Buon san Nicola Auguri a tutti coloro che portano questo nome.
“Per San Nicola di Bari” 🙏🏻 O dolce San Nicola di Bari, con la tua preghiera ci guidi verso la strada della speranza e ci doni la fede che mai svanisce.
Nella tua sacra Basilica, tra le antiche colonne di marmo, in ginocchio pregano i fedeli, con il cuore pieno di amore e calore.
Ora che il mondo è così frenetico, ci doni la pace e la serenità, e ci ricordi che l’amore è l’unico vero tesoro, che possiamo condividere con umiltà.
Con il tuo santo esempio, ci insegni l’umiltà e l’umana devozione, e ci guidi sulla via della bontà, verso la salvezza e la redenzione.
O dolce San Nicola, santo protettore, che con la tua preghiera ci consoli, aiutaci a vivere secondo la tua volontà, e a seguire sempre il tuo esempio di vita santa e pia. Cresy Crescenza Caradonna
– Icona serba di san Nicola coi ritratti dei donatori, re Uroš Milutin e Simonida (1319; Bari, Basilica di San Nicola, cripta)- (È questa la vera immagine del Santo)
– PRESSO LASALA CONFERENZE ISTITUTO DEL NASTRO AZZURRO
– VIA PUTIGNANI N° 101 – BARI –
PROIEZIONE DEL VIDEO: “EMOZIONANDO”
LIBERAMENTE PRODOTTO DA GRAZIA E ALBERTO GRANDOLFO
L’evento vuole offrire un momento di socialità e di benessere culturale apertoai frequentatori dell’Istituto Nastro Azzurro e a tutta la cittadinanza proponendo un viaggio tra alcune delle canzoni più amate. Sei decenni densi di storie, ricordi e curiosità che hanno ispirato gli autori e i brani. Un percorso emozionale e musicale pensato per la generazione dei “Baby Boomers”, ma capace di coinvolgere ogni età.
Il video è stato realizzato attraverso il contributo libero di artisti operanti nelteatro, nella poesia, nella narrativa, nel canto, nella storia dell’arte, nei cori locali del nostro territorio tra i quali:
– Cresy Crescenza Caradonna: Poetessa
– Anna Tinta Valentini: Scrittrice, Vocalist e Voce narrante
I telamoni hanno una lunga storia che risale all’antica Grecia e Roma. Ecco alcuni punti chiave sulla loro storia:
Origini greche: I telamoni erano figure maschili impiegate come sostegno strutturale o decorativo in architettura, spesso in sostituzione di colonne o lesene.
Esempi antichi: I più antichi esempi conosciuti sono i telamoni del Tempio di Zeus Olimpio ad Akragas (nella Valle dei Templi presso l’odierna Agrigento), del 480 a.C.
Arte romana: I romani adottarono i telamoni e li utilizzarono per rappresentare le popolazioni sconfitte, spesso raffigurandoli inginocchiati.
Influenze successive: I telamoni sono stati utilizzati anche nell’arte decorativa romanica e gotica, e successivamente nel Rinascimento, Manierismo, Barocco e Eclettismo.
Utilizzo navale: Nel XVII secolo, i telamoni venivano utilizzati anche per decorare le navi.
In sintesi, i telamoni hanno avuto un ruolo significativo nell’architettura e nell’arte antica e hanno influenzato lo sviluppo artistico successivo .
I Telamoni della Gazzetta del Mezzogiorno sono quattro sculture che adornavano il Palazzo della Gazzetta del Mezzogiorno in piazza Moro a Bari. Questi telamoni, realizzati nel 1927 su progetto dell’architetto Saverio Dioguardi, sono stati salvati dalla demolizione del palazzo avvenuta nel 1982 e ora sono conservati presso il Palazzo di Città di Bari.
Storia dei Telamoni:
Origine: I telamoni furono progettati per sostenere il peso dell’edificio della Gazzetta del Mezzogiorno e furono realizzati in stile liberty.
Demolizione: Il palazzo fu demolito nel 1982 per far posto a un moderno edificio a vetri.
Ritrovamento e restauro: Le statue furono ritrovate nel 1988 presso le Officine Romanazzi e restaurate nel 2006.
Collocazione attuale: Dopo il restauro, le statue sono state collocate all’interno del Palazzo di Città di Bari, anche se attualmente sono divise tra l’androne e il cortile interno a causa dell’installazione di un’opera d’arte.
La Situazione Attuale:
Le statue sono state private dell’allestimento che le valorizzava e sono state separate, con due esposte nell’atrio di accesso al Palazzo di Città e due nel cortile interno.
Il sindaco di Bari, Vito Leccese, ha espresso l’intenzione di trovare una nuova sede definitiva per le statue, possibilmente in piazza Moro, dove originariamente si trovavano .
Le informazioni utilizzate provengono principalmente da un articolo di notizie pubblicato su Barinedita, un sito web di notizie locali di Bari. L’articolo, scritto da Giancarlo Liuzzi, parla della storia dei Telamoni del Palazzo della Gazzetta del Mezzogiorno e della loro attuale collocazione presso il Palazzo di Città di Bari .
I telamoni a Palazzo di Città, molto belli ma nascosti.
Facevano parte dello storico palazzo della “Gazzetta del Mezzogiorno”.
Ora sono nell’androne dell’edificio che ospita il Comune.
I telamoni della Gazzetta del Mezzogiornosono nascosti nel palazzo del Comune: perché non collocarli in qualche piazza della città di Bari in modo tale che tutti possano ammirarne la bellezza?
PRECISAZIONE: Se sono stati violati diritti di pubblicazione contattate la redazione in modo tale che provvederanno alla rimozione dei contenuti.
– scrittrice dir. Cresy Crescenza Caradonna scrittrice e blogger
– Curatore: Cav. Andrea Lanzolla
Galleria DIVITAS
Via Orazio Flacco, 13B Bari
divitaska libero.it
cell. 329 4205094
orari di apertura:
Mattina 10:30-13:00
Pomeriggio 17:30-20:00
Sabato pomeriggio e festivi chiuso solo per appuntamento
Emozioni d’Autunno: Un viaggio tra colori e sentimentidi Cresy Caradonna
L’autunno, stagione di transizione e introspezione, ha ispirato generazioni di artisti come Claude Monet, Vincent van Gogh e John Constable con le sue sfumature cromatiche, le sue atmosfere malinconiche e la sua bellezza effimera. “Emozioni d’Autunno” è una mostra che esplora l’interpretazione di questo tema attraverso le opere di maestri del passato come Albrecht Dürer e Giuseppe Arcimboldo, e artisti contemporanei, creando un dialogo tra epoche e stili diversi.
La luce autunnale catturata da Claude Monet con pennellate impressioniste, come nella sua serie di Stagioni, si contrappone ai paesaggi autunnali vibranti di colore e pathos di Vincent van Gogh, esemplari come “La vigna rossa” (1888). Le opere di Giuseppe Arcimboldo evocano la stagione con elementi vegetali e cromatismi sorprendenti, come nei suoi ritratti compositi.
Tra gli artisti moderni e contemporanei, Georgio de Chirico suggerisce un’autunno surreale e sospeso nelle sue piazze metafisiche. Marina Abramović evoca un’autunno interiore, fatto di attesa e contemplazione, nelle sue performance. Takashi Murakami reinterpreta la stagione con un’estetica pop e vibrante, spesso includendo motivi floreali e autunnali.
“Emozioni d’Autunno” invita il visitatore a un percorso immersivo tra colori, atmosfere e stati d’animo, mostrando come l’arte possa interpretare e trasfigurare una stagione simbolo di transizione e bellezza fugace. Gli artisti in mostra in questa collettiva seppur con tecniche diverse riescono a celebrare l’autunno in tutte le sfaccettature.
La mostra resterà aperta dal 26 settembre al 15 ottobre 2025 presso la Galleria d’Arte Divitas , offrendo un dialogo tra passato e presente, tra natura e sentimento.
Poesia sull’autunno tra speranza e l’amore.
Autunno, nostro rifugio
Soffia il vento tra le foglie d’oro, una melodia di promesse. Soffia il vento che porta ricordi dolci, carezze leggere e intese. Soffia il vento e mi avvolge nel tuo abbraccio, dove ogni paura svanisce. Soffia il vento e la speranza danza, per un futuro che fiorisce.
Guardo il cielo che si tinge di rosa al tramonto, un velo di pace.
Guardo il cielo e penso ai tuoi occhi, dove il mio amore non tace.
Guardo il cielo e sogno il tuo sorriso, che ogni mio giorno rallegra.
Guardo il cielo e sento il tuo respiro, la mia anima che si allegra.
Tra i rami spogli trovo la forza, un amore che non s’arrende.
Tra i rami spogli si annida la certezza, un sentimento che splende.
Tra i rami spogli la promessa eterna, un legame che mai si scioglie.
Tra i rami spogli l’amore si rinnova, mentre il tempo si raccoglie.
L’autunno ci insegna che ogni fine è un nuovo inizio, un’opportunità.
L’autunno ci insegna la bellezza della quiete, la pura verità.
L’autunno ci insegna che insieme possiamo affrontare ogni avversità.
L’autunno ci insegna la gioia di amarci, con tutta la nostra intensità.
Il “Rito Rosso” di Bari: Quando la passata di pomodoro diventa tradizione e comunità BARI, Puglia/Italia – Nel cuore dell’estate pugliese, quando il sole picchia forte e i campi si tingono di un rosso vibrante, a Bari e dintorni si rinnova un’antica e sentita tradizione: la preparazione della passata di pomodoro fatta in casa. Non è una semplice ricetta, ma un vero e proprio rito che unisce famiglie e vicini, trasformando le corti e i giardini in laboratori a cielo aperto, intrisi del profumo inconfondibile del pomodoro fresco che cuoce lentamente. Questa usanza, tramandata di generazione in generazione, non è solo un modo per conservare i sapori dell’estate per i mesi più freddi, ma un momento di profonda convivialità e condivisione. È il “rito rosso”, un appuntamento fisso che scandisce il ritmo dell’estate barese, unendo la comunità nella preparazione di uno degli alimenti più emblematici della cucina pugliese. Dal campo alla bottiglia: Un processo d’amore e pazienza La magia inizia con la selezione dei pomodori. Preferibilmente di varietà San Marzano, devono essere perfetti, senza ammaccature, un vero e proprio “oro rosso” che sarà la base di tutto. Una volta scelti con cura, si passa alla cottura. Grandi pentoloni, spesso di rame o acciaio, vengono posti su fuochi all’aperto, e i pomodori, tagliati a pezzi, iniziano a sobbollire. L’aria si riempie di un aroma dolce e leggermente acido, mentre le mani esperte mescolano di tanto in tanto, assicurandosi che la cottura sia uniforme e che i pomodori diventino teneri e succosi. Il passaggio successivo è la passatura, il momento in cui la polpa si separa da semi e bucce. Un tempo si usavano passaverdure a manovella, oggi spesso sostituiti da macchine passapomodoro più moderne, ma l’obiettivo resta lo stesso: ottenere una crema vellutata e omogenea. È qui che la passata acquista la sua consistenza inconfondibile, densa e corposa. Una volta passata, la salsa viene condita con pochi, semplici ingredienti: sale, abbondante basilico fresco e, talvolta, un pizzico di pepe per chi ama un tocco più vivace. Questi aromi, uniti al sapore intenso del pomodoro, creano un equilibrio perfetto che evoca immediatamente i sapori autentici della tradizione mediterranea. Infine, la fase cruciale della conservazione. La salsa viene fatta bollire nuovamente e poi versata con cura in bottiglie o vasetti di vetro, rigorosamente sterilizzati in precedenza. Un tappo ermetico e un’ulteriore sterilizzazione finale in grandi calderoni d’acqua bollente assicurano che la passata si conservi a lungo, preservando intatto il suo sapore per i sughi e i piatti invernali. Più di una ricetta: Un legame con le radici Questo processo, apparentemente semplice, è in realtà un’arte che richiede esperienza, pazienza e, soprattutto, tanto cuore. Ma è anche molto di più. La preparazione della passata è un momento in cui le generazioni si incontrano: i nonni trasmettono i segreti ai figli e ai nipoti, le risate si mescolano al rumore delle macchine e al vapore che sale dalle pentole. È un’occasione per stare insieme, per rafforzare i legami familiari e per celebrare un’identità culturale che affonda le radici nella terra e nelle sue tradizioni. Quando, nei mesi più freddi, una bottiglia di quella passata viene aperta, non è solo un condimento che finisce in padella. È un pezzo d’estate che riaffiora, un ricordo tangibile di giornate trascorse in compagnia, del profumo del pomodoro che cuoceva al sole e della gioia di un rito che continua a vivere, anno dopo anno, sulle tavole e nei cuori dei baresi.
Non Solo Salsa: donna Rosa Ungaro, custode delle tradizioni baresi tra pomodori e poesia vernacolare. L’aria densa di profumo di pomodoro cotto, le risate che si mescolano al sibilo delle macchine per la passata e le mani esperte che lavorano con ritmo ancestrale: il rito estivo della preparazione della salsa a Bari è un patrimonio vivente, un’eredità che si rinnova di anno in anno. E se questa tradizione è un filo rosso che lega generazioni, a mantenerlo saldo e vibrante ci sono figure come la signora Rosa Ungaro. Ex maestra con una vita dedicata alla formazione dei piu piccoli, la signora Rosa non è solo una partecipante entusiasta del “rito rosso” descritto nel nostro precedente articolo; è una vera e propria custode delle tradizioni popolari degli avi. La sua casa, in questi giorni di piena estate, si trasforma in un centro nevralgico dove l’arte della passata di pomodoro viene celebrata con la stessa dedizione con cui, per anni, ha insegnato ai suoi alunni le meraviglie del sapere. Ma l’impegno della signora Ungaro va ben oltre la preparazione delle conserve. Rosa è una figura attiva nel panorama culturale locale, un faro che illumina il percorso delle tradizioni anche attraverso la riscoperta e la valorizzazione del dialetto. Ed è proprio in questo ambito che la sua figura assume un contorno ancora più affascinante: la signora Rosa Ungaro è infatti una insigne poetessa vernacolare, le cui rime in dialetto barese toccano l’anima e raccontano storie di vita, di sacrifici, di amori e di paesaggi di un tempo che non vuole e non deve essere dimenticato. Le sue poesie, apprezzate da un pubblico sempre più vasto, sono un ponte tra il passato e il presente, un modo per tenere viva la lingua dei padri e, con essa, la memoria collettiva di un popolo. Così, mentre i pomodori si trasformano in passata, in un gesto che è insieme fatica e celebrazione, la signora Rosa Ungaro incarna lo spirito più profondo di questa terra. Nel suo impegno quotidiano, sia esso tra i vapori della salsa o tra le righe di un verso in dialetto, si cela la determinazione a non lasciare che le radici vengano recise. La sua è una testimonianza vivente di come le tradizioni, se nutrite con passione e tramandate con amore, continuino a fiorire, proprio come i campi di pomodoro sotto il sole di luglio, regalando frutti preziosi per l’inverno che verrà e per le generazioni future.
CRESY CARADONNA
Da sinistra Peppino il contadino, figlio di Geròleme, la “chezzàle” più famosa di Bari Vecchia in Via Tancredi; insieme a donna Rosa Ungaro ed un amico di nome Marcello L che gentilmente si è prestato ad aiutarci a trasportare le casse di pomodoro in casa nostra ( foto gentilmente concessa dal prof. Nicola Cutino marito di donna Rosa)
BARI- Sabato 21 giugno 2025 presso il Museo dei pigmenti naturali colorati Centro d’Arte Santa Teresa dei Maschi si è aperta una mostra collettiva con gli artisti in residenza, in esposizione opere di: Sergio Abbrescia (Lusa), Lorenzo Cassanelli, Mara Giuliani, Cinzia Inglese, Gabriele Liso, Angelo Mastria, Nilde Mastrosimone de Troyli, Biagio Monno (Toy Blaise), Giancarlo Montefusco, Domenico Morolla, Caterina Narracci Arte, Egidio Rondinone, Rosalba Ronzulli, Marialuisa Sabato, Antonella Tucci.
Museo dei pigmenti naturali colorati Centro d’Arte Santa Teresa dei Maschi
Visitabile dal 21 Giugno al 2 Luglio 2025, ore 10.30/13.00 16.30/19.00 chiuso domenica e lunedì.
La Premiazione avrà luogo il 19 giugno 2025 presso la Terrazza del Fortino Sant’Antonio Abate alle ore 20:00
Direzione artistica
Virna lacobellis
Prolusione
prof. Nicola Cutino
Ospiti:
Giuliano Ciliberti
Vito Di Leo
Roberto Tarantini
Rodolfo Ventrella
Lucia Coppola
Antonio Peragine Counselor per Italiani nel Mondo, Direttore Corriere PL.it
LA STORIA del Fortino Sant’Antonio
La torretta S. Antonio doveva esistere sin dal Trecento, almeno come torre di difesa, anche se le notizie più fondate la collocano in pieno secolo seguente, identificandola nelle forme di un piccolo castello – detto “torre di S. Antonio” per la presenza di una preesistente chiesetta dedicata a quel Santo.
Fonti storiche riferiscono che, intorno al 1440, il duca di Bari e principe di Taranto, Giovanni Antonio Del Balzo Orsini, che ha lasciato il suo stemma sul portale, fece costruire una “torre in guisa di castello al dirimpetto delle muraglie”, torre che, alla morte del feudatario, i baresi distrussero, lasciando in piedi solo la chiesetta di S. Antonio.
Il Fortino fu oggetto di lavori di ristrutturazione durante il regno di Isabella D’Aragona e Bona Sforza nell’ambito del rinnovamento del sistema difensivo della città.
Di quel castelletto oggi sembra non rimanere più alcuna traccia, poiché le vestigia più antiche appaiono quelle settecentesche. La storia successiva vede la ricostruzione della torre ed il suo continuo rafforzamento fino alla seconda metà del secolo XVIII, quando ne fu rifatto il prospetto su via Venezia.
Poi comincia il declino con la smilitarizzazione del forte e la consegna al Sindaco nel 1847, seguita dal degrado delle strutture, in stato d semi-rovina, e dalla degradazione della destinazione d’uso, adibito, addirittura, a canile municipale.
Nel 1994 sono iniziati i lavori di restauro e riuso del Fortino che, a causa delle preesistenze archeologiche rinvenute, si sono conclusi nel 2000.
Oggi, il Fortino Sant’Antonio, di proprietà del Comune di Bari, è gestito dalla Ripartizione Culture, Marketing Territoriale e Sport INFO che, per mantenere in vita e far apprezzare dal pubblico barese le ricchezze della città, la utilizza per realizzare mostre, dibattiti, incontri pubblici ai quali tutti possono partecipare gratuitamente.