POETI E SCRITTORI DELLA GRANDE GUERRA di Eduardo Terrana

POETI E SCRITTORI DELLA GRANDE GUERRA

di Eduardo Terrana

E’ tema di dibattito se la letteratura negli anni della grande guerra abbia espresso poeti di qualità e capolavori di valore. Basterebbe citare un nome su tutti: Gabriele d’Annunzio, per sfatare ogni dubbio e tacitare ogni scetticismo.
Tratteremo della poesia del “Vate d’Italia” in altra sede con l’attenzione ed il riguardo che merita.
Qui ci soffermeremo a ricordare i poeti e gli scrittori della grande guerra, che indubbiamente subirono il fascino letterario del poeta soldato d’Annunzio, del quale furono grandi estimatori, ma che seppero, comunque, esprimere una poesia ed una prosa originale di non secondaria importanza.
Contrariamente a quanto si possa pensare non sono pochi e tutti impegnati a tradurre l’esperienza morale e politica della guerra in un sentimento cosciente e deciso di “nazione” , da interpretare nell’accezione più solidale e responsabile verso il passato e l’avvenire del loro Paese.
Un filo comune intreccia le opere letterarie di questi autori, da vedere non come mere espressioni personalistiche o semplici diari narrativi o meditativi sugli avvenimenti bellici, ma come opere intessute di un sentire nazionale, avvertito come sacro patrimonio comune.
Soffermiamo, allora , la nostra attenzione sulle identità letterarie di: Vittorio Locchi, Renato Serra, Giosuè Borsi, Scipio Slataper, i poeti e scrittori che lasciarono la loro giovane vita nelle trincee e sui campi di battaglia, affidando alla memoria dei posteri l’immortalità dei loro versi e dei loro scritti di esaltazione o di condanna della guerra. Ricordiamo anche Arturo Stanghellini , sopravvissuto alla guerra, di cui, però, fu un apprezzato diarista, attento e fedele.
Vittorio Locchi nasce l’8 marzo 1889 a Figline Valdarno, vicino a Firenze. Muore il 15 febbraio 1919 nel naufragio del piroscafo italiano “ Minas”, al largo del capo Matapan.
Cresciuto di fatto senza padre, morto in una rissa tre mesi prima della sua nascita, cresce con la madre Maria e il fratello. Si merita la stima del suo professore di italiano delle medie, che lo indirizza alla frequenza del liceo classico e a continuare gli studi, ma la madre lo obbliga a intraprendere gli studi tecnici. Da studente di ragioneria entra in contatto con gli ideali nazionalisti dell’epoca e lavora come giornalista presso la redazione de “L’Idea studentesca”.
Frequenta a Venezia, all’Università Ca’ Foscari, i corsi di lingua e letteratura straniera. Nel periodo è cofondatore de “La Tavolissima”, un cenacolo di amanti di arti figurative e letteratura.
A Venezia compone moltissime opere drammatiche come la commedia “La notte di Natale”, il dramma medievale “L’uragano”, la sua prima raccolta in versi intitolata “Le canzoni del Giacchio” e “La sveglia” di intonazione carducciana, che ottennero tutte un’ottima critica. Il suo nome resta legato però a “La sagra di Santa Gorizia”, scritta in trincea il 9 agosto 1916, dopo la conquista della città, dove celebra il valore e la morte dei Fanti italiani, che conquistarono Gorizia in nome dell’Unità d’Italia, e il sacrificio e la gloria del popolo italiano, visto come l’eroe senza nome né volto che avrebbe portato l’Italia alla Vittoria. Opera che gli valse gli elogi della critica del tempo, ma che non ebbe poi , col trascorrere degli anni, l’attenzione celebrativa che meritava, nonostante la pubblicazione di Ettore Gozzani nella collana “I Gioielli dell’Eroica”.
Parole semplici, scritte senza enfasi, intrise di umiltà, ma colme di grande fervore patriottico, quelle de “La Sagra di Santa Gorizia”, stimata una delle più belle opere poetiche del Novecento, in cui l’Autore rivela il senso buono, mite, infantile della sua anima, come di chi rimane estasiato di fronte alla verità del miracolo della avvenuta conquista di Gorizia.
Renato Serra, nasce a Cesena, il 5 dicembre 1884, muore al fronte, nella trincea del Podgora, il 20 luglio del 1915.
Scrittore e critico eccellente delle lettere moderne, sa avvertire la bellezza di un verso, di un suono, di una rima, che lo lasciano estasiato quando non gli suggeriscono la creazione di nuove parole e pagine di bellezza.
Si ritrova traccia della sua cultura e della sensibilità poetica del suo animo e del suo garbato pensiero nelle opere: “Scritti critici”, del 1910; “Le lettere”, del 1914.
Serra lascia però memoria della sua erudizione anche in volumi di saggi da cui traspare, in tutta la sua freschezza, lo stato d’animo della sua generazione, che senza remora alcuna si gettò nel conflitto mondiale, sostenuta dalla convinzione di una giusta causa e di un sacro impegno. Per averne il senso basti la citazione di questa riflessione: “ Hanno detto che l’Italia può riparare, se anche manchi questa occasione che le è data, la potrà ritrovare. Ma noi, come ripareremo? Invecchieremo falliti. Saremo la gente che ha fallito il suo destino.. Nessuno ce lo dirà, e noi lo sapremo; ci parrà d’averlo scordato, e lo sentiremo sempre; non si scorda il destino.”
Rivelatore di questo stato d’animo è in particolare il testo del 1915: “L’Esame di coscienza di un letterato”, pubblicato su “La Voce”, dove Serra sfoga il sentimento di frustrazione della sua generazione, restia ad accettare l’idea di una partecipazione più attiva alla vita ed alla guerra, e chiusa invece in un mondo di pura bellezza fine a se stessa. Serra però, in controtendenza, sente di dovere aderire all’evento bellico per ritrovarsi immerso, tra tanti altri in trincea, nell’umanità dei propri simili.
Giosuè Borsi, nasce a Livorno il 1º giugno 1888, muore al fronte il 10 novembre 1915. Si dedicò giovanissimo al culto delle lettere. Ci restano le sue opere: “I colloqui scritti al fronte”, e “ Lettere dal fronte “ , entrambe del 1915, che sono palpitanti testimonianze della sua fede sincera, del suo misticismo,delle sue nobilissime idealità.
In un articolo d’archivio il saggista Francesco Lamendola scrive di questo giovane poeta : “… morire a 20 anni con il libro di Dante nella tasca davanti al cielo azzurro! Il grande dimenticato della letteratura italiana meglio: il grande assente perché più che dimenticato in effetti non è mai stato presente.”
Proprio così! Borsi non è stato per la critica un poeta da stimare tra le figure più rappresentative della letteratura contemporanea, non almeno nella misura in cui è possibile vedere i sogni e le illusioni, le speranze e gli ideali di una intera generazione di intellettuali, alla ricerca di un significato nobile ed elevato da attribuire alla vita e di una ragione per cui valesse degnamente la pena di morire, che egli, mirabilmente, interpreta e rappresenta.
Da giovane irreligioso ed anticlericale, qual era, si converte al cattolicesimo e diventa terziario francescano, mutando anche atteggiamento nei confronti della donna, la cui immagine ideale trasfigurò di luce e di bellezza i suoi ultimi anni. Testimonianza di questa conversione sarà il suo libro “ Confessioni a Giulia”, che dedica alla sua ideale Beatrice, in cui, stilnovisticamente, esprime rispetto e ammirazione per la donna e consapevolezza della serietà della vita, rivelando una sensibilità genuina e cristiana aperta al mistero e all’incanto dell’esistenza.
Un libro che commuove e che, per freschezza e sensibilità poetica, merita la lettura.
Borsi non ha paura della morte. Forte della sua fede pensa che se questa gli venisse incontro sarebbe il suo un bel morire e un ben concludere la sua vita.
Un credo che attesta lo spessore umano di questo giovane poeta, amante della poesia di Dante ed appassionato del Manzoni, del quale la breve meteora della poesia si spegne nel cielo infuocato della Prima guerra mondiale, nella dolina carsica che ne conserva la memoria.
Scipio Slataper, nasce a Trieste il 4 luglio 1888 , muore a Gorizia, sul Podgora, il 3 dicembre del 1915. Comincia giovanissimo a collaborare con assiduità alla rivista “La Voce”, fondata da Giuseppe Prezzolini, pubblicando numerosi articoli, poi raccolti sotto il titolo “ Le Lettere triestine”, dove analizza, molto criticamente, la situazione culturale della Trieste dell’epoca. La sua opera più rappresentativa però resta “ Il mio Carso”, del 1912, che è da apprezzare come sua autobiografia in cui lo scrittore ci da testimonianza del cammino percorso, dalla esaltazione dell’io alla crisi vissuta per il suicidio della donna amata, Anna Pulitzer, rivelandoci gli impeti lirici e i bruschi passaggi della sua coscienza in travaglio, rivolta ad affrontare e risolvere, con un rigore morale più profondo, i problemi della vita.
Arturo Stanghellini, nasce a Pistoia il 2 marzo 1887, e muore nella sua città natia il 28 giugno 1948. E’ uno scrittore che si è guadagnato un posto singolare nella nostra letteratura contemporanea con il suo diario di guerra “ Introduzione alla vita mediocre”, del 1921.
Il libro di Stanghellini è la confessione autobiografica da un lato della tragica esperienza bellica vissuta dallo scrittore tra il 1916 e il 1918, sul Carso, tra il fango e il fetore dei cadaveri, e dall’altro delle amare riflessioni di avere bruciato in quella terribile, seppure eroica, esperienza tutte le migliori attese e speranze dell’esistenza.
Un libro stimato tra i più importanti nati dall’esperienza della guerra perché liricamente racconta della vita e delle vicende umane degli uomini in trincea, ma anche descrive il ritorno a casa del reduce, tutt’altro che sereno per l’impossibilità di riprendere la vita di sempre e di riallacciare vecchi e nuovi legami.
Le pagine del libro lasciano emergere l’amarezza provata dal reduce che ha riposto le migliori aspettative nella ritrovata pace e che invece, precocemente invecchiato nel morale e nel fisico, si ritrova a vivere una vita niente altro che mediocre, che, più che proiettare verso un futuro di rinascita, spinge a ricercare l’orgoglio eroico del passato, nel vano tentativo di non ripiegare sulla propria interiorità e di convivere con le proprie fragilità.
In tal modo Stanghellini si fa portavoce , apprezzato dalla critica contemporanea, delle istanze di una intera generazione di reduci.
I nomi che abbiamo trattato non meritano di finire nel dimenticatoio, perché nei versi e nelle pagine da loro scritte si ritrova l’anima nobile e l’eroico coraggio di quelli che seppero, nell’ora più atroce della battaglia, dare tutto di sé per la gloria della vittoria finale da dedicare alla Patria. Sono questi poeti e diaristi, eroi dimenticati, che hanno scritto pagine letterarie che meritano l’attenzione e la rivalutazione della storia e della critica.

Eduardo Terrana


Saggista e Conferenziere internazionale su diritti umani e pace
Tutti i diritti riservati all’autore

PRIMA PAGINA PUGLIA

Lunedì 24 febbraio 2020

Prima Pagina Gazzetta del Mezzogiorno

Prima Pagina Corriere del Mezzogiorno

Così leggere le nuvole: foto/poesia di Cresy Caradonna

FOTO e POESIA DI
CRESCENZA CARADONNA

Così leggere le nuvole

Così leggere
impalpabili visioni crepuscolari
la vista si annebbia
nell’immenso dei tenui colori serali

nuvole screziate
nuvole tinteggiate di chiari oscuri
presagi di pioggia

mi perdo nel mare di un cielo senza fine.

di Cresy

Crescenza Caradonna

Calendario

Calendario 2020
IL CALENDARIO SAGGIO
Domenica , 23. 02. 2020
Buon 🌞giorno
Ogni giorno per un buon giorno


© #ilcalendariosaggio

CALENDARIO♡POETICO
…CresyPoesia
Domenica, 23 Febbraio 2020
Buon ⛅ giorno
CALENDARIO♡POETICO

CresyPoesia donne…

#iodonna #calendariopoetico #poestessa

EVENTO: MEDITERRANEO FRONTIERA DI PACE”

🔴📞 Sarà attivo da questo pomeriggio il call center dell’Urp dedicato all’evento “Mediterraneo, frontiera di pace”.
Per ogni informazione utile è possibile contattare i numeri telefonici 080/5772390 – 080/5772391 – 335/8402211 nei seguenti orari:
▪️venerdì 21 febbraio dalle ore 13.30 alle 19.30
▪️sabato 22 febbraio dalle ore 9.30 alle 19.30
▪️domenica 23 febbraio dalle ore 8.00 alle 14.00

CORRADO GOVONI UNA OSTINATA VOCAZIONE ALLA POESIA di Eduardo Terrana

CORRADO GOVONI
UNA OSTINATA VOCAZIONE ALLA POESIA

di Eduardo Terrana

Corrado Govoni nasce a Tamàra, in provincia di Ferrara, il 29 ottobre del 1884.
Vive i suoi primi anni nella sua città natale senza compiere però studi regolari.
All’età di undici anni, nel 1895, entra nel collegio dei Salesiani di Ferrara, dove però rimane pochi anni. Continuerà infatti gli studi per proprio conto da autodidatta.
Nel 1903 si trasferisce a Firenze. Conosce Papini e pubblica la sua prima raccolta di versi “Le Fiale”, d’ispirazione dannunziana. Nello stesso anno pubblica la raccolta “Armonie in grigio et in silenzio”. Nel 1905 pubblica “Fuochi d’artifizio” e nel 1907 “ Gli Aborti”. Nel 1914 decide di trasferirsi a Milano, vende quindi il mulino e la campagna paterna. A Milano, centro in quegli anni del Futurismo, rinsalda i suoi legami con la rivista fiorentina “ Lacerba”. Continua intanto a scrivere poesie e prose su “Riviera Ligure”. Nel 1915 dà alle stampe “Poesie Elettriche”, che segnano la partecipazione di Govoni al movimento futurista, pubblica anche “ Rarefazioni e parole in libertà” e “ Inaugurazione della primavera”.
Dura appena due anni il suo soggiorno milanese, infatti nel 1916 rientra a Ferrara ed inizia la collaborazione con la rivista “Diana” che si stampa a Napoli e che è tra le prime ad aprirsi all’esperienza pre ermetica.
Nel 1917 è richiamato alle armi e parte per il fronte allo scoppio della prima guerra mondiale. Finita la guerra nel 1919 si stabilisce a Roma. Non ha un mestiere fisso, vive di fatto alla giornata adattandosi alle varie circostanze, tenta anche la via del commercio come allevatore di polli. Nel 1943 diviene segretario nazionale degli scrittori ed autori.
Di questi anni sono le raccolte poetiche “Quaderno dei sogni e delle stelle”, del 1924, e le opere di narrativa migliori: il poemetto in prosa “ La Santa verde” ed il romanzo “Anche all’ombra è il sole”, entrambi del 1920; il romanzo “ La strada sull’acqua”, del 1923; “Misirizzi” , del 1930; le raccolte di novelle e prose liriche “I Racconti della ghiandaia”,del 1932, dello stesso anno sono anche “Il flauto magico” e “Govonigiotto”.
Nel 1937 dà alle stampe “Splendore della poesia italiana”. Del 1938 è “Canzoni a bocca chiusa”; del 1940 “Le rovine del paradiso” e del 1941 “Pellegrino d’amore”.
Nel 1944 vive una tremenda tragedia familiare, il figlio Aladino viene fucilato dai nazisti alle Fosse Ardeatine. La sciagura segna il suo animo in modo indelebile e profondo. Ne è testimonianza l’opera “Aladino” del 1946, ispirata appunto alla morte del figlio e carica di dolore e di lamento. Govoni è solo infatti a reggere il peso dell’immane fardello, non può essergli d’aiuto neanche la moglie che, rimasta stravolta dalla tragedia, cade in un profondo stato di depressione.
Si fanno intanto difficili e pesanti nel dopoguerra le sue condizioni economiche, tant’è che è costretto ad accettare un impiego di protocollista ministeriale.
Nel 1950 pubblica “L’Italia odia i poeti” ed “Elegia romana”. Nel 1953 pubblica “Preghiera al trifoglio” e “Patria d’alto volo”. Nello stesso anno arriva la soddisfazione del “Premio Marzotto”. Nel 1954 pubblica “Manoscritto nella bottiglia”.
Nel 1958, ottiene il “Premio Chianciano”, e pubblica “Stradario della primavera e altre poesie”. Nel 1959 pubblica la seconda edizione di “Splendore della poesia italiana”. Muore povero e solo il 21 ottobre del 1965 in una modesta casetta al Lido dei Pini vicino Roma. Nel 1966 e nel 1981 usciranno postumi i suoi ultimi due lavori, rispettivamente : “La Ronda di notte” e “I Govonilampi”.
Una concezione animistica della natura ed una forte ispirazione immaginativa caratterizzano una collocazione in ambito futurista di Corrado Govoni , che approda al movimento di Filippo Tommaso Marinetti con la raccolta “Poesie elettriche” del 1911, con “Inaugurazione della primavera” e con “Rarefazioni e parole in libertà” del 1915”. Govoni sperimenta i cardini della poetica futurista ed in particolare la “Poesia Visiva”, finalizzata a trasmettere i contenuti tramite le parole e i disegni che sono tra loro complementari, ed il “Paroliberismo”, cioè l’uso di parole in libertà, non vincolate dalle tradizionali norme della grammatica e della sintassi, al fine di costruire un intreccio di sensazioni, incitazioni, eccitazioni, all’insegna della velocità e della sinteticità.
Govoni mostra di condividere in proposito le affermazioni di Marinetti, che entusiasticamente sulle parole in libertà aveva scritto:
“ Le parole in libertà sono un nuovo modo di vedere l’universo, una valutazione essenziale dell’universo come somma di forze in moto che s’intersecano al traguardo cosciente del nostro io creatore, e vengono simultaneamente notate con tutti i mezzi espressivi che sono a nostra disposizione”; ed ancora sulla sinteticità aveva detto: “ è stupido scrivere cento pagine dove ne basterebbe una “.
Nelle tre opere citate ritroviamo i due ingrediendi della “Poesia Visiva” e del “Paroliberismo”, ovvero l’immaginazione senza fili, le immagini espresse con parole povere di fili conduttori sintattici, senza punteggiatura alcuna e con una aggettivazione copiosa, secondo i canoni della nuova sensibilità futurista.
In tal modo Govoni ci introduce nell’essenza della materia, assecondando le novità e le suggestioni del movimento futurista, anche al fine di creare attraverso un flusso ininterrotto di immagini, che sarà una caratteristica costante della sua poesia, forti vibrazioni nella fantasia del lettore o dell’ascoltatore.
In lui però non si è del tutto spenta quella connotazione crepuscolare che ha ispirato le prime opere e raccolte poetiche.
Alla esplorazione del mondo industriale e all’audace sperimentalismo formale, si accompagna infatti ancora l’ingenuità e lo stupore della rappresentazione della pianura emiliana e degli oggetti e delle immagini vive che la animano.
Sono comunque diversi gli elementi della formazione poetica di Govoni che si ritrovano nelle sue liriche e nelle sue opere di narrativa, sapientemente dosati da una straordinaria sensibilità: il crepuscolare, il barocco, il metafisico, il bucolico, il mitico tendente al simbolismo, la creazione di immagini di sapore surrealistico.
Di ciò è espressione tutta la produzione letteraria che va dal 1923 al 1940, ed in particolare i libri di narrativa “La Strada sull’acqua”, “Misirizzi”, “I Racconti delle ghiandaie”, e le raccolte poetiche “Quaderno dei sogni e delle stelle” e, soprattutto, “Canzoni a bocca chiusa”.
Le vicende tristi però connesse alla seconda guerra mondiale e soprattutto la morte del figlio Aladino influiranno in modo determinante sul suo modo di comporre, ispirando atmosfere poetiche più tenui, pregne di una più intima affettuosità, di una sensibilità romantica più accesa e più manifesta, ma anche intrise di un nuovo impegno civile .
Nascono così opere come “Aladino”, in cui il poeta dà sfogo al suo dolore di padre con una forte e vibrante intensità di accenti lirici , o come “Preghiera al trifoglio”, e “Stradario della primavera”, che ci presentano un Govoni poeta e narratore sempre pronto a nuove esperienze di fronte ad una realtà multiforme e cangiante, che egli ama osservare, quasi inventariare in ogni particolare, e comunque fare propria e cantare, creando suggestioni nuove e seducenti, da offrire alla sensibilità di chi sa intendere ed alle quali i poeti delle nuove avanguardie non resteranno insensibili.
In sintesi si può dire di Corrado Govoni che tutta la sua esistenza trova ragione nella sua appassionata ed ostinata vocazione alla poesia, esplicata nell’arco di un sessantennio, che ha prodotto un vitale contributo all’invenzione di un nuovo linguaggio poetico del novecento. Ne sono testimonianza in particolare alcune liriche.
La lirica “Noia”, di tono crepuscolare, colpisce in particolare per l’iterazione dell’avverbio “sempre “, che suggerisce il senso di una realtà perpetuamente rifluente e identica a se stessa, esasperante nella sua monotonia, che suggerisce al poeta un’immagine scoraggiante della vita.
La lirica “Rondini d’Italia” è espressione di un certo virtuosismo analogico-simbolico .
All’occhio incantato del poeta le rondini che sfrecciano nel cielo sembrano ritagliare solo per lui, negli incantevoli aspetti della natura, il volto soave della donna amata.
Il poeta allora vorrebbe che la pioggia d’aprile diventasse un salice di vischio per catturare quelle rondini ed impedire loro di portare per il mondo, quasi sciupandolo,
il loro festoso canto d’amore.
Espressione poetica del miglior Govoni è la lirica “Un vento freddo sui lungarni ferma”.
Sullo sfondo dei lungarni fiorentini riaffiorano nella quiete trasfigurazione della memoria le belle passanti. L’animo del poeta, teso alla gioia di una rasserenante catarsi, coglie le bellezze del paesaggio e ne chiarisce il segreto alla sua anima accostandone aspetti naturali e motivi di umana creazione.
Nella lirica “La fiera” il poeta ricorda una serata trascorsa alla fiera con una ragazza e rivive i diversi aspetti e momenti di una giornata felice che raggiunge il suo apice alla sera quando i baci della donna lo infiammano d’amore, dandogli dei dolci sussulti al cuore, che sono come i colpi di carabina che avevano sparato insieme al tiro a segno.
Govoni porta sempre nel cuore il ricordo, i suoni, i colori, i profumi, della sua terra padana e le esperienze vissute, che nella trasfigurazione della memoria erompono in sensazioni che alimentano la fantasia e si materializzano in figure e colori come mossi dal pennello dell’artista sulla tela.
L’angoscia inconsolabile del poeta per l’assassinio del figlio traspare dalla lirica
“Questi giorni invernali così chiari”.
Per il cuore straziato del poeta tutto è gelo, dalla limpidezza dei giorni e delle notti invernali al sangue che gli scorre nelle vene e che pare serbi il rigore del freddo dei sessanta inverni ormai vissuti.
Il dolore straziante della perdita del figlio si estende ormai su tutto l’arco di una vita resa arida dal gelo della morte che solo il pianto disperato del padre può sciogliere.
La tragedia umana della morte del figlio matura in Govoni un poetare nuovo, diverso, delle cui caratteristiche è significativa testimonianza la lirica “Quanto potè durare”, così semplice e spoglia ma al contempo così immensamente disperata.

Eduardo Terrana
Saggista e Conferenziere internazionale su diritti umani e pace
Tutti i diritti riservati all’autore

"Non sempre è amore" incontro con Mégane Deutou-Istituto D. Romanazzi – Bari –

La prossima iniziativa
dell’Università Popolare Puglieuropa

8 MARZO di TECLA INSOLIA

In fin dei conti la vita è come un viaggio
comincia con un pianto dopo l’atterraggio
facciamo giri immensi ed ogni coincidenza che perdiamo
è un nuovo punto di partenza
in fin dei conti noi siamo di passaggio
come le rondini, come l’8 marzo
e non basta ricordare di una festa con un fiore
se qualcuno lo calpesta
e nelle vene gli anticorpi alla paura
i silenzi che ci fanno da armatura
è resilienza, io so la differenza
tra uno schiaffo e una carezza

Siamo petali di vita che hanno fatto
un giorno la rivoluzione
respiriamo su un pianeta senza aria
perché il buio non ha un nome
hai capito che comunque dal dolore
si può trarre una lezione
ci vuole forza e coraggio
lo sto imparando vivendo
ogni giorno questa vita

La verità
siamo candele nella notte
a illuminare mentre la gente chiude porte
nei maglioni lunghi e a nascondersi nel niente
dagli sguardi di chi resta indifferente

Abbiamo dato e troppo poco ci è concesso
certe lacrime non chiedono permesso
e nello specchio, negando l’evidenza
chiamarlo amore quando è solo dipendenza

Siamo petali di vita
che faranno un giorno la rivoluzione
respiriamo su un pianeta senza aria
perché il buio non ha un nome
hai capito che comunque
dal dolore si può trarre una lezione
ci vuole forza e coraggio
lo sto imparando vivendo
ogni giorno questa vita

Se ci crolla il mondo addosso
come sempre ci rialziamo
nonostante a volte uomo non vuol dire essere umano
per tutto il sangue che è stato versato

Siamo petali di vita e la violenza non ha giustificazione
respiriamo su un pianeta senza aria perché il buio non ha un nome
hai capito che comunque dal dolore
si può trarre una lezione
ci vuole forza e coraggio
lo sto imparando vivendo
ogni giorno questa vita

In fin dei conti noi siamo di passaggio
come le rondini, come l’8 marzo
e non basta ricordare di una festa con un fiore
se qualcuno ci calpesta

Venerdì 14 Febbraio ore 17:30
ISTITUTO D.ROMANAZZI
Via Celso Ulpiani, 6

BARI


Incontro con Mégane Deutou autrice del libro: “VIAGGIO NELL’ABISSO SFOGO DECOLORATO”

Intervengono:
Luciano ANELLI ( giornalista multimediale)
Crescenza CARADONNA (blogger, scrittrice)


Sarà PROIETTATO IL VIDEO/SPOT di Luciano Anelli :
“NO VIOLENZA SULLE DONNE 2019”

INGRESSO APERTO AL PUBBLICO

ll libro, curato dalla poetessa Crescenza Caradonna e dal giornalista Luciano Anelli, aiuta in modo tangibile a spiegare quanto male rimanga nel corpo, nella mente, nei ricordi di una donna che ha subito violenza fisica, dopo aver subito violenza psicologica. Sono raccolte, nella seconda parte del libro, poesie che sono squarci di vita rivolti alla riconquista della libertà, per scrollarsi un amore “avvelenato”.

Questo libro è dedicato a tutte le donne morte per mano violenta di chi diceva di amarle, perché le loro storie non affondino nel silenzio, ma risveglino coscienze e civiltà. Un libro che senza la determinazione di Luciano Anelli non sarebbe mai nato.


Cresy Caradonna

contatti/info:
pugliadaamareonline@gmail.com

ALBEROBELLO

Alberobello è una città della Puglia, in Italia. È nota per i Trulli, bianche costruzioni coniche in pietra, presenti a centinaia nel quartiere collinare Rione Monti. Il Trullo Sovrano del XVIII secolo è un trullo a due livelli. Il Museo del Territorio “Casa Pezzolla” espone arredi e attrezzi che ricreano la vita nei Trulli come era in passato. A sud-ovest della città, si trova la Casa Rossa, un campo d’internamento della seconda guerra mondiale.Nome abitanti: alberobellesi

Città metropolitana: Bari

Lectio magistralis sui Palazzi Nobiliari di Bari

Giovedì, 13 febbraio 2020 Benedetta Lusito, preceduta dall’illustrazione dei Palazzi Nobiliari di Bari da parte del prof. Nicola Cutino, ed, in particolare del Palazzo Fizzarotti, a 50& Più, terrà una lezione aperta di Pizzica e Tarantella ore 16:30 presso Ass. Culturale Hamadeus Piazza Umberto I n. 43 – primo piano – Bari

Risultato immagini per palazzo fizzarotti
Risultato immagini per palazzo fizzarotti

Bari si candida a Capitale italiana della Cultura 2021 e apre il programma agli operatori

CULTURA E TURISMO ,  COMUNICATI STAMPA

Bari si candida a Capitale italiana della Cultura 2021 e apre il programma agli operatori

È stato presentato questa mattina, nella sala giunta di Palazzo di Città, il concept di candidatura della città di Bari a Capitale italiana della Cultura, in risposta alla quinta edizione del bando pubblicato dal MIBACT per il conferimento del titolo per l’anno 2021.
Il Comune di Bari, infatti, ha presentato la propria manifestazione di interesse alla partecipazione al bando e sta ora redigendo il dossier di candidatura, che intende elaborare in partenariato con tutti i soggetti interessati che possano esprimere una competenza in termini di ideazione, progettazione e attuazione in campo culturale. Per farlo ha lanciato una call aperta a tutti i soggetti del territorio – enti, istituzioni, operatori in forma associata – che esprimano competenze in ambito di progettazione e/o produzione culturale o che vogliano sostenere la candidatura come sponsor.
L’iniziativa del MIBACT è volta a sostenere, incoraggiare e valorizzare l’autonoma capacità progettuale e attuativa delle città italiane nel campo della cultura, affinché venga recepito in maniera sempre più diffusa il valore della leva culturale per la coesione sociale, la creatività, l’innovazione, la crescita, lo sviluppo economico e il benessere individuale e collettivo dei territori.
“L’appuntamento del 2 marzo, data in cui consegneremo il dossier di candidatura di Bari Capitale italiana della cultura 2021, rappresenta per noi un punto di partenza – ha esordito il sindaco Antonio Decaro -. Perché questa avventura per la città di Bari ha senso solo se diventa una sfida collettiva, a cui aderiscono fisicamente o progettualmente tutti gli attori, istituzionali, culturale e sociali del territorio, ognuno con la sua idea e competenza, fino ai 41 Comuni dell’area metropolitana che di fatto sono parte di questa candidatura. È importante per noi rimarcare la coralità di questo progetto perché si comprenda fino in fondo che il dossier che costruiremo rappresenterà in ogni caso il manifesto culturale della città di Bari su cui lavoreremo nei prossimi anni. Partendo da questa idea abbiamo deciso di incentrare questo lavoro sul culto nicolaiano, attraverso l’analisi e l’interpretazione del rapporto di identificazione tra San Nicola e Bari che è millenario e profondo, oltre ad essere e completamente trasversale per ceto sociale, credo religioso e quartiere. Ogni anno il Corteo storico aumenta la sua portata e testimonia la grande adesione popolare ad una festa, quella del nostro maggio, che va trasformandosi sempre più in un evento culturale di straordinaria attrattività turistica, così come il 6 dicembre assistiamo all’arrivo di migliaia di pellegrini che scelgono Bari in nome di San Nicola, il simbolo che nei secoli ha reso la nostra città famosa in tutto il mondo. Si passa dall’interesse sempre più forte dei Paesi slavi e dell’area mediterranea, di fede cristiana e ortodossa, tra cui la Russia, la Serbia, la Bulgaria, la Romania, al nuovo scenario dei Paesi protestanti e nordici legati al mito di Santa Claus, come gli USA e l’Olanda. Abbiamo tra le mani un simbolo religioso ed ecumenico che unisce le culture e le religioni – si pensi alla presenza di Papa Francesco, che per due anni consecutivi ha scelto Bari come città di pace e di dialogo – ma l’icona nicolaiana è sempre più un simbolo che si afferma con forza anche nella cultura laica, portando con sé messaggi positivi di accoglienza, contaminazione e dialogo. Con questa candidatura vogliamo animare e riempire di contenuti i tanti contenitori finalmente riaperti alla città (l’ex Teatro Margherita, il Teatro Piccinni, il Museo di Santa Scolastica, l’Auditorium Nino Rota), vogliamo dare corpo alla riqualificazione della linea di costa e vivere il nostro mare, vogliamo coinvolgere le università, i teatri, i cinema, le scuole, le parrocchie e gli spazi pubblici dei nostri quartieri, che saranno parte attiva nella programmazione. Bari intende affermare la sua presenza sullo scenario nazionale e aggregare la comunità attorno a una sfida ambiziosa. Una sfida non contro qualcuno ma per dimostrare a noi stessi che la città ha raggiunto una sua maturità in termini di consapevolezza, di programmazione culturale, di attrattività turistica e di partecipazione civica. Una sfida che coinvolge sullo sfondo l’intera città metropolitana, che partecipa con Bari attraverso il suo patrimonio di centri storici di pregio, località UNESCO, spazi museali di valore, chiese e chiostri, filiere enogastronomiche, festival di musica, letteratura e teatro e una trama di operatori e associazioni che rende vivace e forte la nostra proposta culturale e turistica”.
“Quando abbiamo iniziato a pensare al tema della candidatura di Bari capitale italiana della cultura – ha detto l’assessora alle Culture Ines Pierucci – abbiamo ragionato sui principali temi che hanno attraversato la città nei cinque anni della prima consiliatura Decaro – dall’innovazione alla smart city, dal mare agli spazi culturali, alla partecipazione, al futuro – e ci siamo detti sarebbe stato interessante delineare una candidatura che si rivolgesse non tanto alla commissione di valutazione del Ministero quanto a un’intera comunità, la nostra, affinché vi si  potesse riconoscere.
Tra le tante immagini e le suggestioni legate al nostro territorio, è stato perciò quasi naturale individuare, insieme ai colleghi di giunta e allo staff del sindaco, un tema legato alla figura più possente della nostra storia: il Nicola di Myra, prima uomo e poi santo, e dunque scegliere di lavorare sul tema della leggenda, del culto e dell’iconografia nicolaiani, da declinare in sei categorie capaci di abbracciare la arti, le scienze, le immagini, la letteratura, la fantasia.
A partire dalla leggenda, una storia destinata ad essere letta, si arriva al mito, ed è questo lo spazio che vogliamo indagare per tracciare il mandato culturale della nostra città nei prossimi anni, e questo a prescindere dalla competizione per il titolo di capitale italiana.
Ma siccome sappiamo che il confine tra immaginazione e realtà viene tracciato dalla storia, per affrontare il tema nella sua complessità e nel rispetto degli aspetti laici e religiosi, ci affideremo a un comitato di saggi in via di definizione in queste ore.
Il percorso per la redazione del dossier che vi presentiamo oggi sarà un percorso il più possibile partecipato: nel pomeriggio si riunirà il tavolo con tutti i rappresentanti istituzionali della Regione, domani sarà la volta di quello riservato a Università, agenzie formative, Accademia delle Belle arti, Conservatorio ed enti di ricerca, mentre venerdì abbiamo promosso un incontro riservato a tutti i soggetti iscritti all’albo comunale della Cultura per raccogliere idee, proposte e suggerimenti per la costruzione del dossier. Vorremmo lasciare alla città non un grande calendario di eventi lungo un anno ma una taccia, un pensiero capace di mettere radici e di lasciare un segno”.A seguire Vitandrea Marzano, componente dello staff del sindaco che sta seguendo la procedura, ha chiarito i termini della candidatura – l’esplorazione del mitema nicolaiano – illustrando le sei categorie/ archetipi da esplorare attraverso la programmazione culturale del 2021: il sacro, la luce, il mare, l’oriente, il dialogo, il femminile.
“Non è tanto l’operazione storica e filologica ad interessarci: quello che vogliamo – ha sottolineato Marzano – è interpretare in chiave partecipativa, attraverso i contributi culturali della città e, ci auguriamo, anche attraverso alcuni innesti internazionali, una figura mitica che guarda al Mediterraneo, all’Oriente e al mondo partendo proprio da Bari”.
Per partecipare alla call, entro il 16 febbraio qualunque ente, istituzione, operatore in forma associata (non singolo ma con personalità giuridica), che esprima una competenza in ambito di progettazione e/o produzione culturale o che voglia sostenere la candidatura come sponsor, potrà presentare al Comune di Bari la propria adesione al network locale di supporto alla candidatura, compilando l’allegato 1 (Adesione) e l’allegato 2 (Scheda progetto) in formato aperto editabile (WORD) e trasmettendo il tutto all’indirizzo BA2021@comune.bari.it.
Acquisite le manifestazioni di interesse, il Comune di Bari, sentito il comitato scientifico di candidatura, procederà a istruire le proposte in campo e, attraverso sessioni di co-progettazione, ad elaborare una candidatura condivisa.

dal sito del Comune di Bari