Quella confessione estorta con la violenza è una ferita per la democrazia, una sconfitta per il diritto di Eduardo Terrana

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26-6-19-
Giornata Internazionale a Sostegno delle Vittime della Tortura
IL XXI SECOLO COME IL MEDIOEVO E’ ANCORA TORTURA

Quella confessione estorta con la violenza è una ferita per la democrazia, una sconfitta per il diritto.

Sembra inverosimile che ancora oggi, a 19 anni dall’inizio del terzo millennio, si debba parlare ancora di tortura. Invece è proprio così. La tortura, come altri trattamenti inumani o degradanti, è una pratica reale del nostro tempo con una diffusione che abbraccia i cinque continenti.
Il fine è sempre lo stesso praticare la violenza o il terrore psicologico per estorcere informazioni o far confessare gravi crimini.
La tortura incute terrore, annienta il fisico e la psiche, estorce senza tenere in alcuna considerazione la dignità e la libertà della persona e lo fa con violenza.
Le tecniche di tortura sono varie e sono state impiegate in tutte le epoche con sistemi e strumenti degni della peggiore mente criminale che si possa concepire.
I sistemi di tortura medioevali, come le macchine del dolore, oggi non si usano più, ma la ferocia degli aguzzini specializzati nell’infliggere il maggior dolore possibile è rimasta e si è anche affinata perché alla tortura fisica ha abbinato la tortura psicologica che fa uso di nuove tecniche molto sofisticate.
Le modalità del supplizio oggi prevedono duri pestaggi, fustigazioni, accecamenti e amputazioni, ma anche l’applicazione di scosse elettriche, anche nelle parti intime, e la rottura di arti. Il torturatore picchia, strangola, stupra e si serve di vari attrezzi, bastoni, stracci imbevuti di sostanze chimiche, congegni elettrici, materiali arroventati, per infliggere il massimo della sofferenza possibile.
Accanto alla tortura prevalentemente fisica, si registra anche la tortura psichica che devasta la mente.

Sono a tutti noti le immagini raccapriccianti dei sistemi di tortura praticati nel centro di detenzione statunitense della Base di Guantánamo dove i prigionieri venivano sottoposti: a luci accecanti, a temperature gelide, o a restare incappucciati per mesi o costretti all’isolamento visivo ed acustico per lunghi periodi, o a essere costretti a rimanere in posizioni di stress per vari giorni, o a essere privati del cibo o costretti a stare svegli.
Diversi Stati poi sottopongono i detenuti a prolungati periodi di isolamento, ignorando agli stessi il diritto ad accedere a un legale o a ricevere cure mediche.
Amnesty International redige ogni anno un rapporto che dà il quadro generale della situazione dell’applicazione della tortura nel mondo. Risulta che sono tante le realtà in cui la dignità umana non viene rispettata. Citiamo, in particolare, tra i Paesi che fanno pesante ricorso alla tortura : Turchia, Russia, Iran, Egitto,Israele, Palestina, Siria, Stati Uniti, Filippine, rilevando, tra l’altro, l’aberrante situazione esistente in Siria , dove il detenuto può essere sottoposto a oltre 30 possibili metodi di tortura, dai pestaggi su ogni parte del corpo e sui piedi, spesso con spranghe di silicone o di metallo e cavi elettrici, all’uso di varie altre tecniche dolorosissime.

Si dibatte sulla opportunità della tortura quale efficace strumento d’indagine. Al di là di ogni opinione umana valga, comunque, la considerazione che l’individuo sottoposto a tortura, pur di evitare la sofferenza e il dolore, si dichiara disposto a dire tutto, ad ammettere qualunque colpa e a giurare anche il falso.
Resta il dubbio, pertanto, che l’obiettivo della tortura più che la ricerca della verità, estorta con la violenza, sia la distruzione della persona e di ogni sua motivazione politica o legame affettivo per cancellare ogni forma di opposizione o di dissidenza.
E’ a questo fine che viene praticata dai governi contro ipotetici nemici armati o in dubbio di colpevolezza.
Per motivi di sicurezza interna o di difesa dal terrorismo, gli Stati, anche i più virtuosi, possono in qualsiasi momento varare provvedimenti restrittivi e detentivi e sistemi repressivi, operando nel silenzio e tenendone all’oscuro l’opinione pubblica.
In nome della lotta al terrorismo e col pretesto della sicurezza la tortura ha ottenuto una certa riabilitazione perché ritenuta utile per ottenere informazioni.

Negli Stati Uniti, ad esempio, sin dagli anni Ottanta, la Corte Suprema americana ha stabilito che la tortura è contro la legge in base all’ottavo emendamento della Costituzione americana. Quindi è vietata ogni forma di pena crudele . La norma però non trova più applicazione in quanto il dipartimento di Giustizia americano , in seguito agli attentati dell’11 settembre 2001, ha inteso introdurre la sospensione del divieto quando si tratta di ottenere “informazione di intelligence da parte di combattenti catturati.”
Si consideri ancora che la tortura è anche un prodotto altamente tecnologico, un business che garantisce ottimi affari. Nel mondo attualmente operano oltre 100 aziende specializzate nella produzione di strumenti di tortura.
Nel 1997 le Nazioni Unite hanno designato il 26 giugno come “Giornata Internazionale a Sostegno delle Vittime della Tortura”, dopo che il 26 giugno 1987 era entrata in vigore la “ Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura”. Questo documento internazionale, che ha ribadito il divieto all’utilizzo della tortura come un diritto inderogabile, è stato ratificato da 146 dei 193 paesi membri dell’ONU. Il 60% dei paesi democratici che hanno firmato la convenzione ONU contro la tortura del 1984 continuano, però, ad applicarla.

Circa metà della popolazione mondiale vive sotto governi che praticano la tortura. In conclusione non si può non considerare che sono trascorsi 35 anni dall’adozione dell’Assemblea generale dell’ONU, nel 1984, della “Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura” , ma il testo, di fatto, è rimasto una mera enunciazione di principio. Il numero dei paesi che l’hanno ratificato, impegnandosi a prevenire e punire la tortura, è solo di poco superiore a quello dei paesi in cui la tortura viene applicata sempre nel silenzio più assoluto, lontano da occhi ed orecchie indiscreti. E’ difficile definire, pertanto, realmente i contorni del fenomeno e farne un identikit preciso. Resta il fatto che la tortura è una realtà del nostro tempo inumana, degradante , vergognosa, comunque la più crudele violazione dei diritti umani.
Anche quest’anno, pertanto , la Giornata Internazionale della celebrazione del 26 giugno sia un’opportunità per esprimere solidarietà alle vittime della tortura e alle loro famiglie, ma sia occasione anche per riaffermare i diritti inalienabili e la dignità di ciascun uomo e ciascuna donna; e altresì occasione per riaffermare, da un lato, l’impegno, che si progredisca nella lotta contro la tortura e il trattamento crudele, degradante e inumano, ovunque si verifichino e , dall’altro, l’impegno che l’Umanità voglia progredire nel suo cammino di civiltà nel rispetto dei diritti dell’Uomo e dei Popoli.

Eduardo Terrana
Conferenziere Internazionale su Diritti Umani e Pace


EDUARDO TERRANA

LE POESIE ED IL RACCONTO PRESENTATI A BITLibri di Bitritto DI CRESCENZA CARADONNA -Non premiate

LE POESIE ED IL RACCONTO PRESENTATI A BITLibri di Bitritto
DI CRESCENZA CARADONNA
-Non premiate

Sono un immigrato”

In un paese lontano sono andato
nel cuore c’è la mia terra
quelle radici
che sono la linfa di me

ora guardo la nativa terra mia
stringendomi forte
al suo nostalgico ricordo
nelle foto custodite
nel fondo di un cassetto;
mi sembra di udir la voce materna straziata dal dolore dirmi: ‘Addio’
e poi quel mare che piano piano diventa una linea
senza volto senza colori senza approcci
quell’addio scandito dalle lacrime di una madre
perché nulla sarà stato più come prima.

Sono un immigrato
son tornato nella mia terra
son tornato per te mamma cara
per posare un fiore sulla tua tomba
nel rimpianto di non poterti più abbracciare
mentre serro nell’anima mia
il tuo amore sconfinato che fine mai avrà.

Cresy Crescenza Caradonna

“Scrivo una poesia “
Parole di poesia


L’alba bussa
scrivo una poesia,

oltre le nuvole
scrivo una poesia,

per credere ancora
nelle parole
scrivo una poesia,

per amare
quelle parole
senso di un andar
ove bussa il cuore
respiro di vita
scrivo una poesia,

dono d’emozioni
che fine mai avrà
scrivo una poesia,

il tramonto bussa
inghiotte l’alfabeto,

in infinite parole di poesia.
Cresy Crescenza Caradonna

” Il viaggio ”

Il treno correva sulle rotaie sferragliava a velocità sostenuta: così iniziò il mio viaggio verso nord destinazione Milano la mia meta tanto sognata, la partenza da Bari la mia città che lasciavo senza tristezza anzi con felicità mi stava stretta troppo per la mia giovane età piena di aspettative che più non trovavo ormai in un luogo divenuto gabbia dorata della mia esistenza.
Il treno andava e con esso i miei pensieri che galoppavano nella mia mente: lasciavo il mio amato sud per andare nel favoloso e ricco nord in cerca del mio angolo di paradiso ma l’avrei trovato? Mi chiedevo mentre i secolari alberi di ulivo divenivano sempre più piccoli e lontani e sembravano voler scappare via come stavo facendo io, ma tuttavia, nonostante le mille lacrime intrappolate nei miei occhi scuri come tutte le donne meridionali, scesero comunque copiose e libere sul mio viso.

Partivo per lavoro quel maledetto lavoro anzi benedetto lavoro che al sud è inesistente se sei piena di aspettative e competenze alle quali non vuoi rinunciare per questo vai…abbandoni casa, affetti, famiglia, e vai nella speranza di trovare lì nel nord la chiave che possa aprire lo scrigno.
Sferragliava il treno, il caldo era intenso, la gente sudava era pieno luglio di un giorno particolarmente afoso complice il condizionatore mal funzionante il sudore del mio vicino di poltrona mi arrivava dritto nelle narici che sembravano voler desiderare un prato fiorito di tenere fresie primaverili, ma nulla mi fece cambiar idea ero decisa ad andare via.
Dopo otto lunghe ore il treno entrò in stazione a Milano: mi sembrava di vedere un’astronave con tutte quelle luci, la galleria così immensa e poi quel vociare intenso della gente freneticamente intenta ad andare in ogni direzione possibile e immaginabile.

La mia piccola valigia mi seguiva o io seguivo lei? Chissà, stanca ma entusiasta ero stordita…Milano finalmente ero arrivata, lì ad aspettarmi un caro amico trasferito oramai da anni sempre per lavoro, un cervello barese in fuga nel cuore della grande città, insieme ci avviammo verso casa sua non dopo averci scambiato un saluto dal dolce gusto terrone fatto di abbracci e fraterni baci, sì proprio come si usa da noi dove ci si bacia senza paura ma solo per il gusto di farlo irrorato dal calore tipico di noi gente del sud.
La casa del mio amico era un monolocale in centro ma veramente piccolo con soppalco dove tutto era distribuito in modo essenziale ma nulla mancava arredato con eleganza e sobrietà fornito anche di due finestre dalle quali si poteva scorgere il via vai della gente indaffarata in chissà quali faccende che sembravano andare in ogni direzione; cenammo nel vicino ristorantino poi subito a nanna, il giorno dopo dovevo recarmi all’appuntamento di lavoro per sostenere un colloquio molto importante nel quale avevo riposto tutte le mie aspettative lasciando il mio caldo nido famigliare.

L’inesperienza a volte gioca brutti scherzi anche l’essere profondamente donna del sud incide, infatti il colloquio non andò bene, mi ero svegliata presto quella mattina, truccata, ben vestita con i miei appunti e progetti ben studiati ma niente andò bene non piacque al team dell’azienda il mio progetto e fui mandata subito a casa senza mezze parole: “Signorina -mi disse il boss- le idee ci sono ma sono poco sviluppate e quindi poco appetibili per i nostri clienti!”

Scappai… sì di corsa scappai velocemente, raccolsi tutte le mie carte, ormai divenute cartacce e con gli occhi pieni di lacrime andai via disperata. Pensai durante il tragitto che se fossi stata più sfacciata quel posto ora sarebbe stato mio e poi gridai ad alta voce: “Capitolo chiuso torno a casa punto!”
Di anni ne sono passati da quel lontano giorno di luglio di un anno che ho cancellato per sempre dalla mia memoria, ora sono una mamma felice ho realizzato i miei sogni proprio da dove ero scappata lì nel cuore del sud nella mia amata città Bari tra l’amore della mia famiglia, che mi ha abbracciata come una calda coperta di quelle fatte all’uncinetto dalle sapienti mani delle donne meridionali magari accanto al focolare dove ci si raccontano le belle storie passate fatte di tradizioni antiche e profonde radici proprio come quei secolari e maestosi alberi d’ulivo che vidi scorrere nei miei giovani occhi di ragazza sul quel treno che ancor oggi sferraglia nelle mie orecchie di giovane adulta ma ora solo nei miei sogni.

“La casa è lì dove abita il cuore”, il mio cuore oggi è qui solo a sud per sempre nella mia amata terra.

Cresy Crescenza Caradonna