Il Capodanno è una festa allegra, ma anche un pò malinconica, tra ricordi e aspettative per il nuovo anno, ci sono una serie di tradizioni, simpatiche e antiche, e riti scaramantici, da rispettare o meno.
Lenticchie: da Nord a Sud, per il cenone di Capodanno non possono mancare le lenticchie! Mangiare questi legumi, si dice, porta soldi per il nuovo anno. La logica è che ogni lenticchia è una moneta.
Il cotechino o lo zampone: re indiscusso della tavola di Capodanno è lo zampone. La carne di maiale, grassa e nutriente, che portano abbondanza e prosperità.
L’uva: “Chi mangia l’uva per Capodanno conta i quattrini tutto l’anno“, così recita un antico detto popolare. Questa tradizione ci è stata tramandata dagli spagnoli che associano l’uva alla prosperità economica (un po’ come per le lenticchie). Mangiare un chicco d’uva per ogni rintocco alla mezzanotte porta fortuna e soldi. Anche perché, cogliere l’uva in inverno significa aver avuto un anno prospero.
Il melograno: il colore dei chicchi di questo frutto (rosso) ricorda la passione, ma è legato anche alla fedeltà e fecondità.
Indossare biancheria intima rossa: indossare biancheria intima rossa la notte tra il 31 dicembre e il primo gennaio porta fortuna e amore. Il vischio: il vischio porta fortuna, protezione e amore.
Baciarsi sotto il vischio è di buon augurio per l’anno nuovo. Si appende alla porta di casa come buon auspicio e si dice che una donna che si trova da sola sotto il vischio e non viene baciata, non si sposerà per tutto l’anno.
Aprire la porta o una finestra: la tradizione vuole che aprendo la finestra di una stanza buia poco prima della mezzanotte, gli spiriti cattivi si allontanano. Apritene, però, un’altra in una stanza illuminata per fare entrare gli spiriti del bene. Si dice, inoltre che far entrare un prete in casa porterà fortuna.
Soldi: la tradizione vuole che il primo dell’anno si debba uscire, sempre, con le tasche piene. Ossia, quando uscite mettete dei soldi in tasca. Questa usanza è di buon auspicio per il futuro economico del nuovo anno.
Anziani o gobbi: auguratevi di incontrare per strada una persona anziana o un gobbo. L’anziano vi porterà una vita longeva, il gobbo la fortuna.
Fuochi d’artificio: si usa spararli come buon augurio, in quanto si dice che il rumore provocato dai botti cacci via anche gli spiriti cattivi. Usanza pericolosa da evitare.
~Il mio saluto al vecchio anno che possa essere traghettato verso un ‘vero anno nuovo’ fatto di pace, amore e condivisione per tutti i popoli del mondo~
“Odor acre di pace”
Un miracolo per inghiottire le guerre, mettete il bianco tra il rosso del sangue versato ricco di un arcobaleno di colori che faccia tacere i colpi delle armi, che siano silenziati nella ricchezza dell’amore, muove i popoli l’amore smuove le montagne;
una mezza verità dilaga in ogni ombra umana la consapevolezza che il gelo possa cristallizzare l’anima avara di quella solarità sopita;
nuvole a scaglie che nascono e muoiono sono il mutevole sentire dei tempi odierni che seguono l’andare dei venti di guerra,
un miracolo per quest’odor acre di morte che possa sussurrare l’ascolto alla pace inquieta ricchezza per gli uomini di buona volontà.
Giubileo Lauretano: domenica a Bari la statua della Madonna di Loreto
Domenica prossima, 22 dicembre, alle ore 12, presso l’Aeroclub Bari, il sindaco Antonio Decaro e il presidente della commissione consiliare Culture Giuseppe Cascella accoglieranno la statua della Madonna di Loreto, che giunge da Pescara in occasione del Giubileo Lauretano, concesso da Papa Francesco per il centenario della proclamazione della Madonna come patrona degli aeronauti e del mondo dell’aviazione. Il pellegrinaggio della statua della Madonna, che coinvolgerà 20 aeroporti nazionali, è partito da Ancona il 9 dicembre scorso. Ad accogliere la statua, che viaggia a bordo dei velivoli dell’Aeroclub Bari, ci saranno anche il presidente Aeroclub Gianfrancesco Pesce e l’arcivescovo della diocesi di Bari-Bitonto monsignor Francesco Cacucci. Alla cerimonia interverranno inoltre il presidente Enac Nicola Zaccheo, il direttore aeroportuale Enac Puglia e Basilicata Antonio Lattarulo e il vicepresidente di Aeroporti di Puglia Antonio Vasile. Al termine della cerimonia, la statua verrà trasferita presso la cappella dell’aeroporto “Karol Wojtyla”, dove sosterà fino al 9 gennaio prossimo.
Bussa l’inverno foschia nell’aria la pioggerella musica un sorriso
il cielo grigio è uno spartito d’amore
un pensiero vada a chi lassù fa capolino tra le cotonate nubi ombrose,
uniti saremo in un abbraccio d’anima per una circolare preghiera che possa donare la serenità vortice di un cuore battiti di vita universali;
una carezza una manina un tenero piccolo tra le materne braccia, la vita è questa la speranza che non muore negli occhi di un futuro di un bambino che domani nascerà.
Piero Angela (Torino, 22 dicembre 1928) è un divulgatore scientifico, giornalista, scrittore e conduttore televisivo italiano.
Iniziò come cronista radiofonico, poi divenne inviato, e si affermò come conduttore del telegiornale Rai. È noto soprattutto come ideatore e presentatore di trasmissioni di divulgazione in stile anglosassone, con cui ha dato vita a un filone documentaristico della televisione italiana, e per il suo giornalismo scientifico anche espresso in numerose pubblicazioni saggistiche.
«Personalmente, mi sono annoiato mortalmente a scuola e sono stato un pessimo studente. Tutti coloro che si occupano di insegnamento dovrebbero ricordare continuamente l’antico motto latino “ludendo docere”, cioè “insegnare divertendo”.»
«Gli individui che incontrano il maggior successo (e non solo con le donne) solitamente sono forti dentro e cortesi fuori. È un po’ come per il pianoforte. Ricordo sempre quello che mi diceva la mia vecchia insegnante di pianoforte: per avere un buon tocco occorrono dita di acciaio in guanti di velluto… Forse anche nella vita è così.»
(Piero Angela)
Piero Angela ha ricevuto otto #lauree honoris causa; l’ultima, in “Scienza e tecnologia dei materiali”, gli è stata conferita dall’Università degli Studi di #Roma “Tor Vergata”, in occasione della presentazione del suo libro “Giornalismo Pseudoscientifico”, il 5 aprile del 2016. Oltre a numerosi riconoscimenti in Italia e all’estero, nel 1993 ha ricevuto il Premio Kalinga per la divulgazione scientifica attribuitogli dall’UNESCO e nel 2002 la medaglia d’oro per la #cultura della #Repubblica#Italiana. Ha ricevuto sette #telegatti, di cui uno alla carriera il 22 gennaio 2008. Il 3 ottobre 2010 ha ricevuto il Premio Speciale della Giuria del Premio Letterario Giuseppe Dessì. Dagli astronomi scopritori Andrea Boattini e Maura Tombelli, gli è stato intitolato l’asteroide 7197 Pieroangela. Gli è stata dedicata la “Babylonia pieroangelai’, mollusco gasteropode del mar Cinese. Padova, città legata a Galileo, gli ha riconosciuto la cittadinanza onoraria per il suo “contributo di eccellenza dato alla #divulgazione scientifica”. Anche #Torino, la sua stessa città natale, il 23 ottobre 2017, ha deciso di riconoscergli la cittadinanza onoraria per essere “la conferma vivente della tradizione #scientifica della città” e per aver contribuito con la sua carriera professionale ad incrementare “la cultura e la conoscenza degli italiani anche mediante il mezzo #televisivo“. Musica
«Gli individui che incontrano il maggior successo (e non solo con le donne) solitamente sono forti dentro e cortesi fuori. È un po’ come per il pianoforte. Ricordo sempre quello che mi diceva la mia vecchia insegnante di pianoforte: per avere un buon tocco occorrono dita di acciaio in guanti di velluto… Forse anche nella vita è così.» (Piero Angela)
All’età di sette anni iniziò a prendere lezioni private di pianoforte, sviluppando in seguito il suo interesse per la musica jazz. A vent’anni, nel 1948, con il nome di Peter Angela si produsse in varie jam session nei jazz-club torinesi.
Nello stesso anno fu notato dall’allora giovane impresario Sergio Bernardini che lo invitò a suonare nella serata inaugurale della Capannina di Viareggio. Nei primi anni cinquanta formò, insieme al batterista Franco Mondini, un trio jazz in cui si alternarono vari contrabbassisti. Al trio si aggiunsero spesso solisti di richiamo, quali ad esempio Nini Rosso, Franco Pisano, Nunzio Rotondo e l’ex cornettista di Duke Ellington, Rex Stewart. Insieme a Mondini, Angela avrebbe poi fatto parte per qualche tempo del quartetto di Rotondo. Ha suonato anche con Franco Cerri, di cui è amico e del quale ha raccontato che nel 1946, non potendo comprare il biglietto, andava a sentire i concerti da fuori, raggiungendo in bicicletta il retro del locale torinese in cui si esibiva con Gorni Kramer e il Quartetto Cetra. Nel frattempo assunto in Rai, nel 1952 cessò l’attività musicale professionistica per dedicarsi al giornalismo.
Nonostante abbia abbandonato da allora l’attività musicale professionistica, Piero Angela è rimasto un cultore del jazz e solitamente, quando una trasmissione da lui condotta tocca argomenti in qualche modo connessi con la musica come per esempio i fenomeni acustici, coglie l’occasione per esibirsi al pianoforte e suonare insieme a noti jazzisti professionisti.
«Nella nostra musica c’è la passione, una specie di virus che continua negli anni e non finisce mai. Allora, la cosa interessante è che i musicisti che amano il jazz magari fanno il loro lavoro, ma poi si ritrovano dopo, per suonare. Questo perché la musica jazz è creativa; mentre la musica classica è esecutiva, cioè i musicisti eseguono la partitura, non scritta da loro, nel jazz si è autori, si è compositori e improvvisatori in tempo reale. E la musica che esce è sempre diversa, è questo che diverte, la creatività.» (Piero Angela)
Marino Moretti nasce il 18 luglio del 1885 a Cesenatico, in prov. di Forlì. Inizia gli studi classici a Ravenna, studi che continua a Bologna, ma li interrompe molto presto per frequentare a Firenze la Scuola di recitazione diretta da Luigi Rasi. Interrompe anche la Scuola di Firenze per dedicarsi esclusivamente alla poesia e alla attività di scrittore. Una vita sostanzialmente tranquilla, senza grossi colpi di scena la sua, vissuta prevalentemente nella città natale, in modo piuttosto appartato, coltivando poche ma solide amicizie letterarie, come quella col poeta Aldo Palazzeschi, conosciuto a Firenze nel 1901 al tempo della frequenza alla Scuola di recitazione. Attivo giornalista collabora per oltre 30 anni col Corriere della Sera; scrive in poesia e in prosa con operosità. La sua produzione di poeta e di scrittore inizia : nel 1905 con “ Fraternità “, dove rappresenta aspetti familiari e del natio paese di mare, su cui aleggia il dramma del suicidio , misterioso quanto improvviso , del primogenito Olindo; seguono: nel 1907 la raccolta di racconti giovanili “Il Paese degli equivoci”; nel 1910 “Poesie scritte col lapis” e “I Lestofanti”, raccolta di novelle di ambiente paesano-romagnolo; nel 1911 “Poesie di Tutti i giorni”; nel 1916 il primo romanzo “Il Sole del sabato”; nel 1919 “Antologia”, raccolta delle poesie dal 1905 al 1916; nel 1929 “Il tempo felice”; nel 1931 “Via Laura”; nel 1935 “L’Andreana”; nel 1941 “La Vedova Fioravanti”; nel 1951 ”I grilli di Pazzo Pazzi “; nel 1958 “La Camera degli sposi”. L’ultima stagione della sua vita, all’età di 80 anni, vede un felice ritorno alla poesia: nel 1969 “L’ultima estate”; nel 1971 “Tre anni e un giorno”; nel 1973 “Le poverazze”; e nel 1974 “Diario senza date”. Muore a Cesenatico il 6 luglio del 1979, novantaquattrenne, dopo avere vissuto una esistenza schiva ma laboriosa e con frequenti soggiorni a Firenze, in Olanda, nelle Fiandre ed a Parigi. Nelle poesie di Marino Moretti traspare forte il legame con la sua terra, Cesenatico e la Romagna, ma anche Firenze e le Fiandre , dove egli soggiornò più volte, vi occupano un posto di primo piano. “ Non c’è luogo per me che sia lontano , scriverà in “Andar Lontano”, della raccolta “Le Poverazze”, raccolta nella quale Moretti ripropone anche i temi della casa protettiva e degli oggetti quotidiani, idealizzati e trasfigurati però in atmosfere che sottolineano uno stato di malinconia, di noia esistenziale, di nostalgia del non vissuto, di malessere. Luogo prediletto dell’interiorità è il giardino della sua casa, che è anche il giardino della memoria familiare e del ricordo. Fra gli spazi familiari un posto privilegiato occupa la cucina, in cui il poeta vede la figura materna in un ruolo casalingo e rassicurante. Ma volge lo sguardo, con bonaria ironica comprensione, anche ai luoghi della quotidianità quali sono, ad esempio la locanda e il salone del parrucchiere. Tema ricorrente della sua poesia è la domenica, concepito come spazio tempo del grigiore e della noia, nei quali è immersa la provincia. In Marino Moretti immagini, figure ed oggetti ambientano paesaggi rievocativi di struggenti ricordi, che producono una forte risonanza interiore. Sono evasioni pervasi da malinconia, percorsi da una concezione del tempo inteso quale tempo dell’anima, disgiunto dunque dal tempo storico, inteso come vuoto, noia esistenziale, che scandisce la monotonia della vita di provincia, ripetitività e non senso, che portano ad un solo traguardo quello della morte, psichica e fisica. Moretti è consapevole dell’esaurimento di uno stile poetico che nella nuova realtà ha perso ogni funzione di messaggio. La poesia è poesia della non poesia, della sua impossibilità. Costruisce, pertanto, la sua poesia su una sorta di vuoto totale, sull’abbandono di qualunque valore, sull’accettazione incondizionata della normalità più dimessa. Una poesia estranea ai modelli culturali vigenti ed indifferente alla modernità. Rifiuterà infatti il termine crepuscolare alla sua poesia non accettando i limiti di tale appartenenza. Agli esordi piuttosto pascoliani, tesi alla ricerca di un linguaggio dell’intimità, non fa seguito alcuna idealizzazione delle piccole cose, così come viene escluso ogni richiamo del classicismo. La sua prima produzione poetica che va dal 1911 al 1915, si caratterizza per una condizione particolare segnata: dal non avere, dal non sapere, dal non essere. Moretti si vuole poeta proprio perché non partecipa al dibattito culturale, non possiede mezzi tecnici, né capacità di vita, non ha letteralmente “ niente da dire”. Su questo vuoto totale si svolge il filo esilissimo di una malinconia dolce e rassegnata. In questo leggerissimo nulla, vibra una minima dimensione vitale in cui si affacciano le figure, i luoghi tipici e soprattutto i motivi del repertorio crepuscolare, in particolare : il senso di evasione, di rinunzia, di indifferenza. Il componimento “Io non ho nulla da dire”, ci offre un quadro significativo, tra l’ironico e l’affettuoso, di Marino Moretti, uomo e poeta. Lo stesso atteggiamento si ritrova nelle raccolte poetiche della vecchiaia, in cui Moretti sembra emergere miracolosamente fuori dal tempo e sembra scoprire se stesso proprio grazie alla sua condizione marginale ed appartata, “ Grande scoperta: io sono quel che sono “, recita testualmente un suo verso. E Moretti è un poeta! “ Moretti è poeta”, osserva Pampaloni, “ quando la malinconia arriva nei suoi versi al termine di un itinerario scavato tra le contraddizioni, le impennate, gli atti di accusa e gli accenti masochistici di cui il suo temperamento è così fittamente tramato: quando ha bruciato la sua debole impostazione culturale, la sua maniera “. E la malinconia, come la sofferenza e la solitudine , che tanto dominano la produzione poetica del Moretti, trovano un puntuale aperto riscontro nel breve ma significativo componimento “ Il vaso”. Il Poeta ormai ha la piena consapevolezza del suo io; ha annullato ogni spessore ideologico e si sente dentro ogni cosa ed ogni parola; ha visto che il tempo ha smentito programmi, progetti, illusioni, finendo col dare ragione a chi “ non aveva niente da dire “, da ciò ricava una poesia serena, a tratti quasi gioiosa, che lascia trasparire una sottile ironia, sapendo che “ il nuovo non esiste “ e che vani erano i clamori della modernità. Può permettersi pertanto di poetare in assoluta libertà, seguendo il motto “ in casa mia scrivo come mi pare”. Nella lirica “La Signora Lalla”, ricordando la omonima vecchia maestra, il poeta vuole offrire al lettore l’esempio di un mondo lontano in cui l’uomo era più felice ed il mondo migliore di quello a lui presente. E’ un viaggio nella memoria di un uomo solo, che si sente stanco e vecchio e che ritorna al tempo dell’infanzia in cui scolaretto faceva il discolo ed il bricconcello con i suoi compagni. Nella poesia il poeta ricorda non solo le persone ma anche gli oggetti di quel tempo, la cartella, il calamaio, i pennini, la gomma, la cannetta, che costituiscono un esempio di quelle “piccole cose”, che caratterizzano la poesia crepuscolare. A quel tempo appartiene la maestra Lalla, che il poeta ancora ricorda e tiene in vita con il suo amore. Essa infatti è là, nella stanza del poeta , muta immagine che guarda i suoi quaderni . Ma i compiti ora sono diversi, sono vani, ma non perché la poesia espressa sia vuota, ma perché lo è il tempo presente rispetto a quel lontano passato, al quale il poeta ritorna volentieri, come ad una scelta di vita felicemente vissuta. Una scelta che si fa evidente nella conclusione, quando il poeta sembra voler esprimere alla vecchia maestra le sue capacità, invitandola a riguardare ancora i suoi compiti che oggi “ son tutti in versi”. Tra memoria e confessione la lirica “Le prime tristezze ” nella quale il Moretti, malinconico poeta, rievoca i ricordi di scuola e le tristezze dell’infanzia. E’ un ritorno al remoto passato, ad un mondo angusto e lontano, fatto con spirito meramente crepuscolare. Nella lirica “Non come gli altri” il poeta si autoanalizza nel rapporto tra sé e gli altri, tra la sua condizione di uomo integro, incapace di compromessi, e la società che lo circonda. Ne scaturisce un contrasto insanabile e una contestazione decisa. Una immagine di sé che il poeta dà in modo fermo e disincantato. Ritenuto dalla critica come un poeta che non ha nulla dire e che non raggiunge elevati livelli poetici va rilevato in realtà che Marino Moretti esprime nella sua poesia una sintesi della poesia crepuscolare che è insieme umile come la poesia di Govoni e ironica come la poesia di Gozzano. Una poesia, che meriterebbe una maggiore attenzione ed una rivalutazione , proprio per la forza nella sua inattualità e nella sua indifferenza al divenire, come osserva Giulio Ferroni, che rende Marino Moretti unico superstite di un movimento crepuscolare, che pur tra l’ironico e l’affettuoso, esprime una suggestiva sbiaditezza nella forma e nel contenuto.
Eduardo Terrana Saggista e Conferenziere internazionale su diritti umani e pace Tutti i diritti riservati all’autore
CRESCENZA CARADONNA CONTATTI/INFO: e mail: pugliadaamareonline@gmail.com
Santa subito all’Esedra articolo di Luciano Anelli
Al cinema Esedra della Parrocchia San Giuseppe di Bari (rione Madonnella) a chiusura di un ciclo di presentazioni, è stato proiettato il nuovo docufilm di Alessandro Piva “#SantaSubito“, racconto per immagini sulla vita e la morte violenta di Santa Scorese, vittima di femminicidio. Il film ha vinto il Premio del pubblico alla 14a #FestadelCinema di Roma. Alla presentazione era presente il regista, il parroco Don Tino, che conosceva bene Santa, i genitori di Santa, la Sorella ; #Rosamaria Scorese, col marito, e #Maria Pia Vigilante, presidente di Giraffa Onlus che ha collaborato nella realizzazione del docufilm. Questo film dimostra che non si muore mai nella vita se la semina è stata fertile e i contadini, che se ne sono occupati, solerti. Alessandro Piva: “Santa Subito parla di femminicidio ma celebra la vita” Infatti, la peculiarità del docufilm è di parlare di Santa attraverso le persone che la conoscevano ed hanno vissuto insieme a lei; del loro dolore mai sopito, della resilienza attraverso tutte le azioni che da anni, Rosamaria Scorese in testa, portano alla conoscenza la storia di Santa, affinché si comprenda meglio il dramma che si lascia nelle famiglie di chi viene ucciso in quanto donna. Questo docufilm aggiunge una vision diversa da tutte le altre iniziative artistiche, tutte lodevoli, mese in atto da altri validissimi registi, attori, documentatori, primo fra i quali Alfredo Traversa. Alesandro Piva: “La costruzione che ho dato al film è quasi da thriller, di modo che lo spettatore venga assalito dall’inquietudine fino alla tragedia finale. Santa, dalla forte personalità e dalla vivacità tipica dei giovani, è rimasta accanto alle vite di chi l’ha conosciuta, come se non fosse mai scomparsa. E’ una capacità che hanno solo le persone speciali” Il padre di Santa, combattuto fra la ragione di Stato, intrisa nella sua mente di servitore della Patria, ed il cuore che avrebbe voluto risolvere definitivamente il calvario di stolkeraggio, inflitto per tre anni a sua figlia da un ìa persona non stabile mentalmente, con un’azione forte nei confronti di quell’uomo, dice: “Solo un assassino non mi sono sentito di diventare.” Alessandro Piva: “Sul set del mio nuovo film documentario ho scoperto tanta umanità, ma anche utili informazioni pratiche: Angela Scorese mi ha insegnato come si calcola una porzione di orecchiette fatte a mano.”
Annamaria Tosto, presidente del Tribunale Penale di Bari, parlando del docufilm e rivolgendosi al regista, ha detto: “Due sono gli aspetti che fanno il tuo lavoro grande. Uno la valenza “politica”, l’altro privato, entrambi centrali. Per me che da 40 anni vivo la magistratura come servizio, il tuo film è un pugno nello stomaco: documenta il fallimento di un sistema che non riconosce quello che è riconoscibile e non garantisce chi chiede garanzie perché ne ha bisogno più degli altri. L’altro profilo, più intimista, è quello che racconta la “perdita”: il tuo non è solo un film sulla violenza di genere. È un film sulla desolazione che segue un’amputazione innaturale, del figlio che scompare prima di te; del dolore vissuto dignitosamente e senza fine. Il premio ricevuto restituisce solo in parte il valore del tuo lavoro”.
CRESCENZA CARADONNA CONTATTI/INFO: e mail: pugliadaamareonline@gmail.com
Giuseppe Mazzini: la storia: l’apostolo del risorgimento ricerche a cura di Crescenza Caradonna
Giuseppe Mazzini
«Gl’istinti repubblicani di mia madre m’insegnarono a cercare nel mio simile l’uomo, non il ricco o il potente; e l’inconscia semplice virtù paterna m’avvezzò ad ammirare, più che la boriosa atteggiata mezza-sapienza, la tacita inavvertita virtù di sagrificio ch’è spesso in voi.»
Giuseppe Mazzini, Agli operai italiani
GIUSEPPE MAZZINI è considerato un politico e filosofo molto importante nella storia italiana in quanto con le sue idee ha contribuito alla nascita di uno stato unitario. Per questo si parla di Mazzini come di uno dei padri della patria. Nato a Genova il 22 giugno 1805, all’età di 14 anni si è iscritto alla Facoltà di Medicina a Genova, per seguire il volere del padre. Ma ha abbandonato presto gli studi medici per iscriversi a Legge. Dopo i moti del 1821, Mazzini