CHIESA DI SANTA CANDIDA: ASPETTANDO IL RECUPERO.

Cronaca Cittadina/ Bari/



Sono anni che si discute con le istituzioni del recupero della chiesa di Santa Candida ma come al solito le parole volano e la struttura continua la sua corsa verso un declino di cui non resterà più nulla da restaurare. La struttura è sotto la custodia dell’ArcheoClub Italo Rizzi di Bari, promotore del un progetto di salvaguardia di Santa Candida, il tempio che sorge sul fianco est di Lama Picone. Stiamo parlando di un sito di notevole importanza storica-artistica, di 120 metri quadri di ampiezza risulta essere la più grande basilica rupestre non solo del barese ma di tutta la Puglia. Fu edificato come luogo di culto tra il IX e l’XI secolo d.C. ad opera di comunità religiose bizantine stanziatesi a Bari, anche se si pensa che possa risalire addirittura al periodo paleocristiano altomedievale.
Il sito è una vera chiesa quindi, inserita in uno dei tanti ipogei presenti a Bari: ambienti sotterranei scavati dall’uomo, la maggior parte dei quali situati all’interno delle nove lame cittadine. Nonostante tutto Santa Candida continua a giacere nel degrado più selvaggio : non vi è un sentiero adeguato per arrivare al sito e la zona antistante l’ingresso è utilizzata come discarica selvaggia a cielo aperto a cielo aperto. Inoltre, nonostante protetta da una grata che impedisce l’accesso agli estranei, la chiesa nel tempo ha subito diversi atti vandalici e graduali cedimenti strutturali che ne stanno minando l’integrità’ della strutturali





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LA CHIESA DI SANTA CANDIDA A BARI.

CHIESA RUPESTRE DI SANTA CANDIDA A BARI


La chiesa rupestre di Santa Candida, datata X-XI secolo, è ubicata sul fianco destro della lama Picone (antico torrente Japigio). È la più grande basilica rupestre pugliese (circa 120 mq)


La chiesa rupestre di Santa Candida è ubicata sul fianco destro della lama Picone (antico torrente Japigio) ad una distanza di circa 300 metri dalla tangenziale di Bari. La chiesa, datata al X-XI secolo, è stata scavata sulla parte alta della lama, e il ritrovamento sul piano dell’antico torrente di manufatti e di resti architettonici come muretti, gradini e pozzi confermano la presenza di un nucleo insediativo nella zona.

La presenza di questa chiesa è citata in un documento del 1194 in cui un certo Romano vende ai fratelli Garzanito e Gargano un appezzamento di terra con ben 24 olivi nei pressi della chiesa di Santa Candida e Santa Elena, sante a cui la chiesa era appunto dedicata. L’ingresso della chiesa oggi non è più esistente e la struttura appare mutilata di alcuni vani, collegati indirettamente al vano principale, a causa di uno sbancamento effettuato per ricavare materiale da utilizzare per la scarpata della tangenziale, che ha tagliato la parte anteriore della chiesa per una profondità di circa 6 metri.

È la più grande basilica rupestre pugliese (circa 120 mq) e presenta una planimetria complessa e articolata detta a ventaglio in quanto sull’aula centrale di forma quadrangolare, si innestano quelle che, a prima vista, appaiono cinque navate divise da colonne con archi a tutto sesto e che si concludono con cinque absidi. In realtà la navata all’estrema sinistra si presenta difforme e più piccola rispetto alle altre, mentre la navata centrale è biabsidata dando così l’impressione che le navate siano cinque, ma in realtà sono quattro.

Dalla planimetria è possibile ricostruire la suddivisione degli spazi che prevedeva due ingressi: uno ad est collegato ad un vano voltato a botte di circa 2 x 3,5 m di larghezza, il nartece (portico che precedeva la chiesa), decorato con due arcosoli (elemento decorativo a forma di nicchia che in alcuni casi sovrasta una tomba) di cui quello sinistro adibito a sepoltura, e un ingresso a sud che immetteva in tre vani, probabilmente adibiti ad abitazione del custode, o con funzione di cappelle laterali. La presenza delle tombe nei pressi dell’ingresso della chiesa, o all’interno del nartece, è una costante in tutte le chiese pugliesi e riprende la tradizione ipogeica paleo-cristiana.

L’ingresso posizionato ad est oggi non è praticabile perché occluso da un grosso blocco di roccia e all’esterno non è visibile. L’aula centrale che misura circa m 3 x 4 presenta un soffitto piano: è collegata alla navata centrale che presenta la prima campata a forma trapezoidale lunga quasi 3 metri, e che si allarga nei pressi del presbiterio. Questa campata ha il soffitto piano ed è delimitato ai 4 angoli da grossi pilastri compositi. La funzione dei soffitti e delle volte non è né decorativa, né tanto meno strutturale, ma serve solo a differenziare gli spazi liturgici: le volte a botte contraddistinguono il santuario, mentre l’aula è caratterizzata dal soffitto piano.

Mentre il primo arco a sinistra immette nella navata più piccola, gli altri due archi immettono nel bema, cioè nella parte riservata al clero durante la celebrazione, dove viene collocato l’altare, qui costituito da due vani, comunicanti sia fra di loro che con i rispettivi vani delle navate laterali, di circa m 3 x 2, voltati a botte e culminanti in due profonde absidi. A dividere i vani ci sono coppie di archi separati da colonne rastremate prive di capitello. Alcuni di questi archi sono rifiniti con ghiere incavate.

Il bema è diviso dal naos, cioè dall’area riservata ai fedeli, da un una parete con funzione di iconostasi (probabilmente era a templon, cioè a forma di recinto presbiteriale caratterizzata dalla scarsa visibilità del presbiterio da parte dei fedeli) con una sola porta in corrispondenza del vano absidale sinistro. Al centro della zona presbiteriale doveva essere collocato un altare a blocco, o alla greca, caratterizzato da un parallelepipedo in pietra, risparmiato nella roccia durante l’escavazione dell’abside, intorno al quale il sacerdote celebrava il rito guardando verso i fedeli. Questo tipo di altare rispetto all’altare a parete (entrato in uso in seguito al Concilio lateranense del 1215) è meno documentato, a causa anche delle successive demolizioni a cui andavano incontro le chiese.

La navata destra è suddivisa in tre campate: la prima, che è l’attuale ingresso, presenta il soffitto piano e, sulla parete a sud, una sequenza di tre nicchie alte, strette, poco profonde e rialzate di circa 40 cm dal pavimento (elemento decorativo presente anche nell’ultima navata a sinistra).

Le altre due campate della navata di destra sono invece voltate a botte; la seconda presenta un muretto iconostatico integro e non collegato alla zona presbiteriale (forse il diaconico, un piano d’appoggio posto solitamente a destra dell’altare centrale utilizzato per la conservazione del vasellame e dei paramenti sacri). La navata termina con un abside poco profonda.

La navata a sinistra di quella centrale è divisa in due campate, la prima voltata a botte, la seconda invece dall’andamento curvilineo. Prima della piccola abside sulla parete sinistra si presenta una nicchia che farebbe pensare ad una protesi (piano d’appoggio posto a sinistra dell’altare che accoglieva le offerte del pane e del vino e su cui avevano inizio l’azione liturgica ed i riti propedeutici alla consacrazione).

La quarta navata della chiesa è diversa dalle altre tre: è divisa in due campate con soffitto piano separata da un arco trasversale e presenta sei arcate cieche ad arco alte e strette, disposte tre per parte lungo le pareti. Le arcate cieche sono frequenti nelle chiese rupestri e hanno la funzione di dilatare lo spazio interno spesso angusto. Presenti in corrispondenza delle arcate sono le ghiere decorative, che mancano però sul retro delle arcate tranne su quella di uscita verso il nartece. Questo farebbe pensare ad un percorso preciso all’interno della chiesa, sottolineato dalla decorazione architettonica e legato alla funzione religiosa. La presenza di vari fori rettangolari sparsi per i vani della chiesa farebbero pensare alla presenza di elementi d’arredo mobili che a causa della deperibilità del materiale, come il legno, e per vicende legate all’abbandono del sito, sono andati persi.

Nella maggior parte dei casi le arcate cieche sono unite al ciclo pittorico (ad ogni arcata corrisponde un soggetto) che purtroppo a Santa Candida non è più visibile. Gli affreschi originari della chiesa sono andati distrutti, solo nelle absidi sono rimaste delle iscrizioni relative probabilmente ai santi raffigurati: Candida, Elena, Giacomo, Tommaso ed Erasmo.

Bibliografia di riferimento

Calò Mariani M.S., L’arte medievale e il Gargano, in La montagna Sacra, San Michele, Monte Sant’Angelo, Il Gargano, a cura di G.B. Bronzini, Galatina 1991.

Bari extra moenia, insediamenti rupestri ed ipogei, a cura di Carlo dell’Aquila e Francesco Carofiglio, Quaderni monografici del Comune di Bari n. 2-3, Bari 1985.

Dell’Aquila F.– Messina A., Le chiese rupestri di Puglia e Basilicata, Bari 1998.

Dell’Aquila F., Bari. Ipogei e insediamenti rupestri, 1977.

Lavermicocca N., I sentieri delle grotte dipinte, Bari 2001.  



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PARROCCHIA SAN FRANCESCO DA PAOLA – BARI a cura di Crescenza Caradonna

San Francesco da Paola.

Eremita e fondatore
S. Francesco, detto da Paola dalla sua città natale, nacque nel 1416.
Il “miracolo” più famoso è quello noto come l’attraversamento dello Stretto di Messina sul suo mantello steso, dopo che il barcaiolo Pietro Coloso si era rifiutato di traghettare gratuitamente lui ed alcuni seguaci, che ha contribuito a determinarne la “nomina” a patrono della gente di mare d’Italia.

Crescenza Caradonna

San Francesco da Paola

Generosità sublime
in parole e opere
l’agire nella misericordia di Dio


San Francesco da Paola

umiltà e povertà celestiali
di una verginea anima
soffio d’Angelo,

le pietre diventano pane
le misere vesti  vele
l’acqua guarigione delle anime corporali

l ‘umile Fraticello diventato Santo
nella rivelazione santa di salvezza
.

Crescenza Caradonna

Il 2 aprile si ricorda San Francesco di Paola, fondatore dell’ Ordine dei Minimi
Nasce a Paola vicino a Cosenza ( Calabria-Italia-) il 27 marzo 1416 e
muore  il 2 aprile a Plessis-lez-Tours( Touraine/ Francia )


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IL MONDO DELLO SPETTACOLO TREMA

Mercoledì, 28 gennaio 2025 IL MONDO DELLO SPETTACOLO TREMA: Sotto il Riflettore della Procura.    L’eco degli applausi si spegne per lasciare spazio al rumore delle carte giudiziarie che si voltano. In questo inizio di 2026, l’Italia non si interroga più solo su chi vincerà il prossimo festival o quale serie batterà i record di…


‘LA VALLISA'(LA VEDDISE) Una delle chiese più antiche di Bari di Crescenza Caradonna

Chiesa della Vallisa

Chiesa dei Ravellesi

La Vallisa è una delle chiese più antiche di Bari, un monumento di origine romanica che risale all’anno 1000.
La denominazione di Vallisa (la Veddise) viene associata alla famiglia dei Ravellesi-Grisone, commercianti che si insediarono a Bari intorno al 1130, stabilendo il proprio centro spirituale nella chiesa.
Nel 1962 al 1986 fu sottoposta a un radicale intervento di restauro che consentì di ripristinarne l’aspetto medioevale, tramite l’eliminazione delle soprastrutture barocche e la ricostruzione di alcune parti come il portico, la facciata e le tre absidi, consentendo il recupero di uno dei più antichi luoghi di culto della città e rendendolo un prestigioso contenitore

culturale.

La chiesa della Vallisa (già Raveddise, cioè dei Ravellesi) venne così chiamata per la presenza di gruppi di mercanti amalfitani e ravellesi nella città. L’edificio oggi si presenta molto diverso da quello che era un tempo, a causa dei restauri “in stile” (dal 1957 al 1962) in cui fu eliminato tutto l’apparato barocco, lasciando a vista l’apparecchio murario. Questo ripristino in forme medievali tuttavia non ridà al tempio l’immagine originaria che doveva apparire in gran parte affrescata, come dimostrano i pochi resti della decorazione pittorica conservatasi su alcune parti della muratura.
Resta comunque un importante monumento medievale all’interno della città vecchia di Bari, costruito in onore di una comunità impiantatasi in città fin dal IX secolo e che conservava con i Baresi uno stretto legame, sia da un punto di vista religioso che commerciale. Amalfitani e Baresi costituivano infatti un gruppo commerciale omogeneo, probabilmente condividendo anche le proprie flotte; testimonianza di questo stretto legame mercantile rimane nella celebre Crisobolla concessa dall’imperatore Basilio II ai Veneziani nella quale si faceva esplicito divieto a questi ultimi di caricare a bordo delle loro navi “merci degli Amalfitani e dei Longobardi della città di Bari”. Dal punto di vista religioso, interessanti similitudini si ritrovano anche nei rispettivi culti patronali: il culto di san Nicola ad esempio, era diffuso anche ad Amalfi, così come a Bari erano presenti le chiese di Sant’Andrea “in marittima” e il monastero di Sant’Andrea delle Vergini fuori le mura, che veneravano il protettore di Amalfi. La chiesa della Vallisa ha riacquistato una insperata celebrità dopo il restauro della pavimentazione di piazza Ferrarese, sulla quale si affacciano le sue tre absidi semicircolari. L’entrata principale invece, con il portico a tre fornici, è situata in strada Vallisa. Oggi la chiesa è sconsacrata e ospita l’Auditorium Diocesano, un centro polifunzionale per la promozione della cultura e dell’arte.

STORIA

La costruzione della chiesa è da ricondursi all’XI secolo. L’antico nome della chiesa (che dipendeva dal monastero benedettino ad essa antistante) era San Pietro, in onore della città di Roma, come è stato dedotto dal testamento dell’abate Leucio del 1071. La prima attestazione come “San Pietro della Vallisa” risale comunque al 1596 da un documento del Codice Diplomatico Barese. La circostanza che i Ravellesi avessero ottenuto l’appalto dei dazi sulle merci introdotte in città spiega il loro insediamento a ridosso dell’antica Porta Nuova, una delle più antiche e importanti della città. Dal 1777 la chiesa venne dedicata alla Beata Maria Vergine della Purificazione, probabilmente per il nome della Confraternita che lì era stata fondata o perché in prossimità della strada (via degli Infetti) dove venivano bruciati gli oggetti utilizzati dagli appestati. Nel 1962, dopo decenni di degrado, la chiesa è stata oggetto di un radicale restauro in chiave neoromanica ad opera dell’architetto Schettini, che ha eliminato le secolari stratificazioni di stili (in particolar modo le sovrastrutture barocche) e ha ricostruito il portico, la facciata e le tre absidi. Il sito è stato poi definitivamente riqualificato a partire dal 1986, anno in cui la Confraternita di Sant’Anna, coordinata dalla Commissione Diocesana per la Musica Sacra, lo ha reso un importante centro di cultura e arte a disposizione della comunità.
FiFino ad alcuni anni fa all’interno della chiesa erano custodite le statue dei Misteri della Passione, oltre che immagini sacre dedicate a Santa Rita, San Gaetano e alla Madonna. Le statue dei Misteri risalgono, come risulta dalla documentazione storica, al ‘700 allorquando il Venerdì Santo era tradizione che si svolgessero due processioni (una di S. Gregorio e una della Vallisa) con queste statue raffiguranti i momenti (o stazioni) della Passione di Cristo. La più antica delle processioni sembra fosse quella organizzata con la partecipazione dei frati francescani dalla Confraternita della Purificazione, detta della Vallisa. La Pia Associazione “Misteri della Vallisa”, è ora allocata presso la chiesa di Santa Teresa dei Maschi, mentre le statue sono collocate presso la chiesa del Gesù. L’altra processione invece, quella di San Gregorio, era organizzata dai Frati Minori Osservanti di S. Pietro delle Fosse, la cui chiesa, ormai un rudere, era collocata presso il porto.
Fino al 1825 le due processioni si svolgevano lo stesso giorno causando frequenti disordini e discordie; l’arcivescovo B. Clary, per porre fine a tali dissidi, decretò che le processioni si svolgessero ad anni alterni. Negli anni pari avrebbero sfilato (come ancora oggi accade) le statue della Vallisa (dette dei “Chiangeminne”, a causa della pioggia che ne accompagnava l’uscita in processione); negli anni dispari invece l’incombenza era del gruppo di S. Gregorio (i “Ventalosi” della tradizione popolare perché molto spesso la processione era accompagnata da forti raffiche di vento).no ad alcuni anni fa all’interno della chiesa erano custodite le statue dei Misteri della Passione, oltre che immagini sacre dedicate a Santa Rita, San Gaetano e alla Madonna. Le statue dei Misteri risalgono, come risulta dalla documentazione storica, al ‘700 allorquando il Venerdì Santo era tradizione che si svolgessero due processioni (una di S. Gregorio e una della Vallisa) con queste statue raffiguranti i momenti (o stazioni) della Passione di Cristo. La più antica delle processioni sembra fosse quella organizzata con la partecipazione dei frati francescani dalla Confraternita della Purificazione, detta della Vallisa. La Pia Associazione “Misteri della Vallisa”, è ora allocata presso la chiesa di Santa Teresa dei Maschi, mentre le statue sono collocate presso la chiesa del Gesù. L’altra processione invece, quella di San Gregorio, era organizzata dai Frati Minori Osservanti di S. Pietro delle Fosse, la cui chiesa, ormai un rudere, era collocata presso il porto.

CULTURA POPOLARE

Fino al 1825 le due processioni si svolgevano lo stesso giorno causando frequenti disordini e discordie; l’arcivescovo B. Clary, per porre fine a tali dissidi, decretò che le processioni si svolgessero ad anni alterni. Negli anni pari avrebbero sfilato (come ancora oggi accade) le statue della Vallisa (dette dei “Chiangeminne”, a causa della pioggia che ne accompagnava l’uscita in processione); negli anni dispari invece l’incombenza era del gruppo di S. Gregorio (i “Ventalosi” della tradizione popolare perché molto spesso la processione era accompagnata da forti raffiche di vento).

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Chiesa San Francesco da Paola -Bari

CHIESA SAN FRANCESCO DA PAOLO

VIALE ENNIO – BARI –

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NATALE IN PARROCCHIA S. FRANCESCO DI PAOLA -BARI

 di Crescenza Caradonna

NATALE IN PARROCCHIA


Frati Minimi
– Parrocchia S. Fancesco da Paola –

Viale Ennio
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