IL CALENDARIO SAGGIO MARTEDÌ 17 LUGLIO 2018

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IL CALENDARIO SAGGIO

MARTEDÌ 17 LUGLIO 2018

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Festival del Tango, una edizione straordinaria dai grandi numeri. Si pensa già al 2019 a TRANI

 

 

Festival del Tango, una edizione straordinaria dai grandi numeri.
Si pensa già al 2019

 

Si è conclusa la VI edizione del Festival del tango di Trani in una atmosfera magica regalata dalla milonga di chiusura con due grandi ballerini Romina Godoy e Pablo Garcia. Li aveva preceduti la coppia per eccellenza del tango nella “Milonga di gala”, formata da Miguel Angel Zotto e Daiana Guspero nella serata di sabato. Due delle esibizioni che hanno avvinto il numeroso pubblico.

È tempo di bilanci per una edizione da incorniciare per qualità e partecipazione di pubblico. L’incipit è stato sfavillante: mercoledì 11 luglio il sold out con circa 1200 spettatori di Tango – Historias de Astor in Piazza Duomo, confortati dalla maestosa cattedrale romanica. Lo spettacolo in prima internazionale, interamente dedicato al compositore di origini tranesi Astor Piazzolla, è stato il tributo appassionato del più grande ballerino al mondo di questa danza sensuale e struggente, Miguel Ángel Zotto, che ha scritto, diretto e coreografato una vera e propria opera teatrale a tutto tondo con danza, musica e parti recitate di altissimo livello artistico.

Dopo questo inizio indimenticabile, il Festival ha mantenuto le promesse anche per le giornate successive. Una delle edizioni più ricche anche per la qualità degli insegnanti convenuti a Trani per le masterclass presso Palazzo San Giorgio, studiate per tutti coloro che amano questo ballo, dai principianti ai tangueri consumati. Grandi maestri, tra i nomi più rappresentativi del tango mondiale: Miguel Ángel Zotto e Daiana Guspero, Facundo Piñero e Vanesa Villalba, Pablo Garcia e Romina Godoy, Vito Raffanelli e Giorgia Rossello. Da tutto il mondo si sono iscritti per partecipare alle lezioni, generando un forte incoming nella cittadina dell’Adriatico!

Un pubblico delle grandi occasioni poi per le milonghe serali in Piazza Duomo. La magia della cattedrale che sovrintende da secoli alla bellezza della città di Trani, corpi sensuali che hanno ballato a contrasto con la pietra bianca della maestosa fabbrica, uno degli esempi più fulgidi del romanico-pugliese. Meraviglia pura sul mare, conclusasi con la coreografia dei fuochi d’artificio.

Una città intera a ritmo di tango per scoprire i segreti, la poesia intrinseca della danza in coppia più affascinante in assoluto.

Il Festival, anch’esso sotto la direzione artistica del grande Zotto, è stato organizzato dall’Associazione culturale In Movimento di Trani, con il patrocinio della Regione Puglia, Assessorato Industria turistica e culturale, gestione e valorizzazione dei beni culturali, del Comune di Trani, Casa della cultura Argentina, e sotto l’alto patronato dell’Ambasciata della Repubblica argentina, Ministero degli affari esteri.

“Siamo soddisfatti dell’ottima riuscita della manifestazione, – così il consiglio direttivo dell’Associazione In Movimento – ma questo per noi non rappresenta un punto d’arrivo bensì un nuovo punto di partenza per studiare qualcosa in più per la manifestazione del prossimo anno. L’obiettivo è sempre quello di far diventare Trani capitale del tango e lo faremo trovando delle soluzioni nuove che possano affascinare le tante persone che già conoscono il mondo del tango, ma anche chi a questo mondo si avvicina per la prima volta. Ringraziamo naturalmente tutti i nostri partner, tutto lo staff dell’Associazione culturale In Movimento, l’amministrazione comunale che quest’anno più degli altri anni ha creduto nel nostro progetto. L’appuntamento è all’anno prossimo”.

 

Festival del tango – Trani (BT) || Info: 3805272776

www.festivaldeltangotrani.it; segreteriainformativa@festivaldeltangotrani.it;

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NELSON MANDELA ICONA DI PACE E DELLA NON VIOLENZA di Eduardo Terrana

NELSON MANDELA ICONA DI PACE E DELLA NON VIOLENZA

Il 18 luglio di ogni anno si celebra il Nelson Mandela international day, una giornata internazionale
istituita dalle Nazioni Unite per onorare le sue idee ed il suo lavoro e promuovere progetti umanitari.

di Eduardo Terrana

Qual era la realtà di vita della popolazione nera in Sud Africa al tempo dell’Apartheid? Semplicemente non c’era vita!
Già dal 1910 i neri sudafricani erano tenuti in stato di forte restrizione dai bianchi, sopportando ogni sorta di abusi e soprusi. E’, però, dal 1948 in avanti, con la vittoria del National Party nelle elezioni riservate ai soli bianchi, che la segregazione razziale
( Apartheid) viene imposta dal governo e prende infinitamente forma negando , su base razzista, per più di 40 anni sino al 1991 i diritti civili, politici e sociali, ai neri sudafricani , che rappresentavano l’80% della popolazione.
L’apartheid fu attuata con leggi severissime che prevedevano :
1)- il trasferimento dei neri in appositi ghetti ( bantustan), dove la popolazione solo nominalmente era indipendente perché di fatto sottoposta al controllo del governo sudafricano;
2)- la separazione dei bianchi dai neri in tutte le zone dei centri abitati;
3)- la proibizione di entrare in alcune aree urbane, esclusivamente frequentate dai bianchi , e l’uso delle stesse strutture pubbliche (ristoranti, fontane, sale d’attesa, marciapiedi, servizi igienici e mezzi pubblici).
I neri potevano frequentare i quartieri dei bianchi solo dietro rilascio di speciali passaporti, pena l’arresto. La legge inoltre vietava il matrimonio e i rapporti sessuali tra persone di razza diversa. Imponeva altresì la registrazione dei cittadini in base alle loro caratteristiche razziali..La legge prevedeva ancora provvedimenti tesi a rendere difficoltoso e separato ai neri l’accesso all’istruzione e sanciva la discriminazione razziale in ambito lavorativo e ospedaliero.
I neri dei bantustan erano privati della cittadinanza sudafricana, di ogni diritto politico e civile connesso e potevano frequentare solo l’istituzione di scuole agricole e commerciali speciali. Nei negozi vigeva la regola che i clienti bianchi dovevano essere serviti prima dei neri.
Ogni opposizione veniva poi etichettata dal governo come comunista e messa al bando.
Una realtà amara, la segregazione razziale nel XX secolo, presente e diffusa non solamente in Sud Africa ma anche in vari altri Paesi europei, americani, africani, asiatici, dove succedeva lo stesso e anche di peggio.
In Europa il razzismo , prese il volto della SHOAH organizzata da Hitler in Germania e Mussolini in Italia. Le leggi razziali e la persecuzione nazifascista colpirono, dal 1933 al 1945, non solo ebrei ma anche etnie Rom, popolazioni slave, minoranze religiose, omosessuali, prigionieri di guerra, avversari politici, disabili fisici e mentali.
La Repubblica popolare di Bulgaria, nel periodo 1946/1990, fu teatro di comportamenti razziali anche cruenti da parte dei comunisti contro le popolazioni turche, musulmane e arabe.
Negli Stati Uniti, seppure abolita la schiavitù, l’intemperanza razziale fu praticata in modo cruento dagli attivisti del movimento KuKlusKlan. Lo scontro razziale tra bianchi e neri terminò come pratica ufficiale il 19 giugno 1964, quando il Senato degli Stati Uniti approvò il Civil Rights Act, che abrogò la discriminazione razziale in America, cancellando per sempre l’odioso principio “uguali ma separati” , che prevedeva la segregazione dei neri nei trasporti, nei servizi pubblici, nelle scuole, ciò grazie all’impegno degli attivisti per i diritti civili ed in particolare delle figure carismatiche di Martin Luther King, di Clarence Mitchell e Ros Parks, che si batterono per l’uguaglianza tra bianchi e neri.
La Rodhesia , in Africa, dal 1965 al 1980, fu soggetta al governo della minoranza bianca. La segregazione razziale cessò dopo che le sanzioni internazionali obbligarono il leader del governo di minoranza, Lan Smith, a indire elezioni multirazziali.
L’India della prima metà del novecento, soggetta ai soprusi del dominio dei colonizzatori britannici, si liberò dal giogo del Colonialismo il 15 agosto 1947, conquistando finalmente l’indipendenza, grazie alla guida carismatica del Mahatma Gandhi ed alla pratica della sua dottrina della resistenza passiva e della non violenza che, nella sua condizione dinamica, significa cosciente sofferenza, non mite sottomissione alla volontà dei malvagi, ma impegno di tutta l’anima ad opporsi alla volontà del tiranno. “ Voglio”, sosteneva Gandhi, “ che l’India si renda conto di avere un’anima che non può perire, ma che è capace di elevarsi trionfalmente al di sopra di ogni debolezza fisica e di sfidare il mondo intero”. Sfida che significava principalmente la realizzazione della fratellanza tra tutti gli uomini, indù, musulmani, cristiani, parsi ed ebrei.
In Sud Africa contro l’apartheid, a partire dal 1948 , la lotta fu dura e combattuta per decenni seppur sempre brutalmente soffocata dalle forze di sicurezza governative con migliaia di morti tra la popolazione nera. L’anima di questa lotta fu il leader pacifista e non violento Nelson Mandela, un uomo che in tutta la sua vita non venne mai meno al suo impegno per la democrazia,l’uguaglianza e l’educazione che sosteneva essere “l’arma più potente che si può usare per cambiare il mondo.” Nonostante le provocazioni subite e più volte imprigionato, condannato al carcere a vita e minacciato di morte per le sue idee e per la sua attività per l’affrancamento dei neri, Mandela non rispose mai al razzismo con il razzismo. Lottò per garantire la libertà al suo popolo, sorretto dall’ideale di una società democratica e libera nella quale tutti potessero vivere insieme in armonia e con eguali opportunità. Un ideale per il quale visse l’intera vita, pronto a morire, ma che alla fine lo vide trionfare, liberare il suo popolo dal potere del razzismo bianco. divenire il primo Presidente democraticamente eletto del Sudafrica e ricevere il Premio Nobel per la Pace.. L’Apartheid fu abolita in Sud Africa nel 1991, non solo per il boicottaggio economico internazionale contro il Governo del Paese , ma anche e soprattutto in seguito al rapido mutamento circa la segregazione razziale della opinione pubblica, educata alla democrazia ed alla libertà dalle idee del leader Mandela che aveva inculcato nell’animo e nella mente dei suoi fratelli neri a credere sempre nella vittoria finale, a resistere passivamente con pazienza, amore e tolleranza e ad opporsi in modo non violento alla oppressione ed alla repressione per arrivare un giorno al riconoscimento dei loro diritti.
Ricordiamo oggi, 18 luglio, nel giorno a lui dedicato, la figura ed il pensiero carismatico di Nelson Mandela, che nel mondo di oggi, ancora tormentato dai conflitti, dalle guerre, e con molte realtà di segregazione razziale, dai mille volti e sfaccettature, si colloca quale Icona di Pace con la sua dottrina ispirata alla non violenza e il suo insegnamento volto alla Pace. Le sue parole si levano ancora forti e solenni a ispirare quanti sono oppressi e privati dei loro diritti, nel senso che “Nessuno è nato schiavo, né signore, né per vivere in miseria, ma tutti siamo nati per essere fratelli.”

di Eduardo Terrana

Il pensiero ‘politico’ di Tonio Peragine

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Il pensiero ‘politico’


di
Tonio Peragine

‘Da qualche giorno vedo che sono stati affissi nella Città di Bari dei manifesti con la scritta ‘VIA DE CARO DE CARO DIMETTITI’, a cura di alcuni consiglieri dell’opposizione.

Da buon cittadino,  giornalista pubblicista, direttore responsabile di tre testate on line : Il Corriere  Nazionale, www.corrierenazionale.net, Corriere di Puglia e Lucania, www.corrierepl.it e Progetto Radici, www.progettoradici.it, amante della pace e della difesa dei diritti umani, si è sempre battuto per l’integrazione dei cittadini immigrati, accoglienza, formazione e studio dei problemi migratorio dei pugliesi e italiani nel mondo e degli immigrati, dico basta a questo modo di fare politica non costruttiva, basta alla politica dell’offesa, basta alla politica della corruzione, basta alla politica dell’arroganza, basta alla politica per i cazzi miei!.

Dobbiamo pensare a costruire una città migliore , dei cittadini migliori, ad avere il senso civico della disponibilità, a rispettare il prossimo come rispettiamo noi stessi,  dobbiamo imparare ad amare le nostre città anche se è amministrata dalla concorrenza.

Serve finalmente una idea di politica che ancora non esiste in nessuna parte politica oggi presente nel Municipio di Bari e altre città. Serve che chi si candida a decidere dei destini di una grande collettività cittadina conosca almeno quello che vuole e quello che vuole chi lo vota.

Il voto per “amicizia” è la imbecillità principale che origina i guasti che conosciamo. La gestione della cosa pubblica che si limita ai lavori pubblici dai quali percepire le canoniche mazzette lasciando il futuro di tutti noi in mano al caso è inaccettabile.

Ci ritroviamo così ad affidare i nostri danari e i nostri destini ad ignoranti -non solo di politica- che quindi devono ricorrere all’arroganza e alle imposizioni per coprire i propri limiti. E questo è vero in tutte le parti politiche e da decenni. I conti pubblici di ogni livello nascondono una situazione ben più grave di quanto ogni aggettivo possa descrivere. Il grado di dissoluzione della nostra società è visibile nel livello della fiscalità necessariamente elevato per coprire le falle dovute alla incapacità e all’interesse privato di questa gente; è visibile nel livello di indemocraticità che ci impone di votare solo a coloro che sono scelti da loro; è visibile nella asfissiante burocrazia imposta per controllare l’incontrollabile; è visibile nella incomprensibilità delle leggi confuse, contraddittorie ed inutili; è visibile nella svendita della nostra Nazione ad altri contrabbandati per migliori di noi laddove sono solo migliori della nostra classe dirigente; è visibile nella invasione di moltitudini sconosciute; è visibile nello stravolgimento della applicazione della nostra Carta Costituzionale;….

Quindi è di solare evidenza che la gente si sta sollevando, compostamente ma determinatamente, anche votando per i seguaci di un comico, pur di cambiare e defenestrare senza alcuna gloria questa gente che ha occupato indegnamente le auguste stanze edificate per ospitare ben altri destini..

 http://www.corrierenazionale.net/wp-content/uploads/2018/07/260px-Le_quattro_giornate_di_Napoli.jpgCome alcuni “straccioni” sul finire del settembre del ’43 furono capaci di cacciare da Napoli in soli 4 epiche giornate la wermacht che la occupava con mezzi e uomini perfettamente organizzati così oggi i cittadini buttino fuori questi farabutti per originare una nuova fase; fase di libertà e di impegno, di cultura e di collaborazione tra tutti e per tutti. Serve che la gente capisca che si può riuscire e che peggio di così non è possibile.

Nel film di Nanny Loy ‘Le quattro giornate di Napoli’ descrive la rivolta popolare scoppiata a Napoli spontaneamente a seguito della fucilazione di alcuni marinai italiani il 28 settembre del 1943 e che in quattro giorni sconfisse e mise in fuga le truppe tedesche dalla città prima dell’arrivo degli Alleati. Il film è corale e vi si mescolano singoli episodi e personaggi popolari protagonisti della rivolta. Dai ragazzi fuggiti dal riformatorio per unirsi all’insurrezione al piccolo Gennarino  Capuozzo che muore con una bomba in mano pronto a lanciarla sui carri armati nazisti a tanti altri personaggi, tra i quali va ricordato Adolfo Pansini.’

Antonio Peragine

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«Ingólf Arnarson – Dramma epico in versi liberi. Un Prologo e cinque atti» di Emanuele Marcuccio


«Ingólf Arnarson – Dramma epico in versi liberi. Un Prologo e cinque atti»

di Emanuele Marcuccio

Prefazione di Lorenzo Spurio

«[Q]uesto ho voluto fare scrivendo il dramma: sognare e perdermi nella meraviglia di una storia d’amore e morte, di guerra e di pace, di luce e di tenebre, di sogno e di libertà. Una terra, in una dimensione parallela e contemporanea al periodo storico, assolutamente verosimili.»

Emanuele Marcuccio, dalla nota di Introduzione, p. 23.

Esce «Ingólf Arnarson – Dramma epico in versi liberi. Un Prologo e cinque atti», opera poetica e teatrale di ambientazione islandese del poeta Emanuele Marcuccio per i tipi della marchigiana Le Mezzelane Casa Editrice. Il libro raccoglie un lungo lavoro iniziato nel maggio 1990 e terminato nell’aprile 2016: un totale di 2380 versi con un lavoro di ben diciannove anni escludendo i sette complessivi di interruzione.

Il volume consta di 188 pagine e riporta in copertina un particolare dell’opera «Oltre le apparenze» (2016) della pittrice Alberta Marchi e si apre con una nota di Introduzione dell’autore, prosegue con una Prefazione del critico letterario Lorenzo Spurio e termina con una Postfazione del critico letterario Lucia Bonanni: “Una introduzione alla drammaturgia dell’Ingólf Arnarson[1]. Impreziosisce il tutto una Nota storica di Marcello Meli (ordinario di Filologia germanica presso l’università di Padova) e una Quarta di copertina del critico letterario Francesca Luzzio.

Scrive Marcuccio nella nota di Introduzione: «La poesia fa parte del mio essere, la prosa non è nelle mie corde (preferisco leggerla), non riuscirei mai a scrivere un racconto né un romanzo. Ho scelto quindi il teatro e un dramma in versi liberi per cercare di esprimere la mia vena narrativa e, al contempo, continuare a cercare di esprimere la poesia che il cuore mi detta, cesellando il verso, sempre alla ricerca della migliore musicalità e fluidità nel ritmo, nella cadenza e alla lettura. Versi liberi e non certo anarchici, versi di varia lunghezza, sorretti da una diversa metrica, costituita non dal numero delle sillabe o dalla rima, ma da assonanze, consonanze, figure di suono e dalle necessarie figure retoriche. Con tutto il rispetto per i grandi poeti della nostra letteratura, i quali, fino all’Ottocento hanno fatto largo uso di metrica quantitativa, al punto da comprendere che il suo impiego non era più necessario.» (p. 21)

Scrive Lorenzo Spurio nella Prefazione: «Il dramma di Marcuccio tratta con originalità e chiarezza di linguaggio molti topos dell’epica germanica: i riferimenti ai combattimenti, al cozzar di spade, all’importanza della fama e della gloria; l’impiego di prove per testare la valorosità dell’eroe; la credenza e l’invocazione del fato, spesso personificato, il tema del tesoro e il motivo del viaggio in terra straniera. Essendomi occupato di fatalismo germanico, devo riconoscere che nell’opera di Marcuccio il destino non è un semplice concetto, un’idea, ma viene caricato di un significato proprio facendo di esso quasi un personaggio. Fato, destino, sorte, fortuna sono concetti che derivano dall’antico inglese wyrd, spesso personificato dalle Norne, che si riferisce a una cultura precristiana, pagana. A tutto ciò Marcuccio aggiunge elementi che rimandano alla conversione dell’Islanda al cristianesimo: la presenza di un monastero e di monaci, l’influenza celtica, la presenza di croci che viene, quindi, a rappresentare una fase successiva di sviluppo politico-sociale-economico della vita dell’Islanda di epoca norrena.

Tuttavia ciò che Marcuccio narra non è solo un racconto epico, è molto di più. È evidente, infatti, la potenza del lirismo, soprattutto in alcuni momenti, come nella scena d’amore tra Sigurdh e Halldóra e, allo stesso tempo, di una certa vicinanza alla cultura popolare con riscontrabili cadenze e dialettismi che rendono particolarmente significativo e vivo il testo, sottolineando quanto sia importante la componente orale nella trasmissione della cultura.» (pp. 30-31)

Scrive Lucia Bonanni nella Postfazione: «[I]n un’opera teatrale quando è il momento giusto per alzare il sipario? A quale scena affidare il punto d’attacco? […] Quello che delinea Marcuccio nel suo dramma in versi, è un valido e imponente punto d’attacco che fin dall’inizio lascia intendere che la tensione sviluppata dai personaggi è in grado di adombrare il conflitto, dato che la posta in gioco che si annuncia è un qualcosa di non confutabile, vero e vitale. […] I personaggi scelti e descritti da Marcuccio, sono orchestrati nel loro profilo tridimensionale, commisurati al movimento e forti nell’agire, calati nella categoria di appartenenza e capaci di evolversi fino alla giusta conclusione; il protagonista possiede la medesima forza dell’antagonista e le varie personalità in conflitto giungono sempre allo scontro.» (p. 165)

Scrive Francesca Luzzio nella Quarta di copertina: «Un non so che di magico e di unico, pur nella presenza di topos epici, promana dai versi del dramma, «Ingólf Arnarson» di Emanuele Marcuccio che con abilità metamorfica, sa ricreare nel suo animo una pluralità di sentimenti e ragionamenti quali i personaggi progressivamente vivono ed esprimono; insomma, per dirla con Aristotele, indossa l’habitus e il conseguente agire dei vari personaggi con abilità davvero unica. […] La forma drammatica rende ancora più interessante e coinvolgente l’epicità degli eventi narrati: guerra, potere, fama, amore, religione, morte sono alcune delle categorie umane che s’intrecciano e si sviluppano in un contesto incantato quale solo la nebbiosa isola d’Islanda poteva offrire. […] Narrazione e poesia confluiscono e scorrono leggeri nella fluidità lessicale e metrica che Emanuele Marcuccio ha saputo elaborare sia che descriva la verde Islanda, sia che narri di combattimenti ed azioni o di stati d’animo eterogenei, quali solo l’uomo sa vivere e concretizzare nel suo agire.»


SCHEDA DEL LIBRO

TITOLO: Ingólf Arnarson – Dramma epico in versi liberi

SOTTOTITOLO: Un Prologo e cinque atti

AUTORE: Emanuele Marcuccio

PREFAZIONE: Lorenzo Spurio

POSTFAZIONE: Lucia Bonanni

NOTA STORICA: Marcello Meli

NOTA DI QUARTA: Francesca Luzzio

OPERA IN COPERTINA: Alberta Marchi

EDITORE: Le Mezzelane

GENERE: Poesia/Teatro

PAGINE: 188

ISBN: 9788899964634

COSTO: € 10,90


Info:

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Emanuele Marcuccio (Palermo, 1974) è autore di quattro sillogi: tre di poesia Per una strada (2009); Anima di Poesia (2014); Visione (2016) e una di aforismi Pensieri Minimi e Massime (2012). È redattore delle rubriche di Poesia “Il respiro della parola” e di Aforismi “La parola essenziale” della rivista di letteratura Euterpe. Ha curato prefazioni a sillogi poetiche e varie interviste ad autori esordienti ed emergenti. È stato ed è membro di giuria in concorsi letterari nazionali e internazionali. È presente in L’evoluzione delle forme poetiche. La migliore produzione poetica dell’ultimo ventennio (1990-2012) (2013). È ideatore e curatore del progetto poetico “Dipthycha” di dittici “a due voci”, del quale sono editi tre volumi antologici (2013; 2015; 2016) a scopo benefico. Nel 2016 completa un dramma epico in versi liberi pubblicato nel 2017 per i tipi della marchigiana Le Mezzelane, di ambientazione islandese e medievale (IX sec. d.C.). Prossimamente l’uscita di un quarto volume del progetto “Dipthycha”.

[1] Pubblicato come postfazione al dramma epico di Emanuele Marcuccio, costituisce il penultimo capitolo del saggio monografico inedito di Lucia Bonanni sulla stessa opera poetica e teatrale, saggio che sarà pubblicato prossimamente.


Cos’è la medicina olistica?

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Cos’è la medicina olistica?

Da olos che in greco significa “tutto”, l’approccio olistico alla cura medica è determinato alla non separazione del corpo e della mente nella cura: si curano insieme, poiché il punto fondamentale di questa disciplina è quello di credere che la malattia sia legata a un problema dell’anima.

Si parte dunque dal disturbo del corpo e si comincia un’indagine al contrario per scoprire la causa del problema; si usano metodi svariati come osservare la postura, l’iride del malato, poi si somministrano cure naturali, si fanno massaggi, si utilizzano la riflessologia, lo shiatzu, la cromoterapia, i fiori di Bach, il reiki e anche un’alimentazione alternativa precisa.

Dunque la medicina olistica studia senz’altro la malattia contingente del corpo, ma la risolve con metodi decisamente alternativi al pensiero propriamente occidentale.
In alcune zone dell’Europa questa medicina viene utilizzata in aiuto a quella tradizionale, dato che se ne è riconosciuta la validità; in Italia, nello specifico, solo alcune regioni si affidano alla terapia olistica perché ne riconoscono la validità e apprezzano la mancanza di effetti collaterali.