spark e dei senatori Dennis DeConcini e Bill Bradley, Alexander ha ricevuto la nomina ad honorem di Surgeon General of the United States Army per le sue azioni all’indomani del disastro barese.
Da uno studio del 2001 dell’Istituto di medicina del lavoro dell’Università di Bari risulta che per anni i pescatori locali siano incappati con le reti negli ordigni inesplosi ma corrosi dall’acqua marina, che in diverse occasioni avrebbero disperso il loro contenuto tossico nell’acqua del porto, creando ripetuti incidenti e 236 ospedalizzazioni, delle quali cinque con esito mortale.
I danni e le perdite
Immagine del molo devastato
La Liberty Samuel J. Tilden, colpita da una bomba in sala macchine e poi mitragliata da un aereo tedesco, fu affondata da un siluro lanciato da una nave britannica perché non appiccasse il fuoco ad altri vascelli, mentre il cargo polacco Lwów fu colpito da due bombe e prese rapidamente fuoco. Circa mezz’ora dopo, l’ultimo aereo tedesco sganciò il suo carico di bombe e virò verso nord, mettendo termine al raid: il marinaio Warren Brandenstein riferì che: «Tutto il porto era in fiamme, la superficie dell’acqua bruciava e le navi divorate dal fuoco esplodevano».
Tra le numerose navi colpite ci fu anche la Liberty John Harvey, insieme al suo carico di iprite, che esplose pochi istanti dopo l’esplosione della Motley, uccidendo il comandante e 77 uomini. La violenza dell’esplosione della Harvey squarciò la nave da trasporto Testbank, provocando la morte di altri 70 marinai, e strappò via le porte del piroscafo statunitense Aroostook, carico di 19.000 barili di carburante a cento ottani per aviazione. Le esplosioni squarciavano il cielo notturno, e dalle navi in fiamme si innalzavano roghi, mentre detriti infuocati erano sparsi ovunque nel porto. Andarono in frantumi persino i vetri delle finestre del quartier generale di Harold Alexander, a dodici chilometri di distanza, e le tegole volarono dai tetti, spinte dal vento rovente che in poco tempo aveva riempito l’aria. Il giovane ufficiale George Southern imbarcato sull’HMS Zetland, nel dopoguerra ricordò nel suo libro Poisonous Inferno: «Mi pareva di scoppiare, di bruciare dentro», mentre un marinaio britannico sulla Vulcan vide: «centinaia di ragazzi che nuotavano disperatamente e affondavano urlando e invocando aiuto».
Centinaia di civili morirono a causa dei crolli o calpestati mentre correvano a ripararsi, mentre i marinai dei mercantili e i portuali italiani giacevano morti lungo i frangiflutti o galleggiavano a faccia in giù nell’acqua satura di petrolio e agenti tossici del porto. Sul molo orientale una lancia norvegese trasse coraggiosamente in salvo sessanta uomini intrappolati dal fuoco, nel porto avvolto dal fumo, moltissimi scafi continuavano a bruciare e le esplosioni si susseguirono per tutta la notte, mentre decine di medici e infermieri accorrevano ai moli. L’inviato di Life Will Lang, annotò così sul suo diario: «Tante lingue di fuoco come in una foresta… Così se ne vanno le munizioni di Monty». In totale affondarono 17 navi e otto subirono gravissimi danni, quel giorno gli alleati subirono «l’attacco a sorpresa più devastante dopo Pearl Harbor» come scrisse a metà dicembre il The Washington Post.
Presumibilmente solo 2 furono gli aerei persi dai tedeschi; uno fu visto cadere nelle acque del porto vecchio. Il cessato allarme fu invece dato alle 23, quando le sirene suonarono.
Le navi affondate e danneggiate complessivamente furono:
Ardito Italia Dragamine 32 GRT Barletta Italia Nave cargo 1.975 GRT – 44 marinai morirono, recuperata e rientrata in servizio nel dopoguerra Bollsta Norvegia Nave cargo 1.832 GRT – recuperata e rinominata come Stefano M. Devon Coast Regno Unito Nave costiera 646 GRT Fort Athabaska Canada Classe Liberty 7.132 GRT Frosinone Italia Nave cargo 5.202 GRT – già danneggiato il 9 settembre 1943 e impossibilitato a muovere John Bascom Stati Uniti Classe Liberty 7.172 GRT – 10 marinai morirono John Harvey Stati Uniti Classe Liberty 7.177 GRT John L. Motley Stati Uniti Classe Liberty 7.176 GRT – 30 marinai morirono (nave trasporto munizioni) Joseph Wheeler Stati Uniti Classe Liberty 7.176 GRT – 41 marinai morirono Lars Kruse Regno Unito Nave cargo 1.807 GRT – 19 marinai morirono Lom Norvegia (bandiera) Norvegia Nave cargo 1.268 GRT – 4 marinai morirono Lwów Polonia Nave cargo 1.409 GRT MB 10 Italia Motosilurante 13 t dislocamento Norlom Norvegia Nave cargo 6.412 GRT – 6 marinai morirono Porto Pisano Italia Nave costiera 226 GRT Puck Polonia Nave cargo[47] 1.065 GRT Samuel J. Tilden Stati Uniti Classe Liberty 7.176 GRT Testbank Regno Unito Nave cargo 5.083 GRT – 70 marinai morirono
Alcune fonti indicano tra le navi affondate anche il piroscafo italiano Volodda da 4.673 GRT; tuttavia la nave, già danneggiata da cariche collocate dai tedeschi il 9 settembre 1943 e immobilizzata nel porto di Bari in condizioni di quasi affondamento, non è conteggiata da diverse altre fonti tra le navi affondate nell’incursione del 2 dicembre.
Navi danneggiate
Aroostook Stati Uniti Cisterna militare 1.840 GRT Bicester Regno Unito Nave cargo 1.050 GRT Brittany Coast Regno Unito Nave cargo 1.389 GRT Cassala Italia Petroliera 1.797 t dislocamento – già danneggiata e semiaffondata nel porto,considerata come non riparabile Crista Regno Unito Nave cargo 1.389 GRT Dagö Lettonia Nave cargo 1.996 GRT[36] – danni leggeri La Drôme Francia Nave cargo 1.055 GRT – danni leggeri Fort Lajoie Canada Classe Liberty 7.134 GRT Grace Abbott Stati Uniti Classe Liberty 7.191 GRT John M. Schofield Stati Uniti Classe Liberty 7.181 GRT Lyman Abbott Stati Uniti Classe Liberty 7.176 GRT Odysseus Paesi Bassi Nave cargo 1.057 GRT Vest Norvegia Nave cargo 5.074 GRT Vienna Regno Unito Nave appoggio 4.227 GRT HMS Zetland Regno Unito Cacciatorpediniere classe Hunt 1.050 t dislocamento
Via Venezia, la cosiddetta “Muraglia” barese, è una tappa obbligata per cittadini, visitatori, turisti che vogliano passeggiare piacevolmente e abbracciare con lo sguardo quasi tutto il lungomare di Bari. Da questo punto di contatto tra mare e terra i Baresi hanno vissuto momenti storici carichi di gioia e apprensione: hanno subito assedi, hanno assistito all’avvicinarsi di navi turche e corsare, hanno salutato amici e deriso i nemici. Entrando in piazza Ferrarese e superando sulla propria destra il palazzo del Mercato del Pesce, si imbocca via Venezia (lato sud) che, attraverso una rampa, ottenuta diroccando le vecchie mura, risale gradualmente verso il Fortino di Sant’Antonio Abate . Questo baluardo è l’unico, insieme al Fortino di Santa Scolastica (lato nord), a essere sopravvissuto alla campagna di demolizioni del 1800, che hanno portato invece alla distruzione degli altri due torrioni originari di San Domenico e del Vento. Il lato sud della Muraglia è abbellito, ai suoi piedi, da una serie allineata di colonne recuperate da templi e costruzioni romane, tra cui una acquistata da Isabella Sforza, proveniente dalla chiesa di San Gregorio de Falconibus, e il cippo n. 128 della via Traiana che, collegando Benevento a Brindisi, passava per Bari. Lungo la via si affacciano palazzi nobiliari (es. palazzo Tanzi) e case popolari che con corti, vicoli e scale intervallano di tanto in tanto la staticità delle mura. Procedendo verso nord si può osservare sulla sinistra il chiaro profilo della basilica di San Nicola (sulla sinistra una scalinata permette di accedere alla Strada Palazzo di Città, la cui parte iniziale costeggia il versante orientale della Basilica stessa – palina informativa ) e sulla destra il moderno lungomare, realizzato nel 1931, fino ad arrivare al baluardo di Santa Scolastica (sulla destra, al termine della passeggiata, una scala – palina informativa -porta verso il Lungomare Imperatore Augusto; una volta scesi procedendo verso sinistra si raggiunge l’ingresso del Museo Archeologico di Santa Scolastica – palina informativa), il più imponente della Muraglia, costruito al tempo di Bona Sforza. Dal Fortino di Santa Scolastica fino al castello il tracciato delle mura, bruscamente distrutte negli anni Trenta insieme alla “Porta di mare” del XIII secolo, è ricostruibile solo in via ipotetica. Della più antica cinta muraria di cui abbiamo testimonianze del IV secolo a.C. non restano che labili tracce ma l’imponente impostazione medievale, che ha mantenuto la sua integrità fino agli inizi dell’Ottocento, oggi sopravvive nei quattrocento metri superstiti che separano la città vecchia dal lungomare e che continuano a rappresentare un severo monito per chi visita Bari, antica regina dell’Adriatico.
“Ti mangio il cuore“film del 2022 diretto da Pippo Mezzapesa Ti mangio il cuore è un film del 2022 diretto da Pippo Mezzapesa, tratto dall’omonimo romanzo d’inchiesta di Carlo Bonini e Giuliano Foschini ed ispirato alla vera storia di Rosa Di Fiore prima pentita della mafia garganica. Presentato nella sezione Orizzonti della 79ª Mostra internazionale … Continua a leggere TI MANGIO IL CUORE: IL FILM→
In più occasioni su questa pagina A.N.F.C.M.A. sono stati ricordati i nostri gloriosi Aviatori che in Guerra o in Pace hanno saputo sacrificare la propria vita o l’integrità fisica per la Patria. Racconti semplici, senza enfasi o pretese, dove vengono ricordati i loro sacrifici fatti consapevolmente con ardimento e con altissimo senso del dovere ricordando sempre l’antico Motto: La guerra è dolce per chi non ne ha esperienza, l’esperto la teme. Raccontiamo ora, brevemente, la Storia di Antonio Caravaggio, giovane Ufficiale Pilota della Regia Aeronautica, pluridecorato, caduto in combattimento nel 1942, a 24 anni, sul Fronte Libico Egiziano.
Antonio nasce a Brindisi il 24 Aprile 1918 dove cresce e si diploma presso l’Istituto Tecnico Commerciale. Come moltissimi giovani – e non – è affascinato dalle grandi imprese aviatorie che vedono l’Italia primeggiare nel mondo. Così, il 12 febbraio 1937, si arruola nella Regia Aeronautica quale Allievo Ufficiale Pilota – Matr. Mil. 3043. Trasferito al Regio Aeroporto Puntisella di Pola,in Istria, presta giuramento al Re e ai suoi Reali successori frequenta le Scuole di Pilotaggio di Pescara e Malpensa per conseguire,nel 1938, il tanto sospirato Brevetto di Pilota Militare sul CR 20 e la nomina a Sottotenente di Complemento con destinazione 5° Stormo Assalto di Ciampino Sud.
E’ il 1939, la Spagna continua a bruciare a causa della guerra civile che vede impegnata anche l’Italia e, in tale teatro, Antonio combatte come pilota dell’Aviazione Legionaria con la 65^ Squadriglia d’Assalto (MI FANNO UN BAFFO). E’ un Pilota abile e lo dimostra in ogni azione tanto da essere trattenuto in servizio d’autorità a tempo indeterminato per esigenze militari di carattere eccezionale. Concessogli un Encomio Solenne per le grandi manovre dell’anno XVII (E.F.) per la brillante attività sui nuovi velivoli Ba 88. Inoltre riceve, ed è autorizzato ad indossarla sull’Uniforme una spilla a forma di paracadutino in oro a seguito di un incivolo accorsogli in qualità di Pilota collaudatore cadendo nel Po a Torino.
Il 10 giugno 1940 l’Italia, alleatasi alla Germania, dichiara guerra alla Francia e alla Gran Bretagna. Dopo un periodo di addestramento al tiro in picchiata Caravaggio viene assegnato al 101° Gruppo Autonomo Bombardamento (ove svolge l’incarico di Aiutante di Volo del Comandante e Capo Squadriglia), con il quale partecipa alle operazioni di guerra contro la Francia, la Grecia, la Jugoslavia, nel Mediterraneo e in Africa Settentrionale. Come detto, Antonio è in gamba e come sempre si distingue per le sue elevate qualità di Aviatore attento e coraggioso tanto che, a conferma del lusinghiero giudizio espresso ancor prima dell’entrata in guerra, con decretazione del 14 novembre 1941, transita “per merito straordinario” nel Servizio Permanente Effettivo. In tale contesto sul suo libretto caratteristico si legge: “le (sue) doti di equilibrio e calma in occasione di un incidente di volo (collisione con altro aereo pilotato da pilota con scarsa esperienza) costretto al lancio con paracadute e in altro evento in cui atterrava su di un solo carrello. Pilota abile e gregario preciso e sicuro”. Parere favorevole al passaggio in S.P.E. del Capo 100^ Squadriglia Combattimento Cap. Raffaele Marchetti, favorevole anche il Comandante XIX Gruppo Combattimento Magg. Pil. Biagio Maglienti.
Dopo un breve “soggiorno” presso il Regio Aeroporto di Gerbini (Sicilia) nel 1942 viene trasferito, a domanda, in Libia per operare con la 208^ Squadriglia presso il Regio Aeroporto di Abar Nimeir in Egitto. Nel corso del 1942 sul fronte libico-egiziano le azioni di guerra sono sempre più pressanti con un nemico continuamente ben rifornito e modernamente equipaggiato che attacca in maniera decisa con tutta la sua potenza tanto che, per le Forze dell’Asse, col passare dei mesi la situazione diventa drammatica. E, così si arriva al tragico novembre del 42: Il 4 le forze dell’8^ Armata britannica, comandata dal Generale Bernard Montgomery sconfiggono ad El Alamein il Feldmaresciallo Erwin Rommel mentre l’8 gli Alleati sbarcano in Algeria ed in Marocco. In questo mese i combattimenti sia aerei che terrestri sono serrati e violenti. E mentre i tedeschi si ritirano velocemente con ogni mezzo gli italiani, malgrado la povertà degli armamenti ed equipaggiamenti, come sempre sono i più coriacei a cedere il terreno. Anche per la Regia Aeronautica la situazione si fa drammatica e per il nostro giovane Eroe Novembre è decisivo per la sua giovane vita giacché il Fato, irrevocabile, ha deciso: il giorno 7, infatti, in concomitanza col ripiegamento delle Forze dell’Asse sul Fronte egiziano, il S.Ten. Pil. Caravaggio e l’Aviere Scelto Autom. Benicchio Battista, vengono dichiarati dispersi.
Quel fatidico giorno Antonio, terminate altre missioni aeree contro basi nemiche, in ottemperanza ad ordini del Comandante del 101° Gruppo parte con un automezzo Spa 33, guidato dal Benicchio, in missione speciale per recuperare materiale aeronautico nei pressi di Sollum. Durante il viaggio l’automezzo, è intercettato da aeroplani britannici e ripetutamente colpito da mitragliamenti si incendia. Dei due militari non si hanno più notizie certe: dispersi? prigionieri? Feriti?. Purtroppo, le speranze svaniscono come nebbia al sole. Ulteriori accertamenti svelano che per i due non c’è più speranza. Il Caravaggio viene trasportato all’Ospedale da Campo 469 P.M. 220, dislocato vicino a Sollum, dove l’8 novembre 1942 la salma viene tumulata nel Cimitero di Guerra di Bardia Alta. Antonio lascia la giovane moglie Palmina Meo in attesa di un figlio: Piero Caravaggio, a cui dedico questa pagina.
(Nota: La salma del Tenente Antonio Caravaggio oggi riposa in Bari presso il Sacrario Militare dei Caduti d’Oltremare. La Sign. Palmina ved. Caravaggio è stata Socia dell’A.N.F.C.M.A. – Sezione Provinciale di Brindisi). DECORAZIONI · Medaglia Commemorativa Campagna di Spagna D.M. 04.03.1938; · Medaglia Benemerenza per i Volontari di Guerra D.M. 04.03.1939; · Croce al Merito di Guerra (D.M. 04.05.1939 XVI)I; · Medaglia Militar Collettiva Spanola (brevetto concesso da S.E. il Generalissimo Franco) 12.05.1939; · Cruz Roja Spanola per le operazioni in O.M.S. (brevetto concesso da S.E. il Generalissimo Franco) 20.05.1939; · Medaglia di Bronzo al V.M. (Cielo del Mediterraneo luglio-novembre 1941; · Medaglia di Bronzo al V.M. (Cielo di Francia, della Grecia e della Jugoslavia giugno 1940); · Medaglia d’Argento al V.M. alla memoria (Cielo dell’Egitto 1° Luglio – 8 Novembre 1942) Si ringrazia l’Archivio Storico di S.M.A. e l’Archivio di Stato in Roma nonché il paziente e fondamentale aiuto del fraterno amico Col.(r.) Roberto Maggi. Col. A.A.r.a.s (ris) Fernando Anaclerio
OGGI SI FESTEGGIANO I : Santi Cosma e Damiano
26 settembre
Protettori di: chirurghi, dentisti, farmacisti, medici, parrucchieri
AUGURI A TUTTI! #pugliadaamareonline#santi
I santi martiri Cosma e Damiano furono fratelli gemelli, secondo il Martirologio Romano, e compagni non solo di sangue, ma anche di fede e di martirio. Studiarono assieme medicina in Siria e salirono ben presto a grande fama per la loro valentia nel curare i malati. Forse erano arabi di nascita, ma assai per tempo ricevettero un’ educazione cristiana veramente ammirabile. Animati da vero spirito di fede e di carità si servirono della loro arte per curare sia i corpi sia le anime con l’esempio e con la parola. Riuscirono a convertire al cristianesimo molti pagani . Si portavano in fretta presso chiunque li richiedesse rifiutando ogni compenso, contenti di poter per mezzo della loro arte esercitare un po’ di apostolato. In questo modo si attirarono amore e stima non solo dai cristiani, ma anche dagli stessi infedeli. Venivano da tutti soprannominati “Anàrgiri” (dal greco anargyroi, parola greca che significa “senza denaro”), proprio perché non si facevano pagare per la cura dei malati.
Mentre essi compivano tanto bene, ecco scoppiare la persecuzione di Diocleziano. I santi Cosma e Damiano si trovavano in quel tempo ad Egea di Cilicia, in Asia Minore. Così circa l’anno 300 i santi medici si videro arrestati e tradotti davanti al tribunale di Lisia, governatore della Cilicia. « Ho l’ordine, dice il proconsole, di far ricerca dei cristiani, punire quelli che resistono e premiare quelli che si sottomettono alle leggi dell’impero. Voi siete accusati di appartenere alla setta… Scegliete ». « La scelta è fatta, risposero i santi fratelli, siamo cristiani e come tali siamo pronti a morire ».
« Riflettete bene, soggiunse Lisia, perché si tratta di vita o di morte, non potendo, né dovendo io tollerare una ribellione alle leggi ». « Noi rispettiamo come gli altri le leggi civili, ma nessuna legge ci può costringere ad inchinarci ai vostri dei di fango; noi adoriamo il Dio vivo e ci inchiniamo a Gesù Cristo Salvatore ». Lisia sdegnato ordinò che fossero legati e flagellati. Dopo questo primo tormento, persistendo i Santi nel loro fermo proposito, ordinò che fossero gettati in mare. L’ ordine fu all’ istante, mentre una grande turba di cristiani piangeva dirottamente. Il Signore venne in loro soccorso: le onde li spinsero fino alla riva e così poterono salvarsi. A tal vista il popolo gridò : « Siano salvi i nostri medici; si rispettino quelli che il mare stesso rispetta ». Purtroppo tutte queste grida furono vane: il proconsole li voleva assolutamente morti, perciò li fece gettare in una fornace ardente. Liberati miracolosamente dal Signore, dopo altri vari tormenti, furono fatti decapitare a Egea probabilmente nel 303.
Sul loro sepolcro si moltiplicarono i miracoli: lo stesso imperatore Giustiniano, raccomandatosi alla intercessione di questi santi medici, fu guarito da mortale malattia e per riconoscenza fece erigere in loro onore una sontuosa basilica.
In loro onore Papa Felice IV (525-530) fece costruire a Roma una chiesa, decorata di mosaici stupendi.
I resti dei santi martiri sono custoditi nel pozzetto dell’antico altare situato nella cripta dei Ss. Cosma e Damiano in Via Sacra, dove li depose S. Gregorio Magno (590-604).
Vivo il loro culto in Oriente in Occidente, dove numerose chiese e monasteri di epoche diverse sono intitolate ai santi martiri “guaritori”.
Dal sito web http://www.santodelgiorno.it/santi-cosma-e-damiano/
Posto al limite della città vecchia, il Castello Svevo di Bari ha subito nel corso dei secoli numerose trasformazioni e rifacimenti. Il nucleo originario del castello, a pianta trapezoidale con torri angolari, risale a Ruggero il Normanno che fece edificare il castello sui resti di un abitato di età bizantina.
Danneggiato in seguito alla rivolta dei baresi contro Guglielmo il Malo nel 1156, fu ristrutturato e ampliato da Federico II di Svevia, tra il 1233 e il 1240 con la realizzazione del portale, del vestibolo e della loggetta affacciata sul cortile. Altri lavori di restauro interessarono la parte settentrionale del castello per volere di Carlo I D’Angiò, ad opera dei protomagistri Petro d’Angicourt e Giovanni di Toul.
Nel ‘500 Isabella d’Aragona e sua figlia Bona Sforza, duchesse di Bari, trasformarono il castello in una dimora principesca, avviando lavori di ammodernamento e rafforzamento con la cinta bastionata e il fossato, resi necessari per l’utilizzo delle armi da fuoco, la risistemazione del cortile interno con la scalinata a doppia rampa, la costruzione della cappella dedicata a S.Stanislao, protettore della Polonia, e la decorazione delle sale al primo piano. Trasformato nell’Ottocento prima in carcere e poi in caserma, il castello oggi ospita ospita la Gipsoteca, che raccoglie una collezione di copie di decorazioni scultoree di monumenti religiosi e civili della puglia dal Medioevo al XVII secolo e una sala multimediale. Si possono inoltre visitare scavi archeologici di epoca bizantina, normanna e svevo-angioina.
“Un viaggio tridimensionale nel passato del Parco archelogico di Egnazia, a Savelletri
(Brindisi)”
a cura del prof. LUIGI MELCARNE
Situato lungo il litorale adriatico della Puglia fra Monopoli e Savelletri, il parco archeologico di Egnazia è uno dei siti più interessanti della regione, con testimonianze e reperti che vanno dall’età del Bronzo all’epoca medievale.
L’antica città di Gnathia, abitata fin dal XV secolo a.C. e citata da autori antichi come Plinio ed Orazio, fu un attivo centro di traffici e commerci grazie alla presenza del porto e della via Traiana. Nell’età del Ferro la città fu occupata dagli Iàpigi provenienti dall’area balcanica, nell’VIII secolo a.C. visse la fase messapica, ed infine fu conquistata dai Romani. Della sua storia antica rimangono i monumenti e le abitazioni di età romana e tardo antica nonché la poderosa cinta di difesa con il muraglione nord alto ben 7 metri. Fuori le mura si trova invece la necropoli messapica detta “occidentale” con tombe a fossa, a semicamera e a camera, alcune delle quali decorate con raffinati affreschi. La città è attraversata dalla via Traiana lastricata nel 109 d.C. che conduce ai resti di importanti edifici pubblici e su cui sono ancora visibili i solchi lasciati dai carri. Alla Basilica civile delle tre Grazie, (rappresentate su un frammento di mosaico oggi conservato nel museo fuori le mura) si affiancano il Sacello delle divinità orientali, con al centro un basamento sul quale sono scolpiti una dedica latina e strumenti musicali, e il Foro, pavimentato a lastroni di tufo con portici e resti di una tribuna oratoria. Interessanti anchel’Anfiteatro, edificio a pianta ellittica irregolare forse adibito a mercato, il Criptoportico, la Fornace ed il grande complesso paleocristiano con Basilica e Battistero. A dominare la città, da una collina che si protende sul mare, l’Acropoli, da cui si gode una splendida vista panoramica. Non perdete infine una visita al Museo situato nell’area della necropoli messapica, con undici padiglioni che ospitano interessanti mostre e reperti archeologici
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