CORRADO GOVONI UNA OSTINATA VOCAZIONE ALLA POESIA di Eduardo Terrana

CORRADO GOVONI
UNA OSTINATA VOCAZIONE ALLA POESIA

di Eduardo Terrana

Corrado Govoni nasce a Tamàra, in provincia di Ferrara, il 29 ottobre del 1884.
Vive i suoi primi anni nella sua città natale senza compiere però studi regolari.
All’età di undici anni, nel 1895, entra nel collegio dei Salesiani di Ferrara, dove però rimane pochi anni. Continuerà infatti gli studi per proprio conto da autodidatta.
Nel 1903 si trasferisce a Firenze. Conosce Papini e pubblica la sua prima raccolta di versi “Le Fiale”, d’ispirazione dannunziana. Nello stesso anno pubblica la raccolta “Armonie in grigio et in silenzio”. Nel 1905 pubblica “Fuochi d’artifizio” e nel 1907 “ Gli Aborti”. Nel 1914 decide di trasferirsi a Milano, vende quindi il mulino e la campagna paterna. A Milano, centro in quegli anni del Futurismo, rinsalda i suoi legami con la rivista fiorentina “ Lacerba”. Continua intanto a scrivere poesie e prose su “Riviera Ligure”. Nel 1915 dà alle stampe “Poesie Elettriche”, che segnano la partecipazione di Govoni al movimento futurista, pubblica anche “ Rarefazioni e parole in libertà” e “ Inaugurazione della primavera”.
Dura appena due anni il suo soggiorno milanese, infatti nel 1916 rientra a Ferrara ed inizia la collaborazione con la rivista “Diana” che si stampa a Napoli e che è tra le prime ad aprirsi all’esperienza pre ermetica.
Nel 1917 è richiamato alle armi e parte per il fronte allo scoppio della prima guerra mondiale. Finita la guerra nel 1919 si stabilisce a Roma. Non ha un mestiere fisso, vive di fatto alla giornata adattandosi alle varie circostanze, tenta anche la via del commercio come allevatore di polli. Nel 1943 diviene segretario nazionale degli scrittori ed autori.
Di questi anni sono le raccolte poetiche “Quaderno dei sogni e delle stelle”, del 1924, e le opere di narrativa migliori: il poemetto in prosa “ La Santa verde” ed il romanzo “Anche all’ombra è il sole”, entrambi del 1920; il romanzo “ La strada sull’acqua”, del 1923; “Misirizzi” , del 1930; le raccolte di novelle e prose liriche “I Racconti della ghiandaia”,del 1932, dello stesso anno sono anche “Il flauto magico” e “Govonigiotto”.
Nel 1937 dà alle stampe “Splendore della poesia italiana”. Del 1938 è “Canzoni a bocca chiusa”; del 1940 “Le rovine del paradiso” e del 1941 “Pellegrino d’amore”.
Nel 1944 vive una tremenda tragedia familiare, il figlio Aladino viene fucilato dai nazisti alle Fosse Ardeatine. La sciagura segna il suo animo in modo indelebile e profondo. Ne è testimonianza l’opera “Aladino” del 1946, ispirata appunto alla morte del figlio e carica di dolore e di lamento. Govoni è solo infatti a reggere il peso dell’immane fardello, non può essergli d’aiuto neanche la moglie che, rimasta stravolta dalla tragedia, cade in un profondo stato di depressione.
Si fanno intanto difficili e pesanti nel dopoguerra le sue condizioni economiche, tant’è che è costretto ad accettare un impiego di protocollista ministeriale.
Nel 1950 pubblica “L’Italia odia i poeti” ed “Elegia romana”. Nel 1953 pubblica “Preghiera al trifoglio” e “Patria d’alto volo”. Nello stesso anno arriva la soddisfazione del “Premio Marzotto”. Nel 1954 pubblica “Manoscritto nella bottiglia”.
Nel 1958, ottiene il “Premio Chianciano”, e pubblica “Stradario della primavera e altre poesie”. Nel 1959 pubblica la seconda edizione di “Splendore della poesia italiana”. Muore povero e solo il 21 ottobre del 1965 in una modesta casetta al Lido dei Pini vicino Roma. Nel 1966 e nel 1981 usciranno postumi i suoi ultimi due lavori, rispettivamente : “La Ronda di notte” e “I Govonilampi”.
Una concezione animistica della natura ed una forte ispirazione immaginativa caratterizzano una collocazione in ambito futurista di Corrado Govoni , che approda al movimento di Filippo Tommaso Marinetti con la raccolta “Poesie elettriche” del 1911, con “Inaugurazione della primavera” e con “Rarefazioni e parole in libertà” del 1915”. Govoni sperimenta i cardini della poetica futurista ed in particolare la “Poesia Visiva”, finalizzata a trasmettere i contenuti tramite le parole e i disegni che sono tra loro complementari, ed il “Paroliberismo”, cioè l’uso di parole in libertà, non vincolate dalle tradizionali norme della grammatica e della sintassi, al fine di costruire un intreccio di sensazioni, incitazioni, eccitazioni, all’insegna della velocità e della sinteticità.
Govoni mostra di condividere in proposito le affermazioni di Marinetti, che entusiasticamente sulle parole in libertà aveva scritto:
“ Le parole in libertà sono un nuovo modo di vedere l’universo, una valutazione essenziale dell’universo come somma di forze in moto che s’intersecano al traguardo cosciente del nostro io creatore, e vengono simultaneamente notate con tutti i mezzi espressivi che sono a nostra disposizione”; ed ancora sulla sinteticità aveva detto: “ è stupido scrivere cento pagine dove ne basterebbe una “.
Nelle tre opere citate ritroviamo i due ingrediendi della “Poesia Visiva” e del “Paroliberismo”, ovvero l’immaginazione senza fili, le immagini espresse con parole povere di fili conduttori sintattici, senza punteggiatura alcuna e con una aggettivazione copiosa, secondo i canoni della nuova sensibilità futurista.
In tal modo Govoni ci introduce nell’essenza della materia, assecondando le novità e le suggestioni del movimento futurista, anche al fine di creare attraverso un flusso ininterrotto di immagini, che sarà una caratteristica costante della sua poesia, forti vibrazioni nella fantasia del lettore o dell’ascoltatore.
In lui però non si è del tutto spenta quella connotazione crepuscolare che ha ispirato le prime opere e raccolte poetiche.
Alla esplorazione del mondo industriale e all’audace sperimentalismo formale, si accompagna infatti ancora l’ingenuità e lo stupore della rappresentazione della pianura emiliana e degli oggetti e delle immagini vive che la animano.
Sono comunque diversi gli elementi della formazione poetica di Govoni che si ritrovano nelle sue liriche e nelle sue opere di narrativa, sapientemente dosati da una straordinaria sensibilità: il crepuscolare, il barocco, il metafisico, il bucolico, il mitico tendente al simbolismo, la creazione di immagini di sapore surrealistico.
Di ciò è espressione tutta la produzione letteraria che va dal 1923 al 1940, ed in particolare i libri di narrativa “La Strada sull’acqua”, “Misirizzi”, “I Racconti delle ghiandaie”, e le raccolte poetiche “Quaderno dei sogni e delle stelle” e, soprattutto, “Canzoni a bocca chiusa”.
Le vicende tristi però connesse alla seconda guerra mondiale e soprattutto la morte del figlio Aladino influiranno in modo determinante sul suo modo di comporre, ispirando atmosfere poetiche più tenui, pregne di una più intima affettuosità, di una sensibilità romantica più accesa e più manifesta, ma anche intrise di un nuovo impegno civile .
Nascono così opere come “Aladino”, in cui il poeta dà sfogo al suo dolore di padre con una forte e vibrante intensità di accenti lirici , o come “Preghiera al trifoglio”, e “Stradario della primavera”, che ci presentano un Govoni poeta e narratore sempre pronto a nuove esperienze di fronte ad una realtà multiforme e cangiante, che egli ama osservare, quasi inventariare in ogni particolare, e comunque fare propria e cantare, creando suggestioni nuove e seducenti, da offrire alla sensibilità di chi sa intendere ed alle quali i poeti delle nuove avanguardie non resteranno insensibili.
In sintesi si può dire di Corrado Govoni che tutta la sua esistenza trova ragione nella sua appassionata ed ostinata vocazione alla poesia, esplicata nell’arco di un sessantennio, che ha prodotto un vitale contributo all’invenzione di un nuovo linguaggio poetico del novecento. Ne sono testimonianza in particolare alcune liriche.
La lirica “Noia”, di tono crepuscolare, colpisce in particolare per l’iterazione dell’avverbio “sempre “, che suggerisce il senso di una realtà perpetuamente rifluente e identica a se stessa, esasperante nella sua monotonia, che suggerisce al poeta un’immagine scoraggiante della vita.
La lirica “Rondini d’Italia” è espressione di un certo virtuosismo analogico-simbolico .
All’occhio incantato del poeta le rondini che sfrecciano nel cielo sembrano ritagliare solo per lui, negli incantevoli aspetti della natura, il volto soave della donna amata.
Il poeta allora vorrebbe che la pioggia d’aprile diventasse un salice di vischio per catturare quelle rondini ed impedire loro di portare per il mondo, quasi sciupandolo,
il loro festoso canto d’amore.
Espressione poetica del miglior Govoni è la lirica “Un vento freddo sui lungarni ferma”.
Sullo sfondo dei lungarni fiorentini riaffiorano nella quiete trasfigurazione della memoria le belle passanti. L’animo del poeta, teso alla gioia di una rasserenante catarsi, coglie le bellezze del paesaggio e ne chiarisce il segreto alla sua anima accostandone aspetti naturali e motivi di umana creazione.
Nella lirica “La fiera” il poeta ricorda una serata trascorsa alla fiera con una ragazza e rivive i diversi aspetti e momenti di una giornata felice che raggiunge il suo apice alla sera quando i baci della donna lo infiammano d’amore, dandogli dei dolci sussulti al cuore, che sono come i colpi di carabina che avevano sparato insieme al tiro a segno.
Govoni porta sempre nel cuore il ricordo, i suoni, i colori, i profumi, della sua terra padana e le esperienze vissute, che nella trasfigurazione della memoria erompono in sensazioni che alimentano la fantasia e si materializzano in figure e colori come mossi dal pennello dell’artista sulla tela.
L’angoscia inconsolabile del poeta per l’assassinio del figlio traspare dalla lirica
“Questi giorni invernali così chiari”.
Per il cuore straziato del poeta tutto è gelo, dalla limpidezza dei giorni e delle notti invernali al sangue che gli scorre nelle vene e che pare serbi il rigore del freddo dei sessanta inverni ormai vissuti.
Il dolore straziante della perdita del figlio si estende ormai su tutto l’arco di una vita resa arida dal gelo della morte che solo il pianto disperato del padre può sciogliere.
La tragedia umana della morte del figlio matura in Govoni un poetare nuovo, diverso, delle cui caratteristiche è significativa testimonianza la lirica “Quanto potè durare”, così semplice e spoglia ma al contempo così immensamente disperata.

Eduardo Terrana
Saggista e Conferenziere internazionale su diritti umani e pace
Tutti i diritti riservati all’autore

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