“GALA’ SOTTO LE STELLE” Mercoledì 18 settembre 2019 – ore 19.30 – Villa De Grecis Via delle Murge 63 – Bari

COMUNICATO STAMPA

“GALA’ SOTTO LE STELLE”

Mercoledì 18 settembre 2019 – ore 19.30 – Villa De Grecis

Via delle Murge 63 – Bari

Mercoledì18 settembre 2019 dalle ore 19.30 si svolgerà a Bari nella splendida cornice del Giardino d’Inverno di Villa De Grecis, residenza storica tra le più suggestive della città, il “Gala’ sotto le Stelle”. Evento veramente speciale finalizzato esclusivamente alla raccolta di fondi in favore dell’Associazione Unipancreas del Prof. Giovanni Butturini di Verona che gode del patrocinio tra gli altri dell’Università degli Studi Aldo Moro di Bari e della Regione Puglia. Gli ospiti, in dress code “black tie”, saranno accolti dal patron della Maison Via della Spiga Milano Francesco de Gennaro e dall’avv. Rocco Nanna, presidentedella Fondazione Valente . Introdurrà: l’avv. Annalisa Nanna. Coordinamento a cura di  Marina Corazziari.

La serata prevede un ricco programma che spazierà tra Musica Arte Moda e Food

Inizierà con l’esibizione della nota formazione musicale “Giacomo Desiante Group”, composta da Valentina Pinto (voce), Anna Dibattista (violino), Giacomo Desiante (fisarmonica), Cosimo Maragno (chitarra) e Franco Fossanova (basso) con musiche di Piazzolla, Velasquez, Prèvert, Abreu e Desiante

Il momento Moda sarà caratterizzato dal Magico Defile’ delle creazioni d’haute couture del famoso brand italiano “Via Della Spiga Milano”, dai Gioielli del Mediterraneo
della designer internazionale Marina Corazziari e dall’alta sartoria del pret a porter dell’Atelier di Adriana Dama. I’Hair Style delle modelle sarà affidato alle sapienti mani di GIGI Parrucchieri.

Padrino del “GALÀ” è il noto artista di fama internazionale Omar Galliani docente presso l’Accademia di Brera, il cui autoritratto è stato di recente acquistato dagli Uffizi di Firenze che metterà all’asta un’opera realizzata per la speciale serata, il cui ricavato sarà totalmente donato all’Associazione Unipancreas. Tante le imprese che hanno supportato la serata tra cui Forte Oropan S.p.a., Maldarizzi, Krea, Exprivia, Indeco, Soa Betonpro e tanti altre   

Per info e prenotazioni 0809671893 – Donazione di € 80.00 per la serata

DIRITTI UMANI E GLOBALIZZAZIONE L’ILLUSIONE DI UNA CRESCITA Di Eduardo Terrana

DIRITTI UMANI E GLOBALIZZAZIONE L’ILLUSIONE DI UNA CRESCITA

Di Eduardo Terrana

Non tutto il mondo si  muove all’unisono verso i traguardi del benessere e del miglioramento diffuso, ciò perché la globalizzazione più che includere esclude dal benessere individui e popoli; trasferisce la ricchezza dai poveri ai ricchi; si diffonde un modello unico di sviluppo che prescinde da tutti i valori locali e distrugge le diversità.
Insomma la globalizzazione genera più vinti che vincitori e  dà solo l’illusione di una crescita e di un benessere generalizzato e globale. In tale ottica si preclude ogni auspicato avanzamento su fronte dei diritti umani e di miglioramento delle condizioni   dei popoli meno abbienti del Pianeta.  Le statistiche sembrano avallare queste paure. Nel XVII° secolo la differenza di ricchezza tra nord e sud del mondo era di 2 a 1, nel 1965 era di 30 a 1, oggi è di 70  a 1.
Oggi la ricchezza è più grande che in qualsiasi altro periodo della storia umana ma la miseria colpisce quasi la metà della popolazione mondiale.
Il 20% dell’umanità possiede l’86% di tutta la ricchezza del mondo. L’80% più povero dispone appena dell’1,3% delle ricchezze del mondo.
Un miliardo e 500.000 persone vivono con meno di un dollaro al giorno, arriveranno a due dollari, e sarà una conquista!, entro il 2025.
Il patrimonio delle 200 persone più ricche del mondo è passato da 440 miliardi di dollari a più di mille miliardi di dollari in soli quattro anni. Tre multimiliardari, gli uomini più ricchi del Pianeta, hanno un reddito che equivale al prodotto interno lordo di 49  paesi sottosviluppati, dove vivono 600 milioni di individui.
L’indebitamento dei paesi sottosviluppati negli ultimi anni è raddoppiato.Le disuguaglianze vanno crescendo. Negli ultimi 25 anni circa 200 milioni di persone sono morte per fame; un miliardo 300 milioni di persone non ha acqua da bere e non solo potabile!
Nell’anno 2050 mancherà acqua potabile per il 40% della popolazione mondiale.  La carenza di acqua potrebbe generare dispute che potrebbero sfociare in conflitti e guerre. Il fenomeno peraltro è reso sempre più grave dalla scarsità delle precipitazioni.
Il processo di globalizzazione sta concentrando il potere e le ricchezze sempre più nelle mani di pochi. Circolano i capitali, ma non la forza lavoro.
I Paesi in via di sviluppo hanno l’obbligo di aprire i propri mercati ma non hanno accesso alla tecnologia.
Il divario aumenta anche all’interno dei singoli Stati. In Russia, adempio, il 20% più ricco dispone di un reddito 11 volte superiore a quello del 20% più povero. Insomma il globale dà, il globale toglie. Prende la nostra vita, cambia le nostre abitudini e le nostre relazioni, modifica i nostri rapporti familiari e sociali. Cambia il nostro lavoro per effetto dell’inarrestabile tecnologia in un mondo sempre più interdipendente e ci impone le multinazionali.
Saltano così le vecchie e sane tradizioni. Mangiamo nei ristoranti delle multinazionali, facciamo la spesa nei loro supermercati, depositiamo i nostri risparmi nelle loro banche, almeno chi se lo può permettere, vestiamo i loro vestiti, alla cui confezione magari hanno lavorato bambini al di sotto dei 12 anni.
Fenomeno veramente incivile quello del lavoro minorile! Sono oltre 250 milioni i bambini al lavoro nel mondo di cui oltre la metà impiegati a tempo pieno. Per loro non c’è infanzia e adolescenza. Per loro non ci sono carezze genitoriali e prospettive di istruzione e di crescita. Per loro non c’è riconoscimento di diritti come non c’è spazio in cui possano trascorrere un momento di allegria magari correndo dietro una palla fatta di stracci o di carta.
E nel mondo le multinazionali prosperano. Sono oltre 60.000 ma quelle che contano sono poco più di 600.
La globalizzazione così, anche se resta un fenomeno che non si può fermare, disorienta e fa paura, perché non ha un volto umano.
Andrebbe allora valutata e guidata meglio anche in un’ottica di crescita e di sviluppo della Persona umana, mentre così come viene concepita e realizzata proietta in una dimensione lontana la speranza di una umanità di uguali anche in senso economico.
Eppure si pensi che per garantire l’istruzione di base a tutti i bambini poveri del mondo basterebbero 6 miliardi di dollari che è meno di quanto si spende solamente negli stati Uniti per cosmetici in un anno; e per garantire l’acqua e le infrastrutture igieniche per tutti i meno abbienti del mondo basterebbero 9 miliardi di dollari che è meno di quanto si spende in Europa in un anno per gelati; per garantire, infine,          una adeguata assistenza sanitaria alle donne in gravidanza basterebbero 12 miliardi di dollari equivalente a quanto si spende negli USA e in Europa per profumi.
Tutto ciò mette in risalto da un lato l’ambivalenza della mondializzazione e dall’altro evidenzia che il profitto non è l’unico né il principale indice perché scopo dell’impresa è l’esistenza di una comunità di esseri umani, che viva, possibilmente!, i benefici della Pace.

Eduardo Terrana

EDUARDO TERRANA

Conferenziere internazionale su diritti umani

Tutti i diritti riservati all’autore

Oggi Maria Callas

Maria Callas
-data di nascita: domenica 2 dicembre 1923
data morte: venerdì 16 settembre 1977

Maria Callas: L’appellativo di Divina dà la misura di ciò che ha rappresentato nel panorama musicale del Novecento. Considerata la più grande cantante lirica di tutti i tempi, ha conquistato i teatri di tutto il mondo con la sua voce inimitabile e la forza drammatica dei personaggi portati in scena.

Nata a New York e morta a Parigi nel 1977, all’anagrafe risultava come Maria Anna Sophie Cecilia Kalogeropoulos. Divenne celebre nel 1948 dopo aver cantato a Firenze la Norma di Bellini, in particolare l’aria Casta Diva che divenne il suo cavallo di battaglia.

La tormentata relazione con il plurimiliardario armatore greco Aristotele Onassis la costrinse ad allontanarsi dalle scene nel 1961, per poi riprendere i concerti con minor successo, fino all’ultima esibizione a Sapporo, in Giappone, nel 1974.
Cresy Crescenza Caradonna

accadeoggi #cantolirico

LA MISERICORDIA SARÀ DEI MISERICORDIOSI XXIV Domenica del tempo ordinario

LA MISERICORDIA SARÀ DEI MISERICORDIOSI

XXIV Domenica del tempo ordinario

Commento a Luca 15, 11-32

Una delle categorie teologiche più messe in risalto da Luca, e comunque leggibile negli altri Vangeli, ha portato un grande cambiamento nel modo che l’uomo aveva per concepire Dio. Stiamo alludendo a quello che il tema più evidente di questo celebre brano evangelico, conosciuto come “la parabola del figliol prodigo”, ovvero: la smisurata misericordia del Padre. Essa è talmente vasta e insondabile da apparire alla nostra razionalità esagerata e controproducente. Se questo è vero per noi, cristiani del terzo millennio, quanto ancora più inconcepibile doveva apparire l’atteggiamento promosso da Gesù. Sappiamo bene che egli spalancava le porte anche ai peccatori pubblici, ritenuti irrecuperabili o, addirittura, meritevoli di morte.

(Cfr. vv 11-13) La nostra parabola, forse più di tutte le altre, sa darci un preciso identikit di Dio Padre. Essa ha tre personaggi principali: Il padre (che Gesù identifica con Dio), Il figlio maggiore (il popolo eletto), il figlio minore (i gentili e i peccatori). Ciò che colpisce da subito è la sconcertante liberalità di questo papà, talmente innamorato e rispettoso della volontà dei suoi figli, da concedergli totale libertà. Il suo amore non è dunque possessivo e geloso, non tratta i figli come proprietà privata e riconosce loro la pienezza di ogni diritto. Non è un padre padrone, come la gran parte dei capi famiglia di quell’epoca. Questo uomo è talmente fedele alle sue scelte da farlo sembrare perfino sconsiderato. Ma in cosa consiste l’eredità citata nella parabola? L’ipotesi più probabile, a mio avviso, è che sia la nostra vita. Questa è la ricchezza che ci viene affidata; siamo noi a scegliere come “spenderla”, nel bene o nel male, dentro o fuori la casa del padre.

(Cfr. vv 14-20) Che succede se investiamo male la vita che ci è concessa? Dio non ha voluto affidare a noi la Rivelazione per tormentarci con assurdi divieti, ma perchè potessimo prosperare e realizzarci, essere felici. Un sentiero esistenziale che possiamo percorrere solo alla luce dell’insegnamento di Cristo, Via, Verità e Vita. Non sembra questa però l’opzione che il figlio “più giovane” sembra aver scelto. Egli credeva di trovare gioia e serenità inseguendo le chimere di una falsa felicità che si fonda sulla creazione ed il soddisfacimento di bisogni fittizi, i quali non possono ai nostri reali bisogni. L’ebrezza dei paradisi artificiali, una sessualità fine a se stessa, il potere, il denaro, il successo, cosa produce una vita spesa per questi “beni”?
Il figlio minore apre gli occhi sulla sua condizione reale. Capisce di vivere una vita immonda poichè si trova a essere schiavo di un despota, la sua dipendenza dal peccato. Egli finisce fra i porci, gli animali impuri per eccellenza nella mentalità semita, questo lo rende perennemente impuro. Ha fame, ma proprio quella condizione in cui ha liberamente scelto di vivere, non gli permette di saziarsi, ovvero: soddisfare le sue vere necessità.

Potrebbe sembrare che questo figlio prodigo non abbia alcuna virtù, ma non è così. Innanzitutto egli confida nella misericordia del Padre e questo dimostra che possiede una conoscenza autentica della sua persona. Ha, inoltre, una grande umiltà perchè accetta l’eventualità di umiliarsi davanti alla sua famiglia e di essere considerato l’ultimo garzone di casa.

(Cfr. vv 20b-24) Il Padre vede nel segreto del nostro cuore. Appena uno spiraglio di disponibilità si apre nei suoi confronti egli agisce per redimerci, ci corre incontro e ci abbraccia. Sant’Agostino diceva: “Il Dio che ti ha creato senza di te non può salvarti senza di te”. Mirabile sintesi. Affermando di non avere più diritto a essere considerato suo figlio, questi consegna interamente la sua sorte nelle mani del padre affidandosi a lui senza riserve.

In tutta risposta il padre gli affida tre doni. La veste battesimale: segno del nostro essere nuove creature, libere dalla colpa originale. L’anello simbolo della riacquistata dignità filiale e della sua posizione autorevole nella casa del Padre. I sandali: anticamente usati solo per i lunghi viaggi, indicano la libertà incondizionata nuovamente concessa.

La festa che questo padre prepara simboleggia il cielo. Essa ha dimensioni cittadine. Infatti basta pensare a quanto sia grande un vitello, possiamo ben immaginare che gli invitati dovevano essere centinaia. Si tratta dunque di evento pubblico per cui tutti dovevano gioire.

(Cfr. vv 25-32) Il Figlio maggiore, dai tempi dei padri della chiesa, rappresenta il popolo fedele, che resiste alle tentazioni della falsa felicità e resta nella Grazia del Padre. In questo caso però si tratta di una fedeltà apparente. E’ chiaro che il cuore di questo figlio non è conforme a quello del papà, non gli sta a cuore il bene del fratello e non accetta l’amore che il padre ha verso il figlio minore. Questo gli impedisce di partecipare alla festa e lo fa restare fuori. Il non perdono ci condanna ancor di più del peccato stesso!

È Dio a mandarci all’inferno? O siamo piuttosto noi a preferirlo al Cielo? Da questo brano sembra maggiormente plausibile la seconda ipotesi. Il Padre stesso lascia la festa, per andare incontro all’altro figlio, perchè gioisca con lui assieme a tutti gli invitati, ma questi non vuole ascoltare e si ostina ad attribuire un atto ingiusto a quell’uomo pieno di misericordia. Alla possibilità di vedere suo fratello redento e felice, preferisce quella di saperlo punito e umiliato, come può, chi nutre tali sentimenti, entrare nella beatitudine eterna?

FRA UMBERTO PANIPUCCI

Felice Domenica

Castel del Monte Comune di Andria Provincia di Bari

Castel del  Monte
Comune di Andria
  Provincia di Bari

Il castello è costruito direttamente su un banco roccioso, in molti  punti affiorante, ed è universalmente noto per la sua forma ottagonale.  Su ognuno degli otto spigoli si innestano otto torri della stessa forma  nelle  cortine murarie in pietra calcarea locale, segnate da una cornice  marcapiano,  si aprono otto monòfore nel piano inferiore, sette bifore ed una sola trifora, rivolta verso Andria, in quello superiore.

  Il cortile, di forma ottagonale, è caratterizzato, come tutto  l’edificio, dal contrasto cromatico derivante dall’utilizzo di breccia  corallina, pietra calcarea e marmi; un tempo erano presenti anche  antiche sculture, di cui restano solo la lastra raffigurante il Corteo  dei cavalieri ed un Frammento di figura antropomorfa.

In  corrispondenza del piano superiore si aprono tre porte-finestre, sotto  cui sono presenti alcuni elementi aggettanti ed alcuni fori, forse  destinati a reggere un ballatoio ligneo utile a rendere indipendenti  l’una dall’altra le sale, tutte comunicanti tra loro con un percorso  anulare, ad eccezione della prima e dell’ottava, separate da una parete  in cui si apre, in alto, un grande òculo, probabilmente utilizzato per  comunicare.
Le  sedici  sale, otto  per  ciascun  piano, hanno   forma trapezoidale e sono state coperte con un’ingegnosa soluzione. Lo  spazio è ripartito, infatti, in una campata centrale   quadrata    coperta  a  crocièra  costolonata,  ( con  semicolonne    in   brèccia    corallina a pianterreno e pilastri trilobati di marmo a quello  superiore), mentre i residui spazi triangolari sono coperti da volte  a  botte ogivali.
Le chiavi di volta delle crociere sono diverse fra loro, decorate  da  elementi  antropomorfi ,  zoomorfi  e fitomorfi.

Il collegamento fra i due piani avviene attraverso tre scale a chiocciola inserite in altrettante torri.

Alcune di queste torri accolgono cisterne per la raccolta delle acque  piovane, in parte convogliate anche verso la cisterna scavata nella  roccia, al di sotto del cortile centrale. In altre torri, invece, sono  ubicati i bagni, dotati di latrina e lavabo, ed affiancati  i
tutti  da un piccolo ambiente, probabilmente utilizzato come  spogliatoio   o    forse   destinato  ad  accogliere vasche per abluzioni, poiché la cura  del corpo era molto praticata da Federico II e dalla sua corte, secondo  un’usanza tipica di quel mondo arabo così amato dal sovrano.
Grandissimo interesse riveste il corredo scultoreo che, sebbene  fortemente depauperato, fornisce una significativa testimonianza  dell’originario apparato decorativo,un tempo caratterizzato  anche  dall’ampia gamma cromatica dei  materiali
impiegati: tessere musive,  piastrelle maiolicate, paste vitree e dipinti murali, di cui fra la  fine del ‘700 ed i primi dell’800 alcuni scrittori e storici locali  videro le tracce, descrivendole nelle loro opere.

Attualmente  sono ancora presenti le due mensole antropomorfe nella Torre del  falconiere, i telamoni che sostengono la volta ad ombrello di una delle  torri scalari ed un frammento del mosaico pavimentale nell’VIII sala al  piano terra. Nella Pinacoteca Provinciale di Bari sono stati  temporaneamente depositati, invece, due importanti frammenti scultorei,  raffiguranti una Testa ed un Busto acefalo, rinvenuti nel corso dei  lunghi restauri, che non hanno restituito alcuna traccia, invece,  della  vasca ottagonale posta al centro del cortile, citata da alcuni studiosi  del secolo scorso.   (M.T.)


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“IL FUTURO E LA GRANDE SFIDA SUI DIRITTI UMANI” di Eduardo Terrana

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IL FUTURO E LA GRANDE SFIDA SUI DIRITTI UMANI                                                    

di Eduardo Terrana

La promozione integrale di tutte  le categorie dei diritti umani è la vera garanzia del pieno rispetto di ogni singolo diritto. La difesa dell’universalità e della indivisibilità dei diritti umani, altresì,  è essenziale per la costruzione di una società pacifica e per lo sviluppo integrale di individui, popoli e Nazioni.

La realtà del mondo però  sempre più evidenzia che queste affermazioni sono rimasti meri principi e che la loro realizzazione è ferma davanti al deserto degli egoismi che ne ostacola il diritto di esistere.

Parliamo allora di crisi dei diritti umani, che è,  al fondo, una crisi di diritti esasperati e dissociati dai valori e quindi dissociati dai doveri, che sempre corrispondono ai diritti.

E’ la crisi di una cultura che ha vivissima la consapevolezza dei diritti dell’uomo, che è più  che mai  decisa a rivendicarli, ma che ha represso la verità fondamentale che la società, la quale dovrebbe godere dei diritti è “Una e La Stessa” con la società che deve realizzare i medesimi diritti. Ora se questa seconda società non esiste, in quanto i suoi membri non sono disposti a investire il quantitativo necessario di energie fisiche, intellettuali, morali, neanche la prima può esistere.

Libertà e sicurezza sociale sono solo per quelle società le quali riconoscono che la     “ Libertà da “, sulla quale insisteva l’Illuminismo, ha senso e reca frutto solo se congiunta con la “ Libertà per”, cioè per i valori che fanno umana, nelle sue varie dimensioni, la convivenza degli uomini al di dentro dei confini di uno Stato.

Ora l’imperativo morale è precisamente il vincolo che congiunge la libertà al mondo dei valori. Senza il diritto non può esistere una società fatta a misura della dignità dell’essere umano. Prima del diritto, però, e a garanzia di esso sta la legge morale, cioè sta la Persona nel suo statuto ontologico di essere morale. La Persona che fonda lo Stato è anche l’operatore insostituibile di un ordinamento, di cui, come recita        l’ Enciclica Pacem in Terris: “ fondamento è la verità, misura e obiettivo la giustizia, forza propulsiva l’amore, metodo di attuazione la libertà”. Ciò che vale a dire: lo stato dei diritti umani nel significato più vero del termine.

La tensione ideale di ogni coscienza dei diritti e della dignità umana deve pertanto tornare ad avere  ed a trovare un approdo: i valori.

Il futuro deve percorrere questa strada. Una strada in cui alle parole ed alle dichiarazioni corrisponda il riconoscimento del primato ontologico della Persona sulla Società, dei doveri sui diritti. Una strada  in cui si affermi il principio della non violenza e della non discriminazione, che significa rispetto della Persona e della sua personalità, significa uguaglianza di opportunità, significa accettazione delle diversità, nel senso e nel rispetto del primo paragrafo della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo, che afferma  “  il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia e dei loro diritti uguali ed inalienabili”; dell’articolo tre della stessa Dichiarazione sui diritti dei portatori di handicap che sancisce “ il portatore di handicap ha un diritto connaturato al rispetto della sua dignità umana. Il portatore di handicap, quali che siano l’origine,la natura e la gravità delle sue difficoltà e deficienze, ha gli stessi diritti fondamentali dei suoi concittadini di pari età, il che comporta come primo e principale diritto quello di fruire, nella maggiore misura possibile, di un’esistenza dignitosa altrettanto ricca e normale”; dell’articolo ventitre della Convenzione internazionale su diritti  del Fanciullo che afferma che  “  i fanciulli mentalmente o fisicamente handicappati devono condurre una vita piena e decente, in condizioni  che garantiscano la loro dignità, favoriscano la loro autonomia e agevolino una loro attiva partecipazione alla vita della comunità.”

Questa dignità va riaffermata come fondamentale della Persona ma con il rifiuto e la messa al bando di tutte quelle situazioni negative che non prevedono la tutela della Persona umana nelle sue condizioni materiali, nelle sue condizioni morali nonché nel processo di integrazione dell’individuo nella società propria ed altrui. Va riaffermata con la messa bando e la repressione, altresì, di tutte quelle situazioni di tensione di varia natura: politica, sociale, religiosa, ancora esistenti in singoli paesi o in determinate aree geografiche che attentano ai fondamentali diritti umani aggredendo la vita, l’integrità fisica e la libertà di Persone pacifiche ed inermi, in modo indiscriminato ed in diverse forme: stragi, esecuzioni sommarie, ferimenti, cattura e detenzione di ostaggi, dirottamenti di aerei civili. Va ricercata  ed attuata la protezione giuridica della persona sempre con la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio, con la lotta alla tortura,  con l’abolizione ed il divieto della schiavitù e della tratta, con la repressione del terrorismo, con il rifiuto di tutte le discriminazioni tra i popoli.

Il futuro dell’impegno internazionale sui diritti umani ci si presenta dunque davanti come una “grande sfida”, perché i diritti umani costituiscono ancora oggi il paradigma mediante il quale verificare d’ora in avanti la qualità dei sistemi sociali, politici, economici,  all’interno ed all’esterno degli Stati nazionali.

Si impone, pertanto, urgente riattualizzare il dibattito sul tema, al quale la “Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo”, documento di eccezionale valore intellettuale e morale, ha dato un apporto fondamentale.

Il processo che è’ stato messo in moto non può e non deve avere sosta. Si stanno facendo strada nuove generazioni di diritti umani. Dopo quelli ricordati, detti della prima e della seconda generazione, ci troviamo ormai di fronte a quella che viene indicata come la terza generazione dei diritti umani. Si tratta  dei cosidetti “ diritti di solidarietà”, che pongono accanto al diritto della Persona il diritto dei popoli. E’ questa una materia ancora giuridicamente controversa, ma non tanto da negare evoluzioni e progressive affermazioni che si sono ormai saldamente consolidate. Nessuno pone oggi in discussione il diritto dei popoli all’autodeterminazione, mentre tra le altre categorie: il diritto alla pace, il diritto all’ambiente, il diritto allo sviluppo, ricche di contenuto e di carica propulsiva,  si stanno gradualmente aprendo un varco  ed appaiono come le novità emergenti.

Diritti umani e pace sono inscindibili, come lo sono pace e sviluppo. Il diritto alla vita postula la pace. Se non c’è vita non c’è neppure il presupposto per la realizzazione di alcun altro diritto umano. Ma la pace non è ancora un diritto formalmente riconosciuto all’interno di una norma giuridica. E’, come dire, un diritto in cantiere la cui costruzione dipende dalla ricerca e dalla educazione alla pace.

Un  altro diritto va rilevato , quello della Umanità alla conservazione della specie. Diritto che mette in risalto la figura e la funzione della Donna, genitrice per antonomasia, che è sempre un valore. Basti in proposito pensare a quanto la scienza oggi è in grado di operare sullo stesso concepimento dell’uomo per darsi conto delle nuove problematiche, per taluni aspetti sconvolgenti, vedi la clonazione, che si impongono e rendono necessaria la ricerca di un nuovo equilibrio con il rispetto dei valori fondamentali della Persona umana.

La tutela dei diritti dell’uomo e dei popoli non può avere ulteriori ristretti e/o sfumati confini. La sfida che ne discende deve pertanto caricarsi di una assiologia umano centrica sulla base di un paradigma universale, interrogarsi sulle sue finalità, rivisitarsi nei suoi programmi, per la promozione della Persona e lo sviluppo di tutti i popoli, nel rispetto delle specifiche identità culturali  e deve essere sorretto da un intendimento morale per realizzare il vero bene del genere umano.

Bisogna allora  uscire dal deserto degli egoismi e della  schiavitù del male perché queste affermazioni possano effettivamente realizzarsi, perché si possa edificare la dignità umana,  a cominciare dai più poveri e dai più deboli, fornendo ad ogni abitante della terra quel minimo benessere che consenta di vivere in libertà, non mancando dell’indispensabile per sostenere la famiglia, educare i figli e sviluppare le proprie capacità umane.

Eduardo Terrana

(Conferenziere internazionale sui diritti umani)

Tutti i diritti riservati all’autore

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EUGENIO MONTALE E IL MALE DI VIVERE Di Eduardo Terrana

EUGENIO MONTALE E IL MALE DI VIVERE

  La poesia del Poeta interprete della crisi spirituale dell’uomo moderno e della visione pessimistica e desolata della vita del nostro tempo.

Di Eduardo Terrana

Ricorre oggi, 12 settembre, l’anniversario di morte di un grande poeta e scrittore tra i più rappresentativi del novecento letterario italiano, Eugenio Montale. Nato a Genova il 12 ottobre 1896 e morto a Milano il  12 settembre 1981, Montale ha svolto la professione di giornalista. Nel 1967 è  nominato a senatore a vita e nel 1975 arriva il riconoscimento alla sua statura di poeta con il conferimento del  premio Nobel per la letteratura, dopo che le Università di Milano e di Torino gli avevano conferito, per meriti letterari, la “laurea honoris causa”. E’ stato, tra l’altro, insignito delle onorificenze  di Grande ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica italiana, nel 1961, e di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana, nel 1965.

Montale Inizia nel 1925 la sua attività di critico artistico e letterario. La sua prima raccolta di poesie “ Ossi di seppia“ è del 1926, un anno che rappresenta un momento importante nella vita del Poeta perché lo vede collaboratore de “ Il Baretti “, la rivista di Piero Gobetti, e firmatario de” Il Manifesto degli intellettuali antifascisti”  di Giovanni Amendola e Benedetto Croce.
Conosce anche il letterato triestino Roberto Bazlen che lo introduce alla lettura e conoscenza delle opere dello scrittore  Italo Svevo, del quale  Montale approfondirà la conoscenza letteraria e sul quale scriverà numerosi articoli,  così scoprendone, da critico, il valore letterario e diffondendone l’opera .

Altro momento importante della vita del Montale sono gli anni tra il 1927 ed il 1937 e la sua permanenza a Firenze  caratterizzati da una straordinaria intensità di rapporti umani e culturali. A  Firenze conosce tra gli altri Elio Vittorini, Carlo Emilio Gadda, Salvatore Quasimodo, Guido Piovene e i critici Giuseppe De Robertis e Gianfranco Contini, che si radunano tutti al caffè “ Le Giubbe Rosse “.
Nel periodo collabora alle riviste “ Solaria “ di Carocci, Ferrara e Bonsanti, e “Pegaso” di Ojetti, Pancrazi e De Robertis.

“I vent’anni vissuti a Firenze”, scriverà Montale:  “ sono stati i più importanti della mia vita. Lì ho scoperto che non c’è soltanto il mare ma anche la terraferma; la terraferma della cultura, delle idee, della tradizione, dell’umanesimo. Vi ho trovato una natura diversa, compenetrata nel lavoro e nel pensiero dell’uomo. Vi ho compreso che cosa è stata, che cosa può essere una civiltà.”

Firenze segna una svolta anche nella vita sentimentale del poeta. Vi conosce infatti Drusilla Tanzi, moglie del critico d’arte Matteo Marangoni, che corteggia, ricambiato, e che diverrà in seguito sua moglie. Drusilla sarà la moglie,  ma altra donna sarà la sua  vera musa ispiratrice , una donna sulla quale Montale per l’intero arco della sua vita manterrà il più stretto riserbo  ed il cui nome sarà rivelato un anno dopo la morte del poeta dal critico Luciano Rebay . Si  tratta di Irma Brandeis , appartenente ad una delle famiglie più illustri di ebrei mitteleuropei  emigrati in America, che il poeta canterà nelle sue liriche col nome poetico di “Clizia”.
Quella di Montale è’ una poesia che, nel solco della letteratura decadente, ricerca: il senso della vita e un rapporto razionale tra le cose e gli eventi , che trova però solo   “una muraglia”, come dice il poeta, ”irta di cocci aguzzi di bottiglia”, che impedisce la
conoscenza della realtà. Una poesia che ricerca: il vuoto, che è intorno ad ogni individuo e la solitudine, compagna inseparabile, che ne caratterizza l’esistenza: l’alienazione, l’impossibilità di comunicare, l’indecifrabilità del reale.

Sono questi i contrassegni  della crisi dell’uomo moderno, del suo  male di vivere, della sua  totale negatività di essere, di cui Montale è interamente e drammaticamente interprete partecipe. Tale visione radicalmente negativa dell’essere domina in Montale sin dalle più antiche poesie degli “Ossi.”
Una visione negativa, tutta interiore e capace , tuttavia, di proiettare anche al di fuori, sul mondo dei fenomeni e delle apparenze, i sintomi di uno strisciante male e di un’intima, struggente, non-voglia di vivere.

E’ una poesia che si alimenta della scoperta dell’assurdità del reale e del rovesciamento delle certezze e che vuole essere una risposta tipicamente borghese al malessere dei tempi. Una poesia lontana dall’idea dannunziana del poeta-vate, che non ha quindi messaggi-verità da comunicare e che  parte dall’intuizione della fondamentale insussistenza del mondo; un’insussistenza  che è innanzitutto ontologica, che coinvolge anche l’io, e che nasce dalla constatazione che le cose non hanno consistenza ed il tutto è solo rappresentazione.

E la mancata scoperta del significato delle cose porta il poeta a negarle. Ecco allora che inizialmente  domina in Montale quella che lui stesso ha definito “la poetica del non “. Perciò egli scrive “ non domandarci la formula che mondi possa aprirti”,ossia la parola magica e  chiarificatrice, che possa dare delle certezze.”  L’unica cosa certa che egli si sente di dire si legge nei versi: “codesto solo oggi possiamo dirti – Ciò che non siamo – ciò che non vogliamo”,ossia gli aspetti negativi della vita.
Montale non è disponibile ad illusioni idealistiche, ossia a vedere il  mondo come rappresentazione dell’io,  e non crede neppure all’oggettività naturalistica del mondo.
Nella poesia di Montale il “Vero Assoluto”, rappresentato da Dio oppure, per l’agnostico, dal “Nulla”,  resta lontano ed inimitabile.
Rispetto ad esso l’uomo resta in una condizione di fondamentale ignoranza, perciò Montale si serve di un linguaggio anche modesto per esprimere  la sua poesia sentita  come acquisizione di uno spazio di silenzio e di libertà, come condizione al manifestarsi miracoloso di un improvviso “varco” verso il significato del tutto.
E il varco, che il poeta non rinuncia a ricercare, attraverso cui  giungere a comprendere il senso della vita individuale e cosmica, è rappresentato dall’inaspettata possibilità di essere posti oltre l’apparenza, verso quel quid definitivo che rappresenta l’approdo a qualcosa di più vero e duraturo dell’apparenza. Perciò la poesia del Montale esprime  la possibilità del miracolo, l’attesa di una epifania del senso ultimo delle cose.

In tale visione,  Il male ed il dolore, (vedi  poesia: Felicità raggiunta, si cammina),  hanno per Montale un’incidenza sulle vicende umane  che rimane irredenta se non avviene il miracolo di un fatto veramente positivo. La felicità è uno stato assolutamente precario sempre sul punto di dissolversi. E quand’anche l’individuo riesca a raggiungerla, essa non ha la facoltà di redimere ed annullare il passato.

Non c’è nella poesia di Montale sfogo sentimentale; non ricorre  in essa la protesta , la polemica e  gli accenti, ma c’è il male di vivere, oltre il quale s’intravede l’anelito alla libertà; come c’è  un’irruzione della storia, nella quale il poeta cerca “ Il varco “ per sé e per gli altri.

C’è il coraggio morale  di guardare le cose “a ciglio asciutto”,  come scrive  il poeta, cioè  senza speranze, né illusioni; di porsi contro il mito del poeta-vate: D’Annunzio, ma anche Carducci ed in parte  Pascoli;  di porsi,  come una bandiera, alla faciloneria, alla retorica e soprattutto all’ottimismo idiota del regime fascista , che si manifesta  contro l’uomo e contro la cultura.

Montale non è un creatore di parole che non hanno senso e quindi non comunicano altro che il nulla, ma è l’interprete dei dati reali considerati segnali-simbolo per decifrare la realtà.

Ogni paesaggio ed ogni oggetto è visto da Montale contemporaneamente nel suo aspetto fisico e nel suo aspetto metafisico, nel suo essere cosa ed insieme simbolo della condizione umana di dolore e di ansia. L’originalità perciò del suo poetare  sta proprio nell’uso della tecnica del correlativo – oggettivo, consistente nell’intuizione di un rapporto tra situazioni ed oggetti esterni ed il mondo interiore,  che domina la sua poesia, nel senso che  una serie di oggetti , di situazioni, di occasioni, diventano la formula di determinati stati emotivi,  della cui più intima ratio solo il poeta ne ha perfetta consapevolezza.

In tal modo il sentimento non è espresso ma rappresentato da un oggetto ad esso correlato.
In tale accezione la poesia è idea, memoria, e l’essenza delle cose è colta in negativo; e l’uomo è come smarrito nel caos del mondo dove cerca se stesso.
Tale consapevolezza dà al poeta il coraggio di rinunziare ad ogni illusione, di ripiegarsi su se stesso e di accettare il male di vivere e la sua condizione di uomo isolato che vive la sua solitudine.
Sono questi, in breve, gli aspetti significativi della poesia di Montale, dove la negatività domina, oscillando tra la constatazione del male di vivere e la speranza, vana, ma sempre presente e risorgente, del suo superamento,  e di cui è  una prima testimonianza la lirica “Non chiederci la parola” nella quale Montale precisa le motivazioni morali della sua poetica che non evade dalla realtà storica del momento, caratterizzata da un profondo vuoto morale e spirituale, ed invita pertanto a  guardare alla realtà senza chiedere  parole consolatorie alla poesia, che altro non può dare se non, come recita il verso,  “qualche storta sillaba e secca come un ramo”, ovvero che  la realtà va detta e rappresentata senza infingimenti.

La lirica testimonia la crisi spirituale  dell’uomo moderno, povero di un fondamento solido su cui edificare la vita di un senso trascendente.
La negatività vi è rappresentata in termini dialettici e non assoluti, tesa al positivo e non nichilista, anzi aperta a possibilità di soluzioni positive per il domani.
Nella lirica Montale esprime l’affermazione della propria indipendenza morale nonché l’accettazione del male di vivere.
Montale ha lasciato l’eredità della sua produzione lirica in varie  raccolte poetiche, ricordiamo in particolare, “ Ossi di seppia”  del 1926, “ Le occasioni” del 1939, “ La Bufera e altro” del 1956, Satura del 1971.

Negli “Ossi di Seppia”  Montale evidenzia la volontà di staccarsi dalla precedente tradizione aulica-accademica, carica di toni retorici, per affermare una poesia di timbro familiare.
Dice lo stesso Montale, “Scrivendo il mio primo libro …volevo che la mia parola fosse più aderente di quella degli altri poeti che avevo conosciuto. Più aderente a che? Mi pareva di vivere sotto una campana di vetro, eppure sentivo  di essere vicino a qualcosa di essenziale. Un velo sottile, un filo appena mi separava dal quid definitivo. L’espressione assoluta sarebbe stata la rottura di quel velo, di quel filo: un’esplosione, la fine dell’inganno del mondo come rappresentazione”.

La coscienza, umile e saggia del proprio limite umano e poetico apre però alla  speranza di incontrare  “ qualcosa “ che dia senso al tutto.
Negli Ossi di Seppia è centrale la riflessione su di sé, l’autobiografismo, la proiezione di sé in un simbolo naturale, che fosse “il mare-fermentante” o “l’ombra”  stampata sul muro. Vi si ritrovano i temi della constatazione della solitudine dell’uomo, dell’inconoscibilità del reale, dell’aridità della vita, ed in tal senso è già una dichiarazione di poetica.

Vi si ritrova anche il paesaggio ligure aspro, dissecato, impervio, dove, alle Cinque Terre di Monterosso, il Poeta trascorse, nell’infanzia e nell’adolescenza, le vacanze estive, in mezzo a quella natura, di fronte a quel mare , che si configurano come i luoghi della sua prima poesia  e per cui scriverà il poeta: “Mi affascinava la solitudine di certe ore, di certi paesaggi.”

Il motivo di fondo della poesia di Montale  è la visione pessimistica e desolata della vita del nostro tempo, che vede il crollo degli ideali, per cui tutto appare oscuro, vuoto e senza senso. Di tanto è testimonianza la lirica “Meriggiare pallido e assorto”, dove il poeta ci conduce alla cosmica rappresentazione della vita come sofferenza, correlando a questa visione-rappresentazione emblematica del limite umano  tutto l’esteriore  panorama naturale.
La vita si configura così in Montale come una prigione rovesciata, che condanna all’esclusione di un “paradiso”. Vivere è per lui, come andare  lungo una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia così impedendo di vedere cosa c’è al di là, ossia lo scopo ed il significato della vita.  Si colgono nella lirica i temi: del senso del mistero della vita, della solitudine esistenziale, del  dolore per un destino privo di felicità.

 Nella raccolta “Le  Occasioni” , si avvertela stessa visione tragica della vita  de  “Gli Ossi”,  ma vi si coglie anche il senso del colloquio a distanza con la salvifica ispiratrice, Clizia; dirà il poeta: “sullo sfondo di una guerra cosmica e terrestre, senza scopo e senza ragione, mi sono affidato a lei, donna o nube, angelo o procellaria”.

Nelle poesie della raccolta  Montale rievoca le  “occasioni”   della sua vita passata, amori, incontri, riflessioni su avvenimenti, paesaggi, ricordati non per nostalgia ma per analizzarle e capirle nel loro valore simbolico.

Il poeta sente  il bisogno insistente , ma deluso, di trovare il senso delle cose e della vita cercando nel mondo della memoria quella salvezza che la cieca negatività dell’esistenza vieta, ma scopre  che: una nebbia vela la memoria, ( lirica: “non recidere forbice quel volto”); il passato è irrevocabile, ( lirica: “la casa dei doganieri”); tutto è determinato dal caso; manca un filo logico nel rapporto tra le cose; il tempo scorre impietoso;  e la ricerca di un varco è vana.
Domina nella raccolta la tematica esistenziale anche se  già s’intravede la bufera, la minaccia prossima della guerra, che si avvicina.
Montale però, estraneo sempre alle mode, procede dritto per la sua strada.
Scriverà: “L’argomento della mia poesia , e credo di ogni possibile poesia, è la condizione umana in sé considerata, non questo o quell’avvenimento storico. Ciò non significa estraniarsi  da quanto avviene nel mondo; significa solo coscienza, volontà, di non scambiare l’essenziale col transitorio … Avendo sentito fin dalla nascita una totale disarmonia con la realtà che mi circonda, la materia della mia ispirazione non poteva essere che quella disarmonia. Non nego che il fascismo dapprima, la guerra più tardi, e la guerra civile più tardi ancora mi abbiano reso infelice; tuttavia esistevano in me le ragioni dell’infelicità che andavano molto di là e al di fuori di questi fenomeni.” Si comprende già  da ciò come il  tema del male di vivere  influenza anche  la raccolta “La Bufera ed Altro” ed influenzerà anche la raccolta “Satura”.Ciò delinea una caratteristica che è prettamente del Montale: quello di essere e di rimanere sempre e solo “Un uomo di pena”.

Il suo pessimismo assume in queste raccolte i connotati tragici della violenza, della follia, dell’atrocità, che sono purtroppo le caratteristiche costanti della storia.
Dunque il male di vivere dell’uomo è perpetuo, e la sua condizione è destinata a non mutare col trascorrere del tempo.
La memoria di Irma Brandeis, la poetica Clizia, l’angelica ispiratrice, illumina  la saggia ed amara ironia degli ultimi scritti del Poeta, che, nelle sue ultime raccolte si rivela  un vecchio saggio malinconico che rifiuta i miti della società del benessere , e, mentre riflette con  ironica pacatezza sulla insensatezza del mondo moderno,  s’intrattiene, con tono  colloquiale, con la moglie da poco perduta.
Per la sua tensione  continua  verso l’essenziale e l’assoluto, per la sua ontologica disarmonia, l’opera poetica di Eugenio Montale, vista in retrospettiva,   non può, che essere collocata  nel solco di una corrente di poesia non realistica, non romantica, e nemmeno strettamente decadente, accostabile solo al  metafisico. Montale ci lascia in eredità la sua coerenza e la sua poesia.

Eduardo Terrana
Conferenziere internazionale sui Diritti UmaniTutti i diritti riservati all’autore


ARTICOLO PUBBLICATO SU:

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Solo Poesia di Cresy

Crescenza Caradonna Poetessa

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CONTATTI/INFO:
pugliadaanmareonline@gmail.com


Ensemble “Il Mondo della Luna” NICCOLO’ PICCINNI ABC Armonie Baresi Cosmopolite

lo“AltraDanza    studio” diretta da Domenico Iannone coreografo e direttore artistico della Compagnia AltraDanza e l’ensemble     “Il Mondo della Luna” diretta da Grazia Bonasìa,  musicista, compositore e direttore d’orchestra, sabato 14 settembre  2019, alle h. 18:00, ospiti del Circolo Canottieri Barion a Bari, Molo  S.Nicola 5, in una pomeridiana tra appassionati delle arti musicali e  teatrali, presenteranno un’approfondita e amichevole analisi su Niccolò  Piccinni, cittadino della nostra città e  noto compositore del XVIII  secolo, famoso nelle corti europee dell’epoca classica. Gli interventi  corredati di suoni e immagini, saranno in partecipazione con il  pubblico, in un salotto di leggera aria settembrina.

Gli inviti possono essere richiesti al nm. 338 8431292, Gianni Pantaleo, direttore responsabile organizzazione AltraDanza studio.

83esima Campionaria barese

83esima Campionaria barese
FIERA DEL LEVANTE

di Crescenza Caradonna

La 83esima Campionaria barese aprirà i battenti dal 14 al 22 settembre sotto il tema: “Dove pulsano le idee”.

Il logo: un cuore da cui si propagano fasci di luce che avvolgono e producono energia buona e pulita.

Il presidente di Nuova Fiera del Levante è Alessandro Ambrosi.

Il costo di ingresso all’83^ Campionaria Generale Internazionale sarà di soli €3,00 ma avranno diritto a uno sconto del 50%: gli over 65, previa esibizione di un documento di riconoscimento
coloro che si serviranno del servizio Park&Ride.

Potranno entrare gratuitamente coloro i quali saranno muniti di bicicletta, parcheggiandola nel preposto parcheggio gratuito (non custodito); le persone disabili e i loro rispettivi accompagnatori; i bambini al di sotto dei sei anni e/o del metro di altezza.

Durante i giorni della Campionaria si potranno non solo visitare i padiglioni ma avere accesso a tutti gli eventi, gli spettacoli e le mostre dal 14 al 22 settembre all’interno della Fiera del Levante.



Sarà l’installazione collettiva “Terra al cubo – noixnoixnoi” a inaugurare, presso la Camera di Commercio di Bari, venerdì 13 settembre 2019 alle ore 19.30, il Fuori Salone #nonabbiamounpianetaB della 83^ Campionaria Generale Internazionale, che quest’anno pone al centro dell’attenzione il tema della sostenibilità ambientale, economica e sociale e del futuro del Pianeta.

Saranno diciotto artisti a dar vita a “Terra al cubo – noixnoixnoi”. Ciascuno di loro lo farà avendo a disposizione un metro cubo per la propria opera.

La mostra sarà aperta al pubblico fino al 22 settembre.

PROGRAMMA FIERA

14 settembre 

Dalle ore 20.00 Notte delle attrazioni internazionali con “Il Carillon vivente” e le “Note di luci” di Mariano Light. (Spazio fontana monumentale)

15 settembre 

Il Carillon Vivente”, attrazione itinerante tra i viali della Fiera del Levante a partire dalle ore 17.30. Sono previste due repliche.

Ore 19.45 “Note di luci”, grande spettacolo di luminarie e musica di Mariano Light. Sono previste quattro repliche. (Spazio fontana monumentale)

Ore 20.30 Alessandro Greco LIVE (Spazio palco)

16 settembre

Ore 19.45 “Note di luci”, grande spettacolo di luminarie e musica di Mariano Light. Sono previste quattro repliche. (Spazio fontana monumentale)

Ore 20.30 Nessuna Pretesa LIVE (spazio palco)

17 settembre 

Ore 17.00  Andreanne Thiboutot in “HOOPELAI”, attrazione itinerante tra i viali del quartiere. E’ prevista una replica dello spettacolo.

Ore 19.45 “Note di luci”, grande spettacolo di luminarie e musica di Mariano Light. Sono previste quattro repliche. (Spazio fontana monumentale)

18 settembre

Ore 17.00  Andreanne Thiboutot in “HOOPELAI”, attrazione itinerante internazionale tra i viali del quartiere. Sono previste due repliche dello spettacolo.

Ore 19.45  “Note di luci”, grande spettacolo di luminarie e musica di Mariano Light. Sono previste quattro repliche. (Spazio fontana monumentale)

Ore 20.30 La notte del trasformismo con Michele Tomatis Show (spazio palco)

19 settembre

Ore 17.00 –  Francisco Rojas in “La ruota misteriosa”, attrazione internazionale itinerante tra i viali del quartiere. Sono previste due repliche dello spettacolo.

Ore 19.45  “Note di luci”, grande spettacolo di luminarie e musica di Mariano Light. Sono previste quattro repliche. (Spazio fontana monumentale)

20 settembre

Ore 17.00 –  Francisco Rojas in “La ruota misteriosa”, attrazione internazionale itinerante tra i viali del quartiere. Sono previste due repliche dello spettacolo.

Ore 20.00 “Note di luci”, grande spettacolo di luminarie e musica di Mariano Light. Sono previste quattro repliche. (Spazio fontana monumentale)

21 settembre

Ore 18.00 Direttamente dal “Salone delle Meraviglie” in onda su Real Time, Federico Fashion Style incontra il suo pubblico. (Spazio palco)

Ore 19.45 “Note di luci”, grande spettacolo di luminarie e musica di Mariano Light. Sono previste quattro repliche. (spazio fontana monumentale)

Ore 20.30 “Magicomio” conFrancesco Scimemi (spazio palco)


22 settembre


Ore 19.45 “Note di luci”, grande spettacolo di luminarie e musica di Mariano Light. Sono previste quattro repliche. (Spazio fontana monumentale)

Ore 20.30 Gran Finale con Emilio Solfrizzi e Antonio Stornaiolo (spazio palco)

https://solopoesiedi.blogspot.com/2019/09/83esima-campionaria-barese-fiera-del.html

Chiude lo stabilimento Saicaf a Bari

  • ANSA.it
  • Puglia

Chiude lo stabilimento Saicaf a Bari

Ceduto il terreno. Sindacati proclamano sciopero ad oltranza

( ANSA) – BARI, 10 SET – Lo stabilimento Saicaf di Bari cesserà a settembre la produzione e per i 40 lavoratori attualmente occupati nel reparto produzione non c’è nessuna certezza lavorativa: per questo i sindacati Flai e Uila hanno indetto lo sciopero ad oltranza dal 12 settembre.
    “Si sciopererà – dicono i sindacati – fino a quando dall’azienda non giungeranno gli opportuni chiarimenti e non si darà garanzia sul futuro dei lavoratori attualmente occupati”.
    Della chiusura dello stabilimento e della cessione del terreno si era parlato il 6 agosto scorso durante un incontro tra le rappresentanze sindacali e la direzione aziendale. La storica torrefazione, fondata nel 1932, ad oggi ha in organico più di 40 unità. Tutti gli addetti alla produzione sono, quindi, interessati dalla cessazione delle attività nello stabilimento barese. Dal mese di agosto, invece, sono stati trasferiti gli uffici e gli impiegati in una sede nel centro di Bari.