POETI E SCRITTORI DELLA GRANDE GUERRA di Eduardo Terrana

POETI E SCRITTORI DELLA GRANDE GUERRA

di Eduardo Terrana

E’ tema di dibattito se la letteratura negli anni della grande guerra abbia espresso poeti di qualità e capolavori di valore. Basterebbe citare un nome su tutti: Gabriele d’Annunzio, per sfatare ogni dubbio e tacitare ogni scetticismo.
Tratteremo della poesia del “Vate d’Italia” in altra sede con l’attenzione ed il riguardo che merita.
Qui ci soffermeremo a ricordare i poeti e gli scrittori della grande guerra, che indubbiamente subirono il fascino letterario del poeta soldato d’Annunzio, del quale furono grandi estimatori, ma che seppero, comunque, esprimere una poesia ed una prosa originale di non secondaria importanza.
Contrariamente a quanto si possa pensare non sono pochi e tutti impegnati a tradurre l’esperienza morale e politica della guerra in un sentimento cosciente e deciso di “nazione” , da interpretare nell’accezione più solidale e responsabile verso il passato e l’avvenire del loro Paese.
Un filo comune intreccia le opere letterarie di questi autori, da vedere non come mere espressioni personalistiche o semplici diari narrativi o meditativi sugli avvenimenti bellici, ma come opere intessute di un sentire nazionale, avvertito come sacro patrimonio comune.
Soffermiamo, allora , la nostra attenzione sulle identità letterarie di: Vittorio Locchi, Renato Serra, Giosuè Borsi, Scipio Slataper, i poeti e scrittori che lasciarono la loro giovane vita nelle trincee e sui campi di battaglia, affidando alla memoria dei posteri l’immortalità dei loro versi e dei loro scritti di esaltazione o di condanna della guerra. Ricordiamo anche Arturo Stanghellini , sopravvissuto alla guerra, di cui, però, fu un apprezzato diarista, attento e fedele.
Vittorio Locchi nasce l’8 marzo 1889 a Figline Valdarno, vicino a Firenze. Muore il 15 febbraio 1919 nel naufragio del piroscafo italiano “ Minas”, al largo del capo Matapan.
Cresciuto di fatto senza padre, morto in una rissa tre mesi prima della sua nascita, cresce con la madre Maria e il fratello. Si merita la stima del suo professore di italiano delle medie, che lo indirizza alla frequenza del liceo classico e a continuare gli studi, ma la madre lo obbliga a intraprendere gli studi tecnici. Da studente di ragioneria entra in contatto con gli ideali nazionalisti dell’epoca e lavora come giornalista presso la redazione de “L’Idea studentesca”.
Frequenta a Venezia, all’Università Ca’ Foscari, i corsi di lingua e letteratura straniera. Nel periodo è cofondatore de “La Tavolissima”, un cenacolo di amanti di arti figurative e letteratura.
A Venezia compone moltissime opere drammatiche come la commedia “La notte di Natale”, il dramma medievale “L’uragano”, la sua prima raccolta in versi intitolata “Le canzoni del Giacchio” e “La sveglia” di intonazione carducciana, che ottennero tutte un’ottima critica. Il suo nome resta legato però a “La sagra di Santa Gorizia”, scritta in trincea il 9 agosto 1916, dopo la conquista della città, dove celebra il valore e la morte dei Fanti italiani, che conquistarono Gorizia in nome dell’Unità d’Italia, e il sacrificio e la gloria del popolo italiano, visto come l’eroe senza nome né volto che avrebbe portato l’Italia alla Vittoria. Opera che gli valse gli elogi della critica del tempo, ma che non ebbe poi , col trascorrere degli anni, l’attenzione celebrativa che meritava, nonostante la pubblicazione di Ettore Gozzani nella collana “I Gioielli dell’Eroica”.
Parole semplici, scritte senza enfasi, intrise di umiltà, ma colme di grande fervore patriottico, quelle de “La Sagra di Santa Gorizia”, stimata una delle più belle opere poetiche del Novecento, in cui l’Autore rivela il senso buono, mite, infantile della sua anima, come di chi rimane estasiato di fronte alla verità del miracolo della avvenuta conquista di Gorizia.
Renato Serra, nasce a Cesena, il 5 dicembre 1884, muore al fronte, nella trincea del Podgora, il 20 luglio del 1915.
Scrittore e critico eccellente delle lettere moderne, sa avvertire la bellezza di un verso, di un suono, di una rima, che lo lasciano estasiato quando non gli suggeriscono la creazione di nuove parole e pagine di bellezza.
Si ritrova traccia della sua cultura e della sensibilità poetica del suo animo e del suo garbato pensiero nelle opere: “Scritti critici”, del 1910; “Le lettere”, del 1914.
Serra lascia però memoria della sua erudizione anche in volumi di saggi da cui traspare, in tutta la sua freschezza, lo stato d’animo della sua generazione, che senza remora alcuna si gettò nel conflitto mondiale, sostenuta dalla convinzione di una giusta causa e di un sacro impegno. Per averne il senso basti la citazione di questa riflessione: “ Hanno detto che l’Italia può riparare, se anche manchi questa occasione che le è data, la potrà ritrovare. Ma noi, come ripareremo? Invecchieremo falliti. Saremo la gente che ha fallito il suo destino.. Nessuno ce lo dirà, e noi lo sapremo; ci parrà d’averlo scordato, e lo sentiremo sempre; non si scorda il destino.”
Rivelatore di questo stato d’animo è in particolare il testo del 1915: “L’Esame di coscienza di un letterato”, pubblicato su “La Voce”, dove Serra sfoga il sentimento di frustrazione della sua generazione, restia ad accettare l’idea di una partecipazione più attiva alla vita ed alla guerra, e chiusa invece in un mondo di pura bellezza fine a se stessa. Serra però, in controtendenza, sente di dovere aderire all’evento bellico per ritrovarsi immerso, tra tanti altri in trincea, nell’umanità dei propri simili.
Giosuè Borsi, nasce a Livorno il 1º giugno 1888, muore al fronte il 10 novembre 1915. Si dedicò giovanissimo al culto delle lettere. Ci restano le sue opere: “I colloqui scritti al fronte”, e “ Lettere dal fronte “ , entrambe del 1915, che sono palpitanti testimonianze della sua fede sincera, del suo misticismo,delle sue nobilissime idealità.
In un articolo d’archivio il saggista Francesco Lamendola scrive di questo giovane poeta : “… morire a 20 anni con il libro di Dante nella tasca davanti al cielo azzurro! Il grande dimenticato della letteratura italiana meglio: il grande assente perché più che dimenticato in effetti non è mai stato presente.”
Proprio così! Borsi non è stato per la critica un poeta da stimare tra le figure più rappresentative della letteratura contemporanea, non almeno nella misura in cui è possibile vedere i sogni e le illusioni, le speranze e gli ideali di una intera generazione di intellettuali, alla ricerca di un significato nobile ed elevato da attribuire alla vita e di una ragione per cui valesse degnamente la pena di morire, che egli, mirabilmente, interpreta e rappresenta.
Da giovane irreligioso ed anticlericale, qual era, si converte al cattolicesimo e diventa terziario francescano, mutando anche atteggiamento nei confronti della donna, la cui immagine ideale trasfigurò di luce e di bellezza i suoi ultimi anni. Testimonianza di questa conversione sarà il suo libro “ Confessioni a Giulia”, che dedica alla sua ideale Beatrice, in cui, stilnovisticamente, esprime rispetto e ammirazione per la donna e consapevolezza della serietà della vita, rivelando una sensibilità genuina e cristiana aperta al mistero e all’incanto dell’esistenza.
Un libro che commuove e che, per freschezza e sensibilità poetica, merita la lettura.
Borsi non ha paura della morte. Forte della sua fede pensa che se questa gli venisse incontro sarebbe il suo un bel morire e un ben concludere la sua vita.
Un credo che attesta lo spessore umano di questo giovane poeta, amante della poesia di Dante ed appassionato del Manzoni, del quale la breve meteora della poesia si spegne nel cielo infuocato della Prima guerra mondiale, nella dolina carsica che ne conserva la memoria.
Scipio Slataper, nasce a Trieste il 4 luglio 1888 , muore a Gorizia, sul Podgora, il 3 dicembre del 1915. Comincia giovanissimo a collaborare con assiduità alla rivista “La Voce”, fondata da Giuseppe Prezzolini, pubblicando numerosi articoli, poi raccolti sotto il titolo “ Le Lettere triestine”, dove analizza, molto criticamente, la situazione culturale della Trieste dell’epoca. La sua opera più rappresentativa però resta “ Il mio Carso”, del 1912, che è da apprezzare come sua autobiografia in cui lo scrittore ci da testimonianza del cammino percorso, dalla esaltazione dell’io alla crisi vissuta per il suicidio della donna amata, Anna Pulitzer, rivelandoci gli impeti lirici e i bruschi passaggi della sua coscienza in travaglio, rivolta ad affrontare e risolvere, con un rigore morale più profondo, i problemi della vita.
Arturo Stanghellini, nasce a Pistoia il 2 marzo 1887, e muore nella sua città natia il 28 giugno 1948. E’ uno scrittore che si è guadagnato un posto singolare nella nostra letteratura contemporanea con il suo diario di guerra “ Introduzione alla vita mediocre”, del 1921.
Il libro di Stanghellini è la confessione autobiografica da un lato della tragica esperienza bellica vissuta dallo scrittore tra il 1916 e il 1918, sul Carso, tra il fango e il fetore dei cadaveri, e dall’altro delle amare riflessioni di avere bruciato in quella terribile, seppure eroica, esperienza tutte le migliori attese e speranze dell’esistenza.
Un libro stimato tra i più importanti nati dall’esperienza della guerra perché liricamente racconta della vita e delle vicende umane degli uomini in trincea, ma anche descrive il ritorno a casa del reduce, tutt’altro che sereno per l’impossibilità di riprendere la vita di sempre e di riallacciare vecchi e nuovi legami.
Le pagine del libro lasciano emergere l’amarezza provata dal reduce che ha riposto le migliori aspettative nella ritrovata pace e che invece, precocemente invecchiato nel morale e nel fisico, si ritrova a vivere una vita niente altro che mediocre, che, più che proiettare verso un futuro di rinascita, spinge a ricercare l’orgoglio eroico del passato, nel vano tentativo di non ripiegare sulla propria interiorità e di convivere con le proprie fragilità.
In tal modo Stanghellini si fa portavoce , apprezzato dalla critica contemporanea, delle istanze di una intera generazione di reduci.
I nomi che abbiamo trattato non meritano di finire nel dimenticatoio, perché nei versi e nelle pagine da loro scritte si ritrova l’anima nobile e l’eroico coraggio di quelli che seppero, nell’ora più atroce della battaglia, dare tutto di sé per la gloria della vittoria finale da dedicare alla Patria. Sono questi poeti e diaristi, eroi dimenticati, che hanno scritto pagine letterarie che meritano l’attenzione e la rivalutazione della storia e della critica.

Eduardo Terrana


Saggista e Conferenziere internazionale su diritti umani e pace
Tutti i diritti riservati all’autore

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