"MARINO MORETTI LA POESIA DELLA NON POESIA" di Eduardo Terrana

MARINO MORETTI LA POESIA DELLA NON POESIA

di Eduardo Terrana

Marino Moretti nasce il 18 luglio del 1885 a Cesenatico, in prov. di Forlì. Inizia gli studi classici a Ravenna, studi che continua a Bologna, ma li interrompe molto presto per frequentare a Firenze la Scuola di recitazione diretta da Luigi Rasi.
Interrompe anche la Scuola di Firenze per dedicarsi esclusivamente alla poesia e alla attività di scrittore. Una vita sostanzialmente tranquilla, senza grossi colpi di scena la sua, vissuta prevalentemente nella città natale, in modo piuttosto appartato, coltivando poche ma solide amicizie letterarie, come quella col poeta Aldo Palazzeschi, conosciuto a Firenze nel 1901 al tempo della frequenza alla Scuola di recitazione. Attivo giornalista collabora per oltre 30 anni col Corriere della Sera; scrive in poesia e in prosa con operosità.
La sua produzione di poeta e di scrittore inizia : nel 1905 con “ Fraternità “, dove rappresenta aspetti familiari e del natio paese di mare, su cui aleggia il dramma del suicidio , misterioso quanto improvviso , del primogenito Olindo; seguono: nel 1907 la raccolta di racconti giovanili “Il Paese degli equivoci”; nel 1910 “Poesie scritte col lapis” e “I Lestofanti”, raccolta di novelle di ambiente paesano-romagnolo;
nel 1911 “Poesie di Tutti i giorni”; nel 1916 il primo romanzo “Il Sole del sabato”; nel 1919 “Antologia”, raccolta delle poesie dal 1905 al 1916; nel 1929 “Il tempo felice”; nel 1931 “Via Laura”; nel 1935 “L’Andreana”; nel 1941 “La Vedova Fioravanti”; nel 1951 ”I grilli di Pazzo Pazzi “; nel 1958 “La Camera degli sposi”.
L’ultima stagione della sua vita, all’età di 80 anni, vede un felice ritorno alla poesia:
nel 1969 “L’ultima estate”; nel 1971 “Tre anni e un giorno”; nel 1973 “Le poverazze”; e nel 1974 “Diario senza date”.
Muore a Cesenatico il 6 luglio del 1979, novantaquattrenne, dopo avere vissuto una esistenza schiva ma laboriosa e con frequenti soggiorni a Firenze, in Olanda, nelle Fiandre ed a Parigi.
Nelle poesie di Marino Moretti traspare forte il legame con la sua terra, Cesenatico e la Romagna, ma anche Firenze e le Fiandre , dove egli soggiornò più volte, vi occupano un posto di primo piano.
“ Non c’è luogo per me che sia lontano , scriverà in “Andar Lontano”, della raccolta “Le Poverazze”, raccolta nella quale Moretti ripropone anche i temi della casa protettiva e degli oggetti quotidiani, idealizzati e trasfigurati però in atmosfere che sottolineano uno stato di malinconia, di noia esistenziale, di nostalgia del non vissuto, di malessere.
Luogo prediletto dell’interiorità è il giardino della sua casa, che è anche il giardino della memoria familiare e del ricordo.
Fra gli spazi familiari un posto privilegiato occupa la cucina, in cui il poeta vede la figura materna in un ruolo casalingo e rassicurante.
Ma volge lo sguardo, con bonaria ironica comprensione, anche ai luoghi della quotidianità quali sono, ad esempio la locanda e il salone del parrucchiere.
Tema ricorrente della sua poesia è la domenica, concepito come spazio tempo del grigiore e della noia, nei quali è immersa la provincia.
In Marino Moretti immagini, figure ed oggetti ambientano paesaggi rievocativi di struggenti ricordi, che producono una forte risonanza interiore.
Sono evasioni pervasi da malinconia, percorsi da una concezione del tempo inteso quale tempo dell’anima, disgiunto dunque dal tempo storico, inteso come vuoto, noia esistenziale, che scandisce la monotonia della vita di provincia, ripetitività e non senso, che portano ad un solo traguardo quello della morte, psichica e fisica.
Moretti è consapevole dell’esaurimento di uno stile poetico che nella nuova realtà ha perso ogni funzione di messaggio.
La poesia è poesia della non poesia, della sua impossibilità. Costruisce, pertanto, la sua poesia su una sorta di vuoto totale, sull’abbandono di qualunque valore, sull’accettazione incondizionata della normalità più dimessa.
Una poesia estranea ai modelli culturali vigenti ed indifferente alla modernità.
Rifiuterà infatti il termine crepuscolare alla sua poesia non accettando i limiti di tale appartenenza.
Agli esordi piuttosto pascoliani, tesi alla ricerca di un linguaggio dell’intimità, non fa seguito alcuna idealizzazione delle piccole cose, così come viene escluso ogni richiamo del classicismo.
La sua prima produzione poetica che va dal 1911 al 1915, si caratterizza per una condizione particolare segnata: dal non avere, dal non sapere, dal non essere.
Moretti si vuole poeta proprio perché non partecipa al dibattito culturale, non possiede mezzi tecnici, né capacità di vita, non ha letteralmente “ niente da dire”.
Su questo vuoto totale si svolge il filo esilissimo di una malinconia dolce e rassegnata.
In questo leggerissimo nulla, vibra una minima dimensione vitale in cui si affacciano le figure, i luoghi tipici e soprattutto i motivi del repertorio crepuscolare, in particolare : il senso di evasione, di rinunzia, di indifferenza.
Il componimento “Io non ho nulla da dire”, ci offre un quadro significativo, tra l’ironico e l’affettuoso, di Marino Moretti, uomo e poeta.
Lo stesso atteggiamento si ritrova nelle raccolte poetiche della vecchiaia, in cui Moretti sembra emergere miracolosamente fuori dal tempo e sembra scoprire se stesso proprio grazie alla sua condizione marginale ed appartata, “ Grande scoperta: io sono quel che sono “, recita testualmente un suo verso. E Moretti è un poeta!
“ Moretti è poeta”, osserva Pampaloni, “ quando la malinconia arriva nei suoi versi al termine di un itinerario scavato tra le contraddizioni, le impennate, gli atti di accusa e gli accenti masochistici di cui il suo temperamento è così fittamente tramato: quando ha bruciato la sua debole impostazione culturale, la sua maniera “.
E la malinconia, come la sofferenza e la solitudine , che tanto dominano la produzione poetica del Moretti, trovano un puntuale aperto riscontro nel breve ma significativo componimento “ Il vaso”.
Il Poeta ormai ha la piena consapevolezza del suo io; ha annullato ogni spessore ideologico e si sente dentro ogni cosa ed ogni parola; ha visto che il tempo ha smentito programmi, progetti, illusioni, finendo col dare ragione a chi “ non aveva niente da dire “, da ciò ricava una poesia serena, a tratti quasi gioiosa, che lascia trasparire una sottile ironia, sapendo che “ il nuovo non esiste “ e che vani erano i clamori della modernità. Può permettersi pertanto di poetare in assoluta libertà, seguendo il motto “ in casa mia scrivo come mi pare”.
Nella lirica “La Signora Lalla”, ricordando la omonima vecchia maestra, il poeta vuole offrire al lettore l’esempio di un mondo lontano in cui l’uomo era più felice ed il mondo migliore di quello a lui presente. E’ un viaggio nella memoria di un uomo solo, che si sente stanco e vecchio e che ritorna al tempo dell’infanzia in cui scolaretto faceva il discolo ed il bricconcello con i suoi compagni. Nella poesia il poeta ricorda non solo le persone ma anche gli oggetti di quel tempo, la cartella, il calamaio, i pennini, la gomma, la cannetta, che costituiscono un esempio di quelle “piccole cose”, che caratterizzano la poesia crepuscolare. A quel tempo appartiene la maestra Lalla, che il poeta ancora ricorda e tiene in vita con il suo amore. Essa infatti è là, nella stanza del poeta , muta immagine che guarda i suoi quaderni . Ma i compiti ora sono diversi, sono vani, ma non perché la poesia espressa sia vuota, ma perché lo è il tempo presente rispetto a quel lontano passato, al quale il poeta ritorna volentieri, come ad una scelta di vita felicemente vissuta. Una scelta che si fa evidente nella conclusione, quando il poeta sembra voler esprimere alla vecchia maestra le sue capacità, invitandola a riguardare ancora i suoi compiti che oggi “ son tutti in versi”.
Tra memoria e confessione la lirica “Le prime tristezze ” nella quale il Moretti, malinconico poeta, rievoca i ricordi di scuola e le tristezze dell’infanzia. E’ un ritorno al remoto passato, ad un mondo angusto e lontano, fatto con spirito meramente crepuscolare. Nella lirica “Non come gli altri” il poeta si autoanalizza nel rapporto tra sé e gli altri, tra la sua condizione di uomo integro, incapace di compromessi, e la società che lo circonda.
Ne scaturisce un contrasto insanabile e una contestazione decisa. Una immagine di sé che il poeta dà in modo fermo e disincantato.
Ritenuto dalla critica come un poeta che non ha nulla dire e che non raggiunge elevati livelli poetici va rilevato in realtà che Marino Moretti esprime nella sua poesia una sintesi della poesia crepuscolare che è insieme umile come la poesia di Govoni e ironica come la poesia di Gozzano.
Una poesia, che meriterebbe una maggiore attenzione ed una rivalutazione , proprio per la forza nella sua inattualità e nella sua indifferenza al divenire, come osserva Giulio Ferroni, che rende Marino Moretti unico superstite di un movimento crepuscolare, che pur tra l’ironico e l’affettuoso, esprime una suggestiva sbiaditezza nella forma e nel contenuto.

Eduardo Terrana
Saggista e Conferenziere internazionale su diritti umani e pace
Tutti i diritti riservati all’autore

CRESCENZA CARADONNA
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Crescenza Caradonna

Santa subito all’Esedra di Bari

Santa subito all’Esedra
articolo di Luciano Anelli

Al cinema Esedra della Parrocchia San Giuseppe di Bari (rione Madonnella) a chiusura di un ciclo di presentazioni, è stato proiettato il nuovo docufilm di Alessandro Piva “#SantaSubito“, racconto per immagini sulla vita e la morte violenta di Santa Scorese, vittima di femminicidio. Il film ha vinto il Premio del pubblico alla 14a #FestadelCinema di Roma.
Alla presentazione era presente il regista, il parroco Don Tino, che conosceva bene Santa, i genitori di Santa, la Sorella ; #Rosamaria Scorese, col marito, e #Maria Pia Vigilante, presidente di Giraffa Onlus che ha collaborato nella realizzazione del docufilm.
Questo film dimostra che non si muore mai nella vita se la semina è stata fertile e i contadini, che se ne sono occupati, solerti.
Alessandro Piva: “Santa Subito parla di femminicidio ma celebra la vita”
Infatti, la peculiarità del docufilm è di parlare di Santa attraverso le persone che la conoscevano ed hanno vissuto insieme a lei; del loro dolore mai sopito, della resilienza attraverso tutte le azioni che da anni, Rosamaria Scorese in testa, portano alla conoscenza la storia di Santa, affinché si comprenda meglio il dramma che si lascia nelle famiglie di chi viene ucciso in quanto donna.
Questo docufilm aggiunge una vision diversa da tutte le altre iniziative artistiche, tutte lodevoli, mese in atto da altri validissimi registi, attori, documentatori, primo fra i quali Alfredo Traversa.
Alesandro Piva: “La costruzione che ho dato al film è quasi da thriller, di modo che lo spettatore venga assalito dall’inquietudine fino alla tragedia finale. Santa, dalla forte personalità e dalla vivacità tipica dei giovani, è rimasta accanto alle vite di chi l’ha conosciuta, come se non fosse mai scomparsa. E’ una capacità che hanno solo le persone speciali”
Il padre di Santa, combattuto fra la ragione di Stato, intrisa nella sua mente di servitore della Patria, ed il cuore che avrebbe voluto risolvere definitivamente il calvario di stolkeraggio, inflitto per tre anni a sua figlia da un ìa persona non stabile mentalmente, con un’azione forte nei confronti di quell’uomo, dice: “Solo un assassino non mi sono sentito di diventare.”
Alessandro Piva: “Sul set del mio nuovo film documentario ho scoperto tanta umanità, ma anche utili informazioni pratiche: Angela Scorese mi ha insegnato come si calcola una porzione di orecchiette fatte a mano.”

Annamaria Tosto, presidente del Tribunale Penale di Bari, parlando del docufilm e rivolgendosi al regista, ha detto: “Due sono gli aspetti che fanno il tuo lavoro grande. Uno la valenza “politica”, l’altro privato, entrambi centrali. Per me che da 40 anni vivo la magistratura come servizio, il tuo film è un pugno nello stomaco: documenta il fallimento di un sistema che non riconosce quello che è riconoscibile e non garantisce chi chiede garanzie perché ne ha bisogno più degli altri.
L’altro profilo, più intimista, è quello che racconta la “perdita”: il tuo non è solo un film sulla violenza di genere. È un film sulla desolazione che segue un’amputazione innaturale, del figlio che scompare prima di te; del dolore vissuto dignitosamente e senza fine. Il premio ricevuto restituisce solo in parte il valore del tuo lavoro”.

CRESCENZA CARADONNA
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Crescenza Caradonna