LA VOSTRA LIBERAZIONE È VICINA!I DOMENICA DI AVVENTO (C)di Fra Umberto Panipucci

LA VOSTRA LIBERAZIONE È VICINA!

I DOMENICA DI AVVENTO (C)

Lc 21,25-28.34-36

+In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria. Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina. State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo».+

Un nuovo anno liturgico inizia, un nuovo percorso che ci farà rivivere le tappe fondamentali dell’opera di Salvezza compiuta da Cristo. Un’altro tempo di Grazia per rifletterci nello “Specchio della Perfezione”: la vita di Cristo, citando Santa Chiara.

Gli Astri, immagine simbolica di tutto ciò che l’uomo, al di fuori di Dio, ritiene importante e pensa influisca nella sua vita, verranno sconvolti dalla venuta definitiva del Cristo, il quale farà trionfare la sua legge d’amore e oscurerà ogni falso splendore di questo mondo.
Tutto questo mentre resistiamo alle avversità, piccole e grandi, che la vita ci mette davanti. Davanti ad esse possiamo scegliere di morire spiritualmente per “la paura e l’attesa di ciò che dovrà succedere”, chiudendoci nelle nostre ridicole sicurezze, o, pieni della speranza portata dal Verbo, alzare il capo fieri, perchè la nostra liberazione è vicina. Personalmente preferisco pensare che questa vicinanza non sia nel tempo ma piuttosto una vera e propria prossimità sostanziale, con questo intendo che, accogliendo Cristo nel cuore, siamo già liberi, già pregustiamo la resurrezione e la visione beatifica del volto di Dio. Dopo tutto Gesù nei vangeli ci ha più volte fatto intendere che “il Regno di Dio è già in mezzo a noi” (cfr. Lc, 17,21), la forza sanante e liberatrice dello Spirito Santo, oltre a compiere misteriosamente il Suo disegno di Salvezza, già inonda la storia e sfrutta ogni occasione che la nostra disponibilità vorrà offrirgli. Anche questo ci è stato rivelato ogni volta che il Salvatore ha ripetuto “La tua fede ti ha salvato”. Si, il paradiso è vicino, ed è molto più a portata di mano di quello che possiamo pensare, ma quanto è facile che, similmente a quel Ricco che ha rifiutato di donare il superfluo e seguire il Maestro, voltiamo le spalle alla vera Gioia, dubitando della Parola, per ritornare ai nostri meschini surrogati di felicità. Non lasciamo che i nostri cuori si appesantiscano sperperando in vanità la nostra preziosa vita, magari cercando compulsivamente un modo per distrarci, divertirci e fuggire via dalle nostre più profonde e vere necessità. Ogni volta che ascolteremo quella voce che ci dice :”Dona tutto e seguimi” (MC 10, 17,27) e ci volteremo per tornare alla mediocrità di una vita insipida, continuando a restare nella nostra tristezza, magari mascherata dai plasticosi e vuoti sorrisi che popolano gli spots pubblicitari ( personalmente a questi preferisco di gran lunga un’onesta mestizia). C’è chi appesantisce il proprio cuore vivendo a vuoto, colmando il proprio tempo di riempitivi sterili; c’è chi lo fa attraverso le “ubriachezze” fra le quali non vanno intese solo alcool o qualsiasi altra droga, ma anche l’euforia indotta dal successo, il potere, il denaro, il sesso fine a se stesso. C’è poi chi si fa vincere dagli affanni, e proprio quando più dovrebbe, smette semplicemente di Sperare in Cristo, spegnendosi lentamente. Se dunque nutriamo una piccolo focolare di fede, facciamo di tutto per difenderlo, la notte è lunga e fredda, senza non abbiamo speranza. Vegliamo! Sforziamoci di vivere ogni giorno come dovremmo come se fosse l’ultimo, prima di incontrare il senso della nostra esistenza: Cristo Gesù. Siamo pellegrini qui, semi che stanno per germogliare, rondini che stanno per migrare, prepariamoci con gioia operosa e orante al Cristo che verrà!

Felice Domenica e felice Avvento.

Fra Umberto Panipucci.

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IL VANGELO DI DOMANI SPIEGATO DA FRA UMBERTO PANIPUCCI

LA CHIAVE DEL CIELO

XXX Domenica del tempo ordinario (B)

Mc 10, 46-52.

+”In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!».”+

Il prefisso “bar” nei nomi di origine semita sta per “figlio di”. In questo Caso Bartimeo non voleva dire che “il figlio di Timeo”, qualcuno a cui non veniva concesso nemmeno la dignità di un nome e che veniva riconosciuto solo perchè figlio di un tale che il nome invece l’aveva. Un disabile ai tempi di Gesù non aveva le garanzie che oggi gli concede la società, per la famiglia restava solo una bocca da sfamare che non produceva reddito e, a quei tempi, non era facile mantenere una persona improduttiva. A un cieco non restava che affidarsi alla pietà della sua comunità diventando così un mendicante. Immaginiamo quest’uomo messo ai margini dai suoi, che lo costringono a mendicare, dalla sua comunità che non gli concede che un posto a terra, ai lati di una strada a sperare nella pietà di qualcuno e che nessuno gli rubasse quel poco che la gente gli concedeva. Proviamo a calarci nei suoi panni quando sente una folla di persone imploranti che chiedevano al falegname di Nazareth una guarigione, giustizia, una risposta alle loro domande. Proviamo a sentire quella Speranza che deve avergli infiammato il petto appena saputo che Gesù, il famoso taumaturgo, di cui si diceva potesse essere quel Messia che Israele attendeva stava passando proprio li, lungo la sua strada, davanti al suo posticino. La sua grande occasione finalmente era giunta! Il Cristo non poteva restare indifferente a tutto il dolore e l’umiliazione in cui era stata sommersa la sua vita, un figlio di Abramo non poteva vivere così, anzi, nessuno doveva trascinare la sua esistenza in quel modo! Ed ecco quel Grido sale: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!”.*

+Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».+

La gente lo rimprovera. Il grido doveva essere davvero alto per infastidirli e addirittura coprire tutte le altre grida. Bartimeo stava dando il meglio di se, mettendo a frutto tutto quello che aveva imparato con il suo mestiere di mendicante: inchiodare il passante con la sua voce facendo vibrare in essa il timbro del dolore e della disperazione , colpendo dritto alla sua coscienza, costringendolo a piegarsi davanti alla sua miseria. Sapeva anche che doveva essere insistente, fastidioso, consapevole di dover accettare il rischio di un calcio ed uno spintone (e probabilmente ne ha avuti anche in questa circostanza). Ma Bartimeo non aveva paura di essere picchiato da qualche vigliacco, anzi, il suo grido divenne ancora più vigoroso, pieno di quella forza che solo la sua “debolezza” poteva dargli.

+Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. +

Tra le cento voci Gesù ascolta proprio la sua. L’orecchio di Dio è teso verso il grido dei suoi figli più bisognosi proprio come l’attenzione di una madre premurosa si rivolge sopratutto verso i suoi figli più fragili e deboli. Bartimeo getta via tutto quello che aveva: il mantello logoro e le poche monete racimolate, tutto ciò che poteva rappresentare la sua sicurezza. Coloro che accolgono la chiamata sanno che niente può essere considerato sicurezza al di fuori di Cristo, così ogni altra cosa può essere sacrificata per meglio seguirlo, questa è la povertà in Spirito

+Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.+

Fino a quel momento Gesù sembrava sordo a tutte le suppliche che gli rivolgevano. Ma i segni che Egli concedeva dovevano essere soprattuto un “in-segnare”, non una prestazione ne una manifestazione di potere.Il Cristo, ascoltando Bartimeo, ammirando come la sua disperazione tramutava in sfrontata Speranza e notando, infine, come cercavano inutilmente di farlo tacere, permise a qualcosa della sua dolorosa esistenza di arrivargli al cuore. Ecco, era giunto il momento di parlare al suo popolo, di mostrare ad Israele quanta dignità avesse quell’uomo a cui non era stato dato nemmeno il privilegio di essere chiamato con il suo nome. Colui che è venuto per servire manifesta così tutto il suo desiderio di farlo: “Che cosa vuoi che io faccia per te?”, la stessa risposta aveva dato ai due figli di Zebedeo, ma con esito diverso (cfr. Mc 10,36), se il primo chiedeva che gli fosse riconosciuta la dignità di figlio, i secondi cercavano gloria e onore. Probabilmente Gesù già sapeva cosa il cieco volesse chiedergli ed era in fondo evidente, ma proprio attraverso quella domanda egli manifesta al suo gregge quella che è insieme la sua essenza e la sua missione. Bartimeo riconosce Gesù come il messia che doveva venire, si appella al suo amore e alla sua misericordia, lascia le sue sicurezze e lo chiama maestro: non era solo pronto ad essere guarito ma anche a seguirlo ed essere uno de suoi più ferventi discepoli. Ed è così il figlio di Timeo fece del suo “essere nessuno”, della solitudine e della miseria materiale, la sua più grande forza e ricchezza. Potessimo anche noi trasformare le nostre miserie in forza spirituale per innalzare ferventi preghiere e ottenere ciò che è bene per noi e per il mondo, sì, è quando siamo deboli che diventiamo forti (cfr. 2Cor 12,10).

Felice Domenica

Fra Umberto Panipucci

*Il titolo che il cieco di Gerico attribuisce al Mastro Nazareno è ancora legato all’attesa di un Messia Regale, il concetto “Gesù Figlio di Dio” farà fatica a farsi strada nella mentalità ebraica, molto meno in quella pagana dove l’idea che le divinità fossero in grado di generare altre divinità era diffusa.

IL MIGLIOR INVESTIMENTO POSSIBILE XXVIII Domenica del tempo ordinario (B) – IL VANGELO DI OGGI di Fra Umberto Panipucci

 

IL MIGLIOR INVESTIMENTO POSSIBILE

XXVIII Domenica del tempo ordinario (B)

(Mc 10, 17-27):

+”In quel tempo, mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo.”+

La Fama che Gesù stava lasciando dietro di se, era quella di testimone profetico della Misericordia divina. I cosiddetti “peccatori pubblici”: pubblicani, prostitute e adulteri, insieme gli “eretici” samaritani e persino i pagani, gente considerata esclusa dalla Salvezza e per questo emarginata, diventano con Gesù i soggetti prediletti dell’Amore di Dio: è per loro che il Pastore lascia le 99 pecore nel recinto (Mt-18, 12-14); Egli è il dottore venuto sopratutto per i malati (Mt9,9-13). Non a caso il Giovane ricco lo chiama “maestro buono” forse proprio perchè distingue Gesù per la sua indulgenza verso le categorie umane, considerate escluse dalla Grazia. All’appellativo datogli dal “tale”, Cristo risponde, sottolineando ancora di più l’importanza della Perdono e della Misericordia, facendo intendere che la tenerezza mostrata da lui stesso verso gli ultimi non era niente in confronto a quella che il Padre aveva per tutta l’umanità. Resta interessante come nel rispondere alla domanda Gesù sia attento a questo dettaglio, come per rafforzare l’idea che la Bontà (il termine che l’evangelista riporta è ἀγαθόν) fosse l’attributo divino per eccellenza.

+Tu conosci i comandamenti: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre”».
Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza».+

Questo elenco di norme e quasi completamente tratto dal celebre decalogo (escludendo “non frodare”: c’era, evidentemente, il bisogno di precisarlo). Ciò che colpisce è l’omissione dei 3 comandamenti verso Yahweh. C’è da dire che l’idea del culto era esclusivamente “liturgico-sacerdotale”, questo nonostante Dio, attraverso i profeti, volesse prima di tutto la conversione del cuore (cfr Sal 50, 18-19; Ez 33,10) e l’amore verso il prossimo (cfr Osea 6,3-6). In questa circostanza non c’era bisogno dunque di ricordare quell’aspetto, ma piuttosto occorreva verificare che il Signore venisse glorificato anche attraverso il rispetto e la Carità verso il prossimo. Il “tale” dichiara di essere attento a tutte le norme citate da Gesù, questo dimostra buona inclinazione verso il bene.

+Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni.+

Se Dio ci “scruta”, è sempre per amarci, mai per accusarci: non è un poliziotto, ma un Padre che ci dà la Vita. Il Messia che scrutava (ἐμβλέπω) i cuori sapeva bene come l’uomo si sforzasse di seguire le vie della legge mosaica per ottenere la benedizione divina e per questo lo stimava profondamente (ἀγαπάω) . Tuttavia, sembra trattenersi dal completare l’elenco delle cose da fare per ottenere “la vita eterna”, forse con lo scopo propedeutico di spingere quell’uomo ad andare oltre. La reazione che scaturisce dal cuore del facoltoso devoto, lascia intendere la sua incapacità di espandere l’orizzonte interiore. Nonostante le notevoli energie investite, Il “Ricco” si limita a far notare che già compie tutte le opere necessarie, dimenticando però proprio quello che è il vero scopo e il coronamento di tutte le pratiche: restituire tutto a Dio nella Carità. Questo non vuol dire semplicemente gettare i propri beni al vento, ma espropriarsene ed amministrarli per il bene comune.
La “perla preziosa” è mostrata, il tesoro nel campo rivelato (cfr Mt 13,44-52), Ma il mercante e il contandino non sono disposti a vendere tutto per ottenere la solo cosa che può dar senso a tutta la loro esistenza. L’uomo ricco preferisce la sicurezza che gli da il suo denaro, ha paura di perdere ciò che ha per una promessa in cui dimostra di non credere abbastanza. Resta amareggiato perché in fondo al cuore sa di aver perso un’occasione irripetibile. Rimarrà per sempre un “tale”, senza un nome che potrà essere ricordato perché, probabilmente, non è mai entrato nel numero dei discepoli.

+Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!».+

Molti beni, molti lacci, molte angoscie, troppe cose per cui affannarsi, troppi muri da alzare per difendere, accumulare e conservare ciò che sarà consumato dal tempo e da cui la morte ci separerà. Come può essere libera una persona così? Quante guerre e soprusi scaturiscono dalle speculazioni concepite nei lussuosi salotti dell’alta finanza? Difficile essere ricchi e liberi, anzi, sembra proprio che Gesù voglia dire che sia impossibile!

+I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago*, che un ricco entri nel regno di Dio». Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio».+

I discepoli restano sconcertati. Erano cresciuti con l’idea che la ricchezza fosse il segno evidente della benedizione divina, come del resto ne era convinto ogni buon giudeo. Quell’uomo metteva in pratica ogni norma della legge e Gesù aveva appena detto che rischiava di essere escluso dalla Salvezza!

“E chi può essere Salvato?”: La domanda angosciata che i discepoli fanno a Gesù rivela ancora una volta come questi non abbiano ancora acquisito le nuove categorie che Gesù stava introducendo attraverso la sua predicazione. Eppure hanno visto il perdono di ogni specie di peccatore, persino dei pubblicani che si erano arricchiti in modo disonesto maggiorando le tasse che riscuotevano per conto degli occupanti romani. La risposta del Cristo è spiazzante: “Tutto è possibile a Dio”. La misericordia di Dio si estende anche dopo la vita terrena. Personalmente credo nel purgatorio : inteso come una transizione che intercorre tra la non visione e la visione beatificante del volto divino un “tempo” che servirà a districarci da tutti quei lacci da cui non siamo riusciti a liberarci in vita… Forse sarà stato proprio lì che l’uomo ricco avrà capito quale fosse “la banca” dove conveniva investire tutto, quella che gli avrebbe fatto accumulare beni in cielo (cfr Mt 6,19-23), avrebbe goduto di quella ricchezza fatta di “sconsiderato Amore”, lo stesso che ha dolorosamente represso, fatta della felicità da cui è fuggito via. Ora tocca a noi non perdere l’occasione, e capire quale sia il miglior investimento possibile.

Felice Domenica.

Fra Umberto Panipucci

* Nota: La “cruna dell’ago” potrebbe essere uno strettissimo passaggio allora aperto fra le mura di Gerusalemme e che alcune guide citano per spiegare il famoso detto. Un’altra ipotesi è che si possa aver trascritto “kamelos” al posto di “kamilos“, termine che indica una grossa corda o una gomena.Comunque, In tutti i casi, il significato metaforico resta invariato.


 

DUE METÀ PER L’IMMAGINE DI DIO. XXVII Domenica del tempo ordinario

DUE METÀ PER L’IMMAGINE DI DIO.

XXVII Domenica del tempo ordinario (B)

Mc 10, 2-16

+In quel tempo, alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, domandavano a Gesù se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie.+Il Successo ottenuto dalla predicazione di Gesù spinge i suoi avversari ad escogitare elaborate “trappole” per screditarlo agli occhi dei suoi sostenitori. La strategia usata più spesso è quella di spingerlo a prendere posizione su temi assai controversi ed esporlo alle critiche della parte avversa. In questo caso il tema trattato è quello del diritto al ripudio, ovvero la possibilità da parte dell’uomo di liberarsi dal vincolo matrimoniale allorché questi riteneva che fosse opportuno. L’atto di ripudio, il documento che testimonia questa scelta, dava la possibilità alla donna di sposarsi nuovamente senza incorrere nell’adulterio (Cfr Dt 24, 1-4). In realtà questo “compromesso” tutelava la donna dalla lapiadazione in caso di adulterio (lo stesso voleva fare Giuseppe con Maria prima dell’apparizione rivelatrice che lo ha messo su un’altra strada (cfr Mt 1, 18-24).+Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla». Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma.+I farisei che stavano interrogando Gesù, restano subdolamente vaghi riguardo all’argomento, limitandosi a citare i versetti attribuiti a Mosè senza menzionare l’aspetto più controverso, cioè: la motivazione che doveva determinare l’atto di ripudio. Su questo aspetto i pareri erano discordanti: si andava dal permissivismo esagerato all’estrema prudenza che riservava questa possibilità ai soli casi più gravi. Ciascuna delle posizioni aveva importanti sostenitori fra i grandi rabbini. Tuttavia il profeta Malachia (cfr. Ml 2, 14-16) è decisamente esplicito nel denunciare l’usanza di ripudiare la “compagna della propria giovinezza” per “tradirla” con un altra donna, un atto che, citando il profeta, era in odio a Dio.+Ma dall’inizio della creazione [Dio] li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto».+Gesù allude al primo racconto della creazione dell’uomo (cfr Gn 1, 26-28) e non quello più “famoso” (cfr Gn 2, 18-25) che, a una lettura più superficiale, potrebbe far pensare alla donna come una creazione di serie “b” (e che invece cela in se verità ben più profonde). La scelta del Maestro vuole mettere in evidenza come la creazione dell’uomo maschio e femmina sia il progetto originale di Dio, un progetto che li pone sullo stesso piano e li riveste della medesima dignità. Oltre a questo Gesù sottolinea come maschio e femmina siano realtà complementari, fatte per diventare, insieme, “una sola carne”. L’uomo è creatura pienamente realizzata nell’amore oblativo, sia nella scelta matrimoniale che nella via della piena consacrazione alla causa del Regno dei Cieli (cfr Mt 19, 12; 1Cor 7, 32). Solo nel mistero della Croce questa dottrina è pienamente comprensibile, in quanto essa rappresenta la piena offerta di se: proprio per questo, le due vie sopracitate, sono evangeliche ed eroiche. Diventa evidente così che la lotta per restare fedeli è così dura da spingere Gesù ad ammonire severamente, chiunque avesse intenzione di farlo, a non separare ciò che Dio unisce.+A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. E disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio».+È curioso notare come Gesù, rispondendo alla richiesta di chiarimento dei suoi discepoli, rileva come anche la donna avesse la possibilità di ripudiare il proprio marito e quindi di incorrere nello stesso peccato, come era possibile non lo sappiamo, ma possiamo immaginare che questo in qualche modo succedesse. L’adulterio è dunque il peccato che spezza l’unione dell’amore e uccide, se così si può dire, quell’unico “corpo” formato nel momento dell’unione.+Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso». E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro.+I discepoli cercano di allontanare i bambini, considerandoli una scocciatura o una perdita di tempo, ma Gesù ammonisce severamente questo atteggiamento, essi non sono persone di serie b e meritano tutta la sua attenzione. Se oggi, a giusta ragione, si moltiplicano le associazioni che difendono i diritti dei bambini, all’epoca della narrazione evangelica questo non avveniva affatto e ciò li esponeva ad ogni tipo di abuso. Socialmente non esistevano fino alla pubertà e i loro diritti dipendevano solo dal benvolere di genitori e parenti. Erano dunque gli ultimi fra gli ultimi, esattamente lo stato che Gesù indicava come ideale per accogliere il Regno dei cieli.Da notare: i versetti di questa liturgia domenicale compongono insieme i tre elementi della famiglia: Marito, Moglie e bambini, di tutti viene sottolineata la dignità e l’importanza. Ancora una volta il vincolo che tieni uniti è quello dell’amore pieno e reciproco, capace di sussistere anche quando “non conviene” e che non ammette scarti di qualità fra le parti.

Felice Domenica

Fra Umberto Panipucci.

VOLETE ANDARVENE ANCHE VOI? XXI Domenica del tempo ordinario (B) di Fra Umberto Panipucci

VOLETE ANDARVENE ANCHE VOI?

XXI Domenica del tempo ordinario (B)

Gv 6,60-69

+In quel tempo, molti dei discepoli di Gesù, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?».+

La Verità ha un peso insostenibile? È questo che vogliono dire i discepoli? La dottrina di Gesù è ardua, non tanto per la sua complessità quanto per la forza d’animo che essa richiede per essere vissuta. Diventare intimi di Dio, nutrirsi del vero cibo e della vera bevanda che il Cristo offre, diventando a nostra volta tempio dello Spirito, coeredi del Figlio: decisamente un concetto difficile da accettare, specie a quei tempi. Consideriamo che il Sancta Sanctorum, il luogo che custodiva le tavole della Legge e quindi anche l’unico in cui la presenza del Signore poteva essere in qualche modo adorata, restava proibito e inacessibile, se non al sacerdote prescelto, immaginare il contatto la divinità era dunque impossibile, anzi la sola visione di Jahwè poteva significare la morte; come poteva dunque l’interiorità dell’uomo, da cui procedono pensieri impuri, addirittura contenere questa presenza e avere la stessa sacralità del cuore del Tempio?

+Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima?+

Persino i discepoli stentano a credere nelle parole del Maestro, infatti occorreranno diversi secoli perché il concetto di Gesù Dio-Uomo e quello di umanità divinizzata farà una certa fatica ad affermarsi durante il primo secolo (questi argomenti sono raramente citati nelle letteratura cristiana antica) e susciteranno molti dibattiti teologici, a voltedrammatici scismi. Gesù non solo conferma quello che aveva appena detto pubblicamente ma preannuncia la resurrezione e l’ascensione al cielo, il Sigillo che autenticherà in eterno la vita e il messaggio del Cristo come la Via, la Verità e la Vita che l’Eterno ci ha dato come eredità. Allora non ci saranno scuse per non credere più in lui, molti, se non tutti i discepoli, ne saranno infatti testimoni.

+È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono».
Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito.+

L’essenza del messaggio di Cristo resta precluso a chi vuole interpretarlo utilizzando esclusivamente le categorie della “carne”. I discepoli, di cui avverte l’incredulità, si ostinano a ragionare con gli stessi schemi da cui il Maestro voleva liberarli. Pensare secondo lo Spirito vuol dire abbracciare radicalmente lo stile di vita che Gesù proponeva, un “modus vivendi” non più legato ai tanti compromessi che i miraggi del mondo inducono a tollerare, così tanti da snaturare l’autenticità della fede.

+E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre». Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui.+

Quello che affermava Gesù poteva essere facilmente mal interpretato e definito eretico. Egli affermava di essere il figlio dell’uomo, il pane disceso dal cielo, diceva che la sua carne e il suo sangue dovevano essere mangiati per accedere alla Vita Eterna. Chi di noi non si sentirebbe imbarazzato davanti ad affermazioni del genere? Il Vangelo chiede scelte forti, prive di compromessi, non tutti riescono in questo ed infatti molti decidono di abbandonare la sequela. Nonostante la chiamata alla Salvezza e alla Santità sia universale, non tutti rispondono ed è eccezionale considerare come Dio voglia lasciarci liberi in questa scelta .

+Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio».+

La risposta di Pietro ha proprio quella forza e quella libertà che il percorso indicato da Gesù richiede, Egli aveva fatto quel salto di qualità che stava chiedendo ai suoi ascoltatori dall’inizio del lungo discorso narrato in questo capitolo. L’apostolo riconosce la forza e la verità della dottrina annunciata dal maestro definendole “parole di vita eterna” e sottolinea come i segni di conferma da parte Dio (prodigi e guarigioni) non sono mancati: “tu sei il Santo di Dio”, “Aghios tuo Teon”, Pietro intendeva dire con questa locuzione che Gesù era il prescelto atteso da Israele, non afferma ancora “Tu sei Dio”, questo lo farà più in la Tommaso: “Mio Signore e Mio Dio!” (cfr. Gv 20,24-29). La Parola del Cristo merita di essere ascoltata e creduta anche quando entra in conflitto con la nostra razionalità, la quale ha un orizzonte limitato, materialista, incapace di avere quegli slanci di Speranza che possono fare di noi uomini e donne di fede.

Felice Domenica.

 

Fra Umberto Panipucci


 

Il PANE CHE CI SAZIA XIX Domenica del tempo ordinario di Fra Umberto Panipucci

Il PANE CHE CI SAZIA

XIX Domenica del tempo ordinario

Gv 6, 41-51

+In quel tempo, i Giudei si misero a mormorare contro Gesù perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: “Sono disceso dal cielo”?».+

Il fenomeno “Gesù” cominciava a farsi sentire anche in Giudea, specie dopo i clamorosi segni che questi aveva compiuto. L’atteggiamento critico da parte delle autorità religiose non si è fatto aspettare: ” Come può costui dire: “Sono disceso dal cielo”? Questo in riferimento al fatto della certezza che Gesù era nato da una donna e che avesse un padre. Israele infatti aspettava il ritorno di Elia (cfr. Mt 17, 11-12), il profeta assunto in cielo (cfr. 2 Re 2, 8-15), il “falegname” era invece nato come qualsiasi altro uomo (fatta eccezione del suo concepimento).

Qual’è la cosa che più di tutte scandalizza? Quando anche i più smaliziati mondani arrossiscono? Dove cede il limite dei tolleranti? Cosa rende furiosi i bigotti? Niente mette in crisi una persona, un paese o un intero stato più della verità. Se poi questa ha bisogno della maiuscola per essere trascritta, il fatto si fa serio e tutto acquista maggiore gravità. Può essere il Messia un falegname? Può un uomo nato da donna dire che viene dal cielo? Quelli che pongono questa domanda conoscono bene quale sia la risposta, ma hanno la paura, anzi il terrore di ammetterlo: i segni dello Spirito che hanno accompagnato Gesù sono fin troppo eloquenti (cfr. Lc 7, 19-23); se mai qualcuno poteva dichiararsi “Messia”, questi era proprio Lui.

+Gesù rispose loro: «Non mormorate tra voi.+

L’atto di mormorare ci fa tornare in mente il popolo di Israele nel deserto che si lamenta con Mosè (cfr. Es 16,3) per la dura prova a cui veniva sottoposto: Gesù usa questo verbo facendo intendere che non stavano contestando solo lui, ma anche il Dio che dicevano di servire.

+Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno.+

Che vuol dire essere attirati dal Padre? Si parla di predestinazione? Certamente non possiamo accedere al corpo di Cristo e alla comunione con Lui, se non attraverso lo Spirito, ma questa Grazia è universale. Tuttavia l’uomo è spesso tentato di stabilire da se i modi e i criteri di comunione con Dio, esattamente come facevano i nemici di Gesù, che credevano di essere ascoltati “moltiplicando le preghiere” e i sacrifici offerti al tempio. La via di comunione proposta da Gesù è invece l’accoglienza della Grazia gratuita, la quale opera e ci attira verso la perfezione incarnata da Cristo, nella misura in cui la nostra disponibilità diventa incondizionata: proprio questo ci lega alla resurrezione di Cristo e ce la fa ereditare.

+Sta scritto nei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”.+

Tra il Figlio incarnato e il Padre non c’è un semplice legame, ma una comunione sostanziale che in modo misterioso si articola fino a rendere possibile il paradosso del Dio fatto uomo: l’infinito nel finito, l’imperituro nel mortale, l’indicibile che trova voce, l’impossibile che si realizza. Così chi ascolta Gesù, in modo “paradossale”, ode la voce di Dio esprimersi in un linguaggio accessibile, a portata di mente, così che tutti possano accedere alla più alta delle scienze.

+Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me.+

La presenza dello Spirito “parla” il ciascuno di noi, spetta a noi saperla discernere tra mille altre per andare nella giusta direzione. È proprio in questo modo che il Padre “attira” al Figlio, per mezzo dello Spirito, appunto.

+Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna.+

Prima di Gesù Dio coincideva con l’inaccessibile. Vederlo voleva dire morire, ascoltare la sua voce ispirava terrore più che serenità e pace, toccarlo poi era inconcepibile. Questo sottolinea come l’uomo si sentisse isolato ed escluso dalla sfera divina, ma questo non è dovuto a Dio, semmai l’uomo ha fatto si che ci fosse un abisso incolmabile fra la sua e la nostra dimensione. Nel racconto dell’Eden viene narrata un’ amicizia intima e serena che è stata prima avvelenata e poi tradita. Questo “muro d’inimicizia” è stato abbattuto proprio dall’evento che tutta la storia attendeva: la venuta del Cristo. È lui che dà un volto all’invisibile, una voce all’inaudito; è lui che da concretezza all’intangibile e rende comprensibile l’inconcepibile attraverso la sua dottrina, al contempo semplice ed insondabile nella sua profondità.

+Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».+

I versetti precedenti ci hanno rivelato quanto la gente preferisse “la manna di Mosè”, quel cibo materiale che ha sfamato Israele nel deserto, piuttosto che il Pane del Cielo: la Parola annunciata da Cristo che conduce alla vita eterna. Spesso, anche le nostre speranze sono troppo misere per volare così in alto: proiettiamo il concetto di vita eterna al di là di un abisso invalicabile, ci accontentiamo così di quello che passa il variopinto ed ingannevole chiosco mondano, il quale non sa dare altro che quel pane, il quale non è vita vera, ma solo la sua ombra evanescente e non da aspettative capaci di vincere l’angoscia della morte. Daccapo si ripete il dramma dell’Eden: Dio indica ciò che può renderci felici ed immortali, ma l’uomo continua a scegliere la morte esiliandolo dalla sua vita, ostinandosi a decidere da solo cosa è più giusto e santo.
Solo camminando negli insegnamenti del Vangelo possiamo essere divinizzati e manifestare nella nostra vita quella Luce di cui solo Dio ci può rivestire.

Per fortuna abbiamo un Padre buono, mai stanco di scrutare l’orizzonte e sperare nel nostro ritorno.
Felice Domenica

Fra Umberto Panipucci


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SIAMO POCO, MA NON IN MANO A DIO. Di Fra Umberto Panipucci

SIAMO POCO, MA NON IN MANO A DIO!

XVII Domenica del tempo ordinario (b)

Il Vangelo di questa settimana, oltre a rappresentare un’ anticipazione di quelle che saranno le grandi assemblee eucaristiche domenicali, ci invita a cambiare il nostro modo di pensare e vedere. Un buon cristiano deve imparare a “sperare contro ogni speranza” (Rm 4, 11). Spesso però siamo imprigionati nella ristrettezza delle nostre categorie da cui non riusciamo a svincolarci, se non attraverso lo slancio illuminato e fiducioso nella Speranza. Senza la Fede tutto appare immutabile e sterile, al contrario invece, tutto è possibile.

Commento a Giovanni 6,1-15.

+In quel tempo, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei.+

C’è una folla stanca del male, gente che ha visto Gesù guarire, non solo il corpo, ma anche l’anima, Egli aveva inoltre autorità sui demoni, e non esitava a liberare coloro che essi opprimevano, quest’ultima non era affatto una caratteristica secondaria in quel contesto socio culturale. In un mondo dove la morte era padrona, Colui che poteva restituire la vita brillava come un faro nella notte per il popolo della Galilea, provincia povera, oppressa e marginale rispetto alla Giudea. Per questo quella gente sceglie di seguirlo anche se le sue vie sono impervie e conducono in luoghi inospitali. Non è un caso se l’evangelista fa notare la vicinanza con la Pasqua ebraica e l’attraversamento di un “mare” si trattava di un lago): questa folla, riconoscendo in Gesù un nuovo Mosè, assomiglia tanto a quello stesso Israele oppresso che cercava nutrimento la dove non ne esisteva. A volte seguire la Parola ci fa sentire soli, in un deserto dove è impossibile sfamarsi di tutti quei bisogni che caratterizzano la nostra umanità, ma chi è fedele scopre il paradosso di trovarsi in un’ inaspettata abbondanza.

+Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». +

Gesù distoglie lo sguardo dai suoi intimi e alza lo sguardo, sottolineatura che evidenzia l’attenzione e l’amore che il Maestro aveva per quella gente, che stava sfidando fame e sete perchè ancora più assetata e affamata di guarigione e speranza. Ora quella gente gli appartiene deve provvedere ad essa. Così decode mette allo scoperto il razionalismo sterile di Filippo (e, conseguentemente, degli altri apostoli) per criticarlo. La domanda fatta da Gesù, la cui risposta era, per qualsiasi uomo di “buon senso”, scontata, è la strategia pedagogica scelta per far si che dubbi, incertezze e paure venissero fuori. Era impossibile infatti trovare tutto il pane sufficiente a sfamare la folla e, se anche ci fosse stato, le loro risorse economiche non sarebbero di certo bastate. La chiusura alla Speranza “inaudita” di Filippo è un grande ostacolo alla crescita spirituale. Portata agli estremi questa condizione può condurre a una vera e propria paralisi dell’anima: la Provvidenza ha un limite, occorrono a tutti i costi i mezzi materiali necessari per operare, un atteggiamento che può essere serenamente definito come scarsità di fede.

+Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini.+

Andrea fa trasparire invece un altro comportamento erroneo nei confronti della Speranza: il pessimismo. Il segnale positivo dato dalla generosità del ragazzo doveva spingerlo a essere più fiducioso. non dimentichiamo che gli apostoli sono stati testimoni di numerosi prodigi. Anche lui come Filippo mette in evidenza la scarsità di risorse e l’impossibilità materiale di far fronte alle necessità di quella gente. Ma un raggio di sole si fa strada fra le nubi di quella frustrazione: un ragazzo è disposto a mettere in gioco tutto quello che ha: il cibo che lo avrebbe tenuto in vita in quel luogo così deserto. Proprio quello spiraglio Gesù voleva che i discepoli vedessero, un’umanità capace di donare in modo gratuito e gioioso, la disponibilità di uno può tanto, anzi tutto, se questa apertura è totale nei confronti di Dio. Proprio “appoggiandosi” a questo piccolo segno, Gesù decide di compiere l’impensabile. Anche in questa circostanza la propedeutica del Cristo si serve degli esempi luminosi per edificare i discepoli. Questo giovane rappresenta proprio chi, anche di fronte a delle situazioni che appaiono irrisolvibili, decide di scommettere lo stesso e non certo in maniera risicata, ma senza badare a spese, totalmente, appunto.

+Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano.
E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.+

Gli Ebrei praticanti non mangiano mai senza ringraziare Dio e Gesù conferma questa regola, anzi la fa sacra, così rende grazie al Padre per quel dono, il quale, investito dalla benedizione di Dio si moltiplica in modo prodigioso. La risposta che Dio da a chi gli si affida supera sempre le aspettative. Tutti possono mangiare a sazietà ed in modo sovrabbondante. Con gli avanzi vengono riempiti 12 canestri, numero simbolico che indica l’intero popolo d’Israele e, per estensione, tutta l’umanità, quel poco che avevano i dodici avrebbe sfamato di verità non solo Israele ma il mondo intero, dodici canestri di pane e pesce per tutta l’umanità, così poco, basteranno, ma solo se ci sarà la generosità sincera ed incondizionata di un cuore che si rende disponibile alla Grazia.

+Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.+

Il profeta, colui che viene del mondo? Quel popolo non aveva le categorie per comprendere quale modello di regalità Gesù stava per donare al mondo. L’insegnamento è stato dato, ma come spesso avviene narrato dagli stessi vangeli, non è immediatamente compreso ed assimilato, occorre del tempo, molto. Quella gente vorrebbe che Gesù diventasse re: questo implicava un colpo di stato e quindi sangue e violenza. Non è un segreto il fatto che Israele aspettasse un capo militare e una guida strategica, ma non era quello il progetto di Dio Egli non ha mai governato a quel modo e mai lo farà. Non è sul sangue delle uccisioni che verrà costruito il Regno ne con la paura di un esercito, ma sull’unico sacrificio di Cristo a cui si associa quello dei martiri. Così Gesù sale sul monte a pregare perché è in quel modo che conquisterà il suo Regno, non certo come avrebbero fatto i re che fino a quel momento il mondo aveva conosciuto.

Felice Domenica. Fra Umberto Panipucci.


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LE PRIGIONI DEL PREGIUDIZIO XIV Domenica del tempo ordinario (B) di Fra Umberto Panipucci

 

 

LE PRIGIONI DEL PREGIUDIZIO

XIV Domenica del tempo ordinario (B)

 

+In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono.+

Dopo il grande successo ottenuto attraverso i clamorosi segni della tempesta sedata (Mc 4, 35-41), la figlia di Giàiro e l’emorroissa (cf Mc 5, 21-43) per i quali una grande folla li seguiva ed acclamava, la comunità itinerante di Gesù decide di far ritorno nella sua terra natia per un’altra importante esperienza che il Maestro stava preparando.

+Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo.+

I versetti appena letti, mettono in evidenza un aspetto dell’umanità che tanta difficoltà crea a coloro che si sforzano di portare la novità del Vangelo. Questa gente conosce Gesù, o meglio: crede di farlo. Proprio per questo non è capace di riconoscere quello che di Lui non ha mai saputo ne capito. La predicazione di Gesù era piena di Grazia e Profezia, la più bella che il mondo fino ad allora e per tutti i secoli a venire, avrebbe conosciuto. Eppure i “conterranei del Cristo” non sono capaci di andare oltre i loro schemi. Tutto ciò perchè abbiamo l’abitudine di rinchiudere le persone che conosciamo nell’idea che ce ne siamo fatti, fino al punto da rifiutare anche l’evidenza palese di un loro cambiamento, possa essere questo nel bene o nel male. Proprio le persone che più credono di conoscerti possono smettere di accettarti quando in te avviene un mutamento. Per aiutarci ad assimilare questo concetto possiamo immaginare che le idee che ci siamo fatti sule persone conosciute compongano una collezione di modelli: ognuno ha le sue caratteristiche ed è collocato diversamente in una visione d’insieme che reputiamo essere la nostra realtà, composta da comparse e personaggi principali e secondari: se qualcuno cambia il suo ruolo, questo modello viene scombinato e ciò può irritarci, darci fastidio, gettarci nel panico o, più raramente, nel caso la nostra unica speranza possa essere un ribaltamento della situazione, una fortuna insperata, questo concetto può essere applicato anche alla coscienza collettiva di una comunità. In questo caso, per gli abitanti del suo paese, Gesù aveva una posizione e un ruolo che ha tradito, ciò ha destabilizzato l’idea che si erano fatti di lui: Un falegname doveva restare un falegname, non poteva essere un profeta ne tantomeno il Messia! Ecco lo scandalo: il giudizio che noi serbiamo per
la realtà dei fatti quando quando non riusciamo a collocarla nella ristrettezza dei nostri schemi.

+Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua».+

Il Vangelo è stato accolto da chi viveva ai margini, non solo della vita sociale e politica, ma da chiunque non si riconosceva nelle correnti politiche, religiose e sociali dominanti. È questo non è vero solo per l’aspetto socio-politico, ma anche quello familiare, anzi, più forte è il legame, più forte sarà smuovere un preconcetto sulla tuo persona. Questi fatti prepareranno i discepoli a quello che dovranno affrontare quando saranno rifiutati dai loro stessi cari a causa del Vangelo.

+E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità.
Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.+

Difficile accettare che Gesù “non possa fare qualcosa”, ma questo è il limite che Dio si è autoimposto per non rendere la creazione una sterile, seppur maestosa, giostra d’ingranaggi: la nostra libertà, la possibilità di rifiutare la Grazia, ma anche i nostri pregiudizi possono essere l’ostacolo più grande all’Azione dello Spirito Santo. Un cuore aperto al “Paraclito” sa riconoscerlo anche quando la sua voce arriva dal profeta che non ci aspetteremmo. La Grazia non opera in quelle anime perchè chiuse all’inaudita Speranza annunciata dal Vangelo. I preconcetti soffocano la Speranza che muore sul nascere anche quando lo Stesso Cristo la semina. Fra questa gente si distingue chi è malato. Il motivo è semplice: chi soffre ha la grande forza di andare oltre, fare quel grande salto nel buio che è la Fede, un buio oltre il quale c’è uno splendore senza fine. Così solo il cuore di quei pochi sofferenti ha voluto accogliere la Luce portata da Gesù.

Fra Umberto Panipucci.

Felice Domenica.

 


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CHI VUOL MIRACOLI? XIII Domenica del tempo ordinario (B) di Fra Umberto Panipucci

CHI VUOL MIRACOLI?

XIII Domenica del tempo ordinario (B)

Mc 5,21-43

+In quel tempo, essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare.+

Gesù ritorna nella sua terra per salvare il popolo che Dio gli ha affidato. Attraversa di nuovo le acque, allegoria del suo continuo sfidare la morte e il pericolo per annunziare il Vangelo, lo ha fatto con i pagani e non esita con la sua gente, che, paradossalmente, nasconde la più grande minaccia per la sua vita e quella dei discepoli. La folla che gli si raduna attorno è un’insieme indistinto di persone che lo fa per i motivi più disparati: malati che cercano guarigioni, bisognosi, curiosi, altri sperano che sia lui quel messia che deve venire, alcuni vengono solo ad osservare il fenomeno Gesù, altri sono spie delle sette giudaiche avverse a Gesù. Solo pochi vogliono davvero ascoltare e seguire la parola del Cristo. “Egli stava lungo il mare”, un’immagine che richiama Mosè: le acque, quelle della morte, stanno per essere divise così che il nuovo Israele, nel battesimo, possa attraversale ed essere salvato dai suoi oppressori, ma la libertà non e mai a buon mercato; ci sarà un nuova purificazione nel deserto fatto di rifiuto e persecuzione, una nuova terra promessa da conquistare: il cuore dei pagani e dei giudei; l’alternativa è la schiavitù con le sue meschine comodità.

+E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno.+

Nell’ammasso indistinto della folla emerge un uomo che non ha paura, Giàiro, capo della sinagoga, stimato ed influente; mosso dall’amore per sua figlia mette in gioco tutta la sua autorità gettandosi ai piedi di Gesù per chiedergli un gesto di misericordia. Giáiro sta rischiando grosso: diventando discepolo di Gesù perderà qualsiasi credibilità presso le autorità religiose più influenti e lo fa per una bambina: sappiamo bene come le donne fossero discriminate a quel tempo, molto più di adesso, un uomo comune, incapace di andare oltre i limiti imposti dalla sua cultura, non avrebbe messo in gioco vita e carriera per una così remota possibilità: un miracolo. Davanti a una manifestazione così totale e disinteressata d’amore, il Cristo non può negarsi, così sceglie di seguirlo, non solo per operare la guarigione della bambina, ma anche per mettere in evidenza la preziosità di quella testimonianza ai suoi discepoli. Spesso i miracoli che Dio concede servono a comunicare all’umanità messaggi importanti, non sono mai guarigioni fini a se stesse, non sono una sorta di lotteria divina del tipo: “tenta e potrai essere tra i fortunati”. I segni concessi da Dio sono grida dello Spirito che vogliono spronarci alla conversione!

+Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male.+

Una categoria di poveri che Gesù predilige sono le vittime dello sciacallaggio. Un altra donna da salvare (le donne sono importanti per il Maestro), la protagonista di questo episodio, ne è un esempio perfetto. Essa mette in gioco tutti i suoi averi nella speranza di poter guarire dal suo male. Molti le avranno sicuramente proposto cure “miracolose”, decine di rimedi che si sono rivelati essere solo truffe inferte da rapaci approfittatori. Quante persone, anche oggi, davanti a situazioni disperate, si espongono a questo pericolo? Non è difficile imbattersi in queste notizie, ma a volte la disperazione, se indirizzata bene, può diventare una forza così grande da spalancare le porte del cielo. Oramai la donna non ha che Gesù come speranza, propio questo la dispone ad accogliere quella “forza sanante” che sempre sgorga dal Cristo, roccia nel deserto. Questo avviene attraverso un gesto quasi banale: toccare qualcosa che a sua volta è a contatto con ciò che è sacro: una reliquia insomma, ma non è quel gesto che la guarisce(tanti lo stavano facendo senza risultato), ma la stessa consapevolezza che aveva illuminato Giàiro: “Lui solo può salvarmi!”: una totale apertura alla Grazia. Tante volte, chi ne sa un po’ di più, giudica la semplicità di chi si accosta al mistero di Cristo con la semplicità di un bacio ad una sua immagine o un’altra devozione, ma solo Dio legge il cuore e giudica l’autenticità. In questo brano abbiamo due esempi di categorie opposte, un dotto e una donna semplice, ma che ottengono la Grazia per lo stesso motivo.

+E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?».+

La duplice natura di Gesù sembra qui emergere con evidenza. Secondo i Padri è la natura divina del Verbo a operare i miracoli. A questo proposito cito Papa Leone:
“Ognuna delle due nature, infatti, opera insieme con l’altra ciò che le è proprio: e cioè il Verbo, quello che è del Verbo; la carne, invece, quello che è della carne. L’uno brilla per i suoi miracoli, l’altra sottostà alle ingiurie.”
(LETTERA DI PAPA LEONE, A FLAVIANO)

+I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: “Chi mi ha toccato?”». Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male».+

Una folla intera non mette insieme la fede contenuta in un solo cuore. Gesù vuole sapere chi sia. I discepoli non seguono il maestro nel suo modo di pensare equivocano le sue parole. Anche in questo caso Il Cristo vuole mettere in evidenza un esempio autentico di fede: questa é ciò che salva, la porta che se aperta permette alla Grazia di agire e compiere i suoi disegni di Salvezza, questo lo devono imparare: non la dottrina di Giàiro, non i denari della donna, hanno concesso loro la guarigione, ma la fede in Cristo. La donna risponde tremante (come se si sentisse in colpa) alla domanda di Gesù “Chi mi ha toccato?”, ma per tutta risposta si getta ai suoi piedi, teme ed è impaurita perchè ha fatto esperienza di Dio, qualcosa di abbagliante e sconvolgente ha inondato il suo cuore: la luce del Verbo! Solo in un secondo momento spiega tutto.

+Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo.+

Diventa sempre più evidente che Gesù sta parlando a un mondo chiuso nelle sue povere aspettative, razionale ed incredulo è che di conseguenza preferisce affidarsi alle sicurezze che offre il mondo, piuttosto che a quelle proposte dal Vangelo. I due protagonisti di queste vicende si distinguono dalla folla proprio perché non hanno che Gesù come Speranza e sanno già bene che ne la ricchezza ne il potere ne la dottrina, da soli, possono dare quello che Dio offre. “Soltanto abbi fede”, queste parole sono un incoraggiamento che il Cristo da a Giáiro perché non ceda al pensiero dominante della folla.

+Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare.+

Ancora una sfida al comune senso della ragione: “La bambina non è morta, ma dorme”. Attraverso questo segno, il falegname di Nazareth vuole scardinare la nostra idea di morte. Fa così irrompere in un orizzonte oscuro e arido la luminosa speranza della resurrezione. Tuttavia Gesù impone il silenzio ai presenti. La folla non è ancora pronta a una verità così grande e sconvolgente. Egli pianta così un piccolo seme che crescerà a suo tempo. Abbiamo detto che i miracoli di Gesù non sono dispensati a caso. La ragazza aveva 12 anni, l’eta in cui le donne diventano fertili e, a quei tempi, potevano fidanzarsi, essa simboleggia la figlia di Sion (cfr. Sofonia 3,14 e seguenti), la Sposa promessa al Messia e che rappresenta tutti noi.

Alla visione angusta e povera d’attese della maggioranza, Gesù contrappone le sue inaudite speranze. Sono proprio coloro che decidono di abbandonare la folla e affidarsi completamente a Dio che sperimentano le primizie del Regno.

Fra Umberto Panipucci.

Felice Domenica

 


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GIOVANNI: DIO È MISERICORDIOSO Solennità di San Giovanni Battista

GIOVANNI: DIO È MISERICORDIOSO

Solennità di San Giovanni Battista

La Chiesa nascente deve sicuramente molto al movimento iniziato dal Precursore, il quale, grazie al riconoscimento pubblico di Gesù quale Messia e Cristo, ha di fatto spianato la strada al messaggio di Cristo .

L’etimologia di Giovanni va ricercata nel composizione delle parole ebraiche “Yo-Hanan” che insieme vogliono significare: Dio ha avuto misericordia, un nome che rispecchia perfettamente la sua missione, annunciare il perdono dei peccati per mezzo di colui che in se stesso li annienterà. Il Battista era il profeta più acclamato della sua epoca, il suo nome e le sue vicende venivano narrate anche dagli storici di quel periodo: Flaviano Giuseppe parla di lui come un predicatore di conversione che attirava al suo battesimo di penitenza grandissime folle.

+Per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei.+

Nella storia irrompe la Grazia che sana l’aridità (tema caro ai semiti, abitatori del deserto) e riempie di gioia insperata una donna destinata alla vergogna: tale era infatti la condizione delle donne sterili. Il Signore fa fiorire i suoi frutti migliori la dove sembra impossibile, un chiaro messaggio che rivela l’onnipotenza di Dio a un popolo che si sente senza speranza. Non sono rari i casi di sterilità che si mutano in prodigiosa fertilità: Sara la moglie di Abramo (Gen 16-18;21), Rebecca la moglie di Isacco(Gen 25); La madre di Sansone (Gdc 13,1-7;24); Anna madre di Samuele (1Sam 1,9-19): ogni volta si tratta di grandi personaggi, la loro stessa prodigiosa nascita indica che la mano del Signore li avrebbe sempre accompagnati.

+Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccarìa. Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni».+

Una donna dà il nome a suo figlio: fatto inconcepibile per quei tempi, questa infatti era una prerogativa del padre, ma la madre di Giovanni interviene perchè mossa dallo Spirito: c’è un’autorità superiore a quella del padre che si è espressa per il piccolo, Dio stesso.

+Le dissero: «Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome». Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati.+

Zaccaria, sacerdote, non aveva creduto e questo gli ha impedito la parola, quindi anche l’autorità. Per questo egli non impone il nome al Figlio, come fa invece la madre, ma lo conferma soltanto. Già possiamo intravedere un segno di rottura fra l’antica e la nuova Alleanza. Giovanni doveva essere destinato a essere come suo padre: sacerdote del Tempio, sappiamo bene però che lui seguirà un altro destino: servirà il Signore nel deserto. La discontinuità si evidenzia già dal nome che non s’innesta nell’appartenenza parentale, con lui il Signore inizierà un cammino del tutto personalizzato, qualcosa di unico lo caratterizzerà.

+All’istante si aprirono la sua bocca e la sua lingua, e parlava benedicendo Dio.+

L’uomo accetta la volontà di Dio, da muto ritorna a parlare, riempito dallo Spirito, lo manifesta attraverso la gioia e le lodi che abbandono sincere sulle sue labbra. A volte le nostre parole restano “mute” e infruttuose perchè la linfa della Grazia non ci irrora abbastanza.

+Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui.+

il Significato di questi fatti può essere oscuro per noi, ma non per gli Israeliti: La sterile ha partorito e Dio ha imposto un nome a quel bambino. Sappiamo bene quanto Israele aspettasse un messia. In più:”davvero la mano del Signore era con lui”, quindi non mancavano le conferme al fatto che qualcosa di grande stava davvero per accadere ad Israele.

+Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.+

Elisabetta e Zaccaria non hanno voluto appropriarsi del dono fattogli, anzi, hanno restituito tutto pieni di gratitudine al Dio che aveva riempito di Gioia la sua vita. Giovanni ritorna nel deserto per cercare le antiche radici della Salvezza, la dove tutto era iniziato. La sua fama cresce e si diffonde e molti accorrono a lui.

Il richiamo ai celebri versetti di Malachia 3,1 e Isaia 40, 3 definiscono il contributo del Battista e dei suoi seguaci nei confronti di Gesù e della sua Chiesa nascente:

“Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero:
egli preparerà la tua via.
Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri” (Cfr. Mc 1,1-3).

Il suo modo di vestire (peli di cammello e cintura di cuoio), richiamava quello di Elia (2 Re 1,8), un segno che faceva trasparire il suo desiderio di ripercorrere i passi del grande profeta, la cui più notevole caratteristica è stata quella di risvegliare la fede del suo popolo che andava corrompendosi cedendo ai culti idolatrici. Una “emulazione” che gli riesce così bene da spingere lo stesso Gesù a dichiarare: “E se lo volete accettare, egli è quell’Elia che deve venire”, (Mt 11, 14). Tale atteggiamento era una chiara denuncia alla corruzione che si andava diffondendo, la stessa che l’antico profeta aveva combattuto.

Nel deserto Giovanni a si nutriva di locuste e miele selvatico, cibo familiare ai nomadi del deserto, questo era un chiaro richiamo alle origini umili degli Israeliti. Tutto ciò era anche un citare, attraverso la vita, il pellegrinaggio del popolo d’Israele dopo l’uscita dall’Egitto, il quale, pur non giungendo ancora alla Terra Promessa già sperimentava la benedizione del suo Liberatore. Infatti, Il messia preannunciato dal Battista, non ci inviterà soltanto a rispettare l’alleanza del Sinai, ma ci condurrà alla “Terra Promessa”, ovvero: il Regno dei Cieli. Quello che più stupisce di questo grande protagonista della storia della Salvezza e la sua umiltà: “non sono degno di chinarmi per scogliere i legacci dei suoi sandali”, una dichiarazione di totale abbandono fiducioso al progetto divino. Tale atto, infatti era il lavoro dei servi più umili, e il non sentirsi adeguato nemmeno a questo, evidenziava l’imbarazzo di sentirsi il precursore ed il servo di Dio più onorato del suo popolo. Egli infatti doveva proclamare davanti al mondo l’arrivo del Messia, ricevendo così, fra le sue “mani”, l’eredità che Israele attendeva dalla chiamata di Abramo (circa 1800 anni prima, seconda la tradizione). Ma quanto è stata più grande l’umiltà di Cristo? Lui, che era senza peccato si è sottoposto alla penitenza pubblica del rito battesimale officiato da Giovanni, a cui si accostava ogni genere di peccatore pubblico, un gesto che nessun notabile che si ritenesse “puro” avrebbe mai compiuto. Ed è stato proprio quello il momento in cui Gesù si è addossato i nostri peccati. Il battesimo praticato da precursore rappresenta una morte simbolica ed insieme una rinascita, una resurrezione operata dallo Spirito, che sarà lo stesso Giovanni a veder discendere su Gesù sotto forma di Colomba. L’umiltà e la donazione nel servizio, sono le qualità fondamentali di tutti coloro che si sentono chiamati ai carismi ministeriali, non solo quelli religiosi. Anche chi si sente chiamato a servire il prossimo nella politica e nell’economia deve possedere queste qualità. Chi non entra per la porta della conformazione a Gesù rischia di essere “un ladro o un brigante” (Gv, 10, 1)

Felice Domenica

Fra Umberto Panipucci


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