SANTITÀ: SALVEZZA, GIUSTIFICAZIONE E DIVINIZZAZIONE DELL’UOMO (solennità di tutti i santi 2019)

SANTITÀ: SALVEZZA, GIUSTIFICAZIONE E DIVINIZZAZIONE DELL’UOMO

(solennità di tutti i santi 2019)

«Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male». (Cfr. Genesi 3, 4-5)

Il grande inganno del serpente antico, quello attraverso cui ha evaso le difese dell’uomo per attuare le sue malevole macchinazioni, è stato fargli credere di essere una creatura subordinata al capriccio di un’entità vanagloriosa e attaccata alla suo ruolo di divinità più forte, tant’è che avrebbe vietato ai nostri due progenitori di nutrirsi all’albero della conoscenza del bene e del male per evitare di avere dei futuri competitori. Abilmente imprime in loro la figura di un dio meschino, “padre padrone”, che tiene sotto la sua tirannia i figli togliendo ad essi preziose opportunità e la possibilità di eguagliarlo. L’altro inganno è stato quello di indurli all’autodeterminazione etica (definire da se il bene è il male), cosa disastrosa, i motivi sono ovvi: se ognuno giudica arbitrariamente cosa è un crimine e cosa no, com’è possibile costruire una qualsiasi forma di convivenza? I principi etici fondamentali sono insindacabili: non uccidere, non rubare, non testimoniare il falso, ecc, tutti riassunti nella regola aurea (cfr. Mt 7,12). L’inganno ha avuto così un doppio malefico effetto: rompere l’amicizia con il Creatore e compromettere la buona convivenza fra gli uomini: esattamente l’opposto di quello che avrebbe voluto realizzare Dio. Esiste inoltre un terzo tragico effetto: la morte. Quella spirituale perchè lontani dall’autore della vita (di cui è anche fonte) e quella fisica in quanto il peccato genera discordia, odio, violenza e, inevitabilmente, morte.

Possiamo interpretare l’episodio della caduta, oltre come evento a-temporale, che ha avuto come conseguenza il peccato originale, anche come qualcosa che ridiventa attuale nella storia comune ed individuale: l’uomo è tentato di allontanarsi da Dio quando non comprende il suo disegno e commette azioni contro i suoi simili autogiustificandosi e disprezzando i principi etici, così da diventare causa di dolore, morte e distruzione.

I piani di Dio, rivelati lungo il corso storico della Rivelazione, sono invece esattamente l’opposto: darci la Vita eterna nella resurrezione di Cristo; farci conoscere il bene ed il male nelle parole del Verbo ( cfr. Gv 14,6); divinizzarci attraverso lo Spirito mandato all’uomo dal Padre per mezzo del Figlio morto, risorto e asceso al cielo (Gv 14,15-17) : in un certo qual senso, anche noi “saremo Dio”, ma solo perchè innestati in Cristo Gesù, in quanto formeremo con Lui un solo corpo (cfr. Gv 15; 17,23-24; 1Cr 12,13). Tutto questo può essere riassunto in una sola parola: santità.

Dio ha per noi un triplice rimedio per attuare il suo progetto nonostante il sabotaggio del maligno.

Salvezza: Dio ci redime dal peccato innestandoci nella nuova umanità incarnata da Cristo. Egli inghiotte la maledizione del peccato nell’amore sconfinato che dimostra sulla croce; Risorgendo e ascendendo al Cielo invia lo Spirito che ci unisce e rende partecipi sella sua stessa eredità (Rm 8, 15-17).

Giustificazione: continuamente ci sorprendiamo a fare il male, anche quando vorremmo fare il bene, pecchiamo e inciampiamo ripetutamente nella nostra fragilità, ma Dio ci giustifica per mezzo dello Spirito, ravvivando continuamente nel cuore anelante al perdono la Grazia misericordiosa, attraverso la fede ed il sacramento della riconciliazione, preservandoci così dalla morte eterna. Siamo resi giusti (giustificati), pur non meritandolo, solo per il suo amore, a noi non resta che desiderare con tutto il cuore di fare la sua Volontà e chiedere la Grazia necessaria, tenendo aperta ogni via possibile allo Spirito.

Divinizzazione (o Theosis): l’amorevole progetto di Dio prevede per l’uomo la glorificazione e la partecipazione alla vita divina (cfr. Gv 17,23-24; 2Cr 3,17; 2Pt 1,4 ). Sant’Atanasio nel “De Incarnatione” affermava: “Il Figlio di Dio si è fatto uomo per farci Dio”, anche San Cirillo nel suo commento al vangelo di Giovanni affermerà: “Ricevuto Lui [lo Spirito], diventiamo partecipi della natura e riceviamo in tal modo, mediante il Figlio e nel Figlio, il Padre Stesso”.

Il santo è salvato, giustificato e divinizzato già su questa terra (anche se la pienezza di questa “trasformazione” avverrà solo nella resurrezione), diventa Alter Christus nella misura in cui si rende disponibile alla Grazia dello Spirito. Carissimi celebriamo la santità come speranza di pace, giustizia e ogni bene nel mondo! Onoriamo coloro che nel passato e nel presente sono perseveranti nella Via maestra!

Felice solennità di Ognissanti

Fra Umberto Panipucci.

LA MISERICORDIA SARÀ DEI MISERICORDIOSI XXIV Domenica del tempo ordinario

LA MISERICORDIA SARÀ DEI MISERICORDIOSI

XXIV Domenica del tempo ordinario

Commento a Luca 15, 11-32

Una delle categorie teologiche più messe in risalto da Luca, e comunque leggibile negli altri Vangeli, ha portato un grande cambiamento nel modo che l’uomo aveva per concepire Dio. Stiamo alludendo a quello che il tema più evidente di questo celebre brano evangelico, conosciuto come “la parabola del figliol prodigo”, ovvero: la smisurata misericordia del Padre. Essa è talmente vasta e insondabile da apparire alla nostra razionalità esagerata e controproducente. Se questo è vero per noi, cristiani del terzo millennio, quanto ancora più inconcepibile doveva apparire l’atteggiamento promosso da Gesù. Sappiamo bene che egli spalancava le porte anche ai peccatori pubblici, ritenuti irrecuperabili o, addirittura, meritevoli di morte.

(Cfr. vv 11-13) La nostra parabola, forse più di tutte le altre, sa darci un preciso identikit di Dio Padre. Essa ha tre personaggi principali: Il padre (che Gesù identifica con Dio), Il figlio maggiore (il popolo eletto), il figlio minore (i gentili e i peccatori). Ciò che colpisce da subito è la sconcertante liberalità di questo papà, talmente innamorato e rispettoso della volontà dei suoi figli, da concedergli totale libertà. Il suo amore non è dunque possessivo e geloso, non tratta i figli come proprietà privata e riconosce loro la pienezza di ogni diritto. Non è un padre padrone, come la gran parte dei capi famiglia di quell’epoca. Questo uomo è talmente fedele alle sue scelte da farlo sembrare perfino sconsiderato. Ma in cosa consiste l’eredità citata nella parabola? L’ipotesi più probabile, a mio avviso, è che sia la nostra vita. Questa è la ricchezza che ci viene affidata; siamo noi a scegliere come “spenderla”, nel bene o nel male, dentro o fuori la casa del padre.

(Cfr. vv 14-20) Che succede se investiamo male la vita che ci è concessa? Dio non ha voluto affidare a noi la Rivelazione per tormentarci con assurdi divieti, ma perchè potessimo prosperare e realizzarci, essere felici. Un sentiero esistenziale che possiamo percorrere solo alla luce dell’insegnamento di Cristo, Via, Verità e Vita. Non sembra questa però l’opzione che il figlio “più giovane” sembra aver scelto. Egli credeva di trovare gioia e serenità inseguendo le chimere di una falsa felicità che si fonda sulla creazione ed il soddisfacimento di bisogni fittizi, i quali non possono ai nostri reali bisogni. L’ebrezza dei paradisi artificiali, una sessualità fine a se stessa, il potere, il denaro, il successo, cosa produce una vita spesa per questi “beni”?
Il figlio minore apre gli occhi sulla sua condizione reale. Capisce di vivere una vita immonda poichè si trova a essere schiavo di un despota, la sua dipendenza dal peccato. Egli finisce fra i porci, gli animali impuri per eccellenza nella mentalità semita, questo lo rende perennemente impuro. Ha fame, ma proprio quella condizione in cui ha liberamente scelto di vivere, non gli permette di saziarsi, ovvero: soddisfare le sue vere necessità.

Potrebbe sembrare che questo figlio prodigo non abbia alcuna virtù, ma non è così. Innanzitutto egli confida nella misericordia del Padre e questo dimostra che possiede una conoscenza autentica della sua persona. Ha, inoltre, una grande umiltà perchè accetta l’eventualità di umiliarsi davanti alla sua famiglia e di essere considerato l’ultimo garzone di casa.

(Cfr. vv 20b-24) Il Padre vede nel segreto del nostro cuore. Appena uno spiraglio di disponibilità si apre nei suoi confronti egli agisce per redimerci, ci corre incontro e ci abbraccia. Sant’Agostino diceva: “Il Dio che ti ha creato senza di te non può salvarti senza di te”. Mirabile sintesi. Affermando di non avere più diritto a essere considerato suo figlio, questi consegna interamente la sua sorte nelle mani del padre affidandosi a lui senza riserve.

In tutta risposta il padre gli affida tre doni. La veste battesimale: segno del nostro essere nuove creature, libere dalla colpa originale. L’anello simbolo della riacquistata dignità filiale e della sua posizione autorevole nella casa del Padre. I sandali: anticamente usati solo per i lunghi viaggi, indicano la libertà incondizionata nuovamente concessa.

La festa che questo padre prepara simboleggia il cielo. Essa ha dimensioni cittadine. Infatti basta pensare a quanto sia grande un vitello, possiamo ben immaginare che gli invitati dovevano essere centinaia. Si tratta dunque di evento pubblico per cui tutti dovevano gioire.

(Cfr. vv 25-32) Il Figlio maggiore, dai tempi dei padri della chiesa, rappresenta il popolo fedele, che resiste alle tentazioni della falsa felicità e resta nella Grazia del Padre. In questo caso però si tratta di una fedeltà apparente. E’ chiaro che il cuore di questo figlio non è conforme a quello del papà, non gli sta a cuore il bene del fratello e non accetta l’amore che il padre ha verso il figlio minore. Questo gli impedisce di partecipare alla festa e lo fa restare fuori. Il non perdono ci condanna ancor di più del peccato stesso!

È Dio a mandarci all’inferno? O siamo piuttosto noi a preferirlo al Cielo? Da questo brano sembra maggiormente plausibile la seconda ipotesi. Il Padre stesso lascia la festa, per andare incontro all’altro figlio, perchè gioisca con lui assieme a tutti gli invitati, ma questi non vuole ascoltare e si ostina ad attribuire un atto ingiusto a quell’uomo pieno di misericordia. Alla possibilità di vedere suo fratello redento e felice, preferisce quella di saperlo punito e umiliato, come può, chi nutre tali sentimenti, entrare nella beatitudine eterna?

FRA UMBERTO PANIPUCCI

Felice Domenica

CRISTIANI: TRA LA FOLLA O SOTTO LA CROCE ? XXIII domenica del tempo ordinario

CRISTIANI: TRA LA FOLLA O SOTTO LA CROCE ?

XXIII domenica del tempo ordinario

Lc 14,25-33

+In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.

Quanti si professano cristiani? Da un calcolo approssimativo, l’insieme delle varie confessioni, possiamo stimare che i seguaci di Gesù sono circa 2,5 miliardi, ciò ne fa la religione più diffusa al mondo. I motivi di questo successo sono tanti e complessi, al punto che difficilmente possiamo valutarli in questa sede. Tuttavia, oggi come 2000 anni fa, possiamo immaginare il Maestro rivolgersi alle folle che lo seguono usando queste stesse parole, terribili e taglienti. Eppure, se interpretati radicalmente, questi versetti sembrano escludere proprio la possibilità che il cristianesimo possa diventare una religione di massa. Forse è davvero così, la vera sequela del Cristo riesce solo a pochi, pochissimi (cfr. Mt 22,14), come lo era quell’intrepida umanità che durante la sua passione ha avuto il coraggio di restare con lui ai piedi della croce (cfr. Gv 19, 24-26). La sequela è esigente perchè, prima ancora, lo è Amare. Un concetto che possono comprendere bene dei bravi genitori, che giorno per giorno sacrificano il loro tempo e le loro risorse per i figli, senza che questo sia per loro un peso. L’Amare del vero discepolo è molto più esigente però, perchè chiede di andare oltre le soglie di appartenenza e spendersi non solo per degli sconosciuti, ma addirittura per i propri nemici (cfr. Mt 5, 43-48).

+Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.

La Croce è la condanna a morte che il mondo ti da perché sei discepolo di Cristo. Ciò succede per la forza dirompente del suo messaggio, che mette in crisi gli equilibri di potere a vantaggio dei privilegiati, ovvero quei servi che dimenticano la loro ragion d’essere e opprimono chi gli è affidato (cfr. Lc 12, 45-48). Il Vangelo ci chiede di mettere ai primi posti delle nostre preferenze gli ultimi, gli emarginati e di rigettare le logiche faziose e interessate che dominano oggi come dominavano allora. Promuovere un simile stile di vita attraverso la propria testimonianza vuol dire andare controcorrente, essere fedeli alla Verità anche quando ci si espone al rischio di perdere la simpatia e la stima dei propri cari, degli “influenti” e, nei casi più estremi, rischiare la vita. Questa consapevolezza non ci deve spaventare, ne farci perdere la Speranza di poter essere buoni cristiani. Se la santità, seppure vocazione universale, rimane un traguardo a cui giungono pochi, è vero anche che l’abbraccio della misericordia divina arriva a tutti coloro che l’accolgono. Il mistero della Salvezza agisce attraverso un percorso imperscrutabile che può apparire, a chi lo giudica con superficialità, controverso, ma no lo è mai.

+Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace.

Il messaggio di Gesù è chiaro: il cammino che si inerpica sul santo monte è un’ impresa che non si può intraprendere a cuor leggero. Non si decide di partecipare alle olimpiadi senza essere disposti ad affrontare grandi sacrifici, sopportare pesanti privazioni e faticare parecchio, per ottenere una prestazione che possa concorrere con quella dei più grandi atleti del mondo; allo stesso modo, non si può scegliere Cristo senza la consapevolezza di dover attraversare i sentieri impervi della crescita umana e spirituale che un vero discepolo dovrà affrontare. I cristiani sono portatori di luce, ma nessuna luce nasce da una testimonianza tiepida. I battezzati portano la gioia nel mondo, ma nessuna grande Speranza può nascere in chi cerca sicurezze e comodità.

+Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo.

Come spesso succede Gesù pone l’accento sugli “averi”, questo è inevitabile in un contesto culturale che interpretava la ricchezza come il segno il più evidente della benedizione divina e, conseguentemente, la povertà come una sorta di punizione causata da peccati propri o degli avi. Dal Cristo in poi l’opulenza verrà interpretata come un ostacolo piuttosto che un vantaggio nel cammino di santità.
L’obbligo morale di servire i bisognosi pone il cristiano in un rapporto di grande responsabilità nell’utilizzo dei propri beni.

Concludendo: la folla seguiva Gesù perché vedeva in lui una fonte di speranza in un contesto in cui, evidentemente, essa scarseggiava. Il Maestro, attraverso queste dure parole, ci invita a diventare noi stessi dispensatori della sua Luce, ma perché questo possa avvenire efficacemente, c’è bisogno di tutto il nostro impegno nel conformarci a Lui.

Felice Domenica!


LA PORTA DEL CIELO È PICCOLA PICCOLA XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (B)-Fra Umberto Panipucci

LA PORTA DEL CIELO È PICCOLA PICCOLA
XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (B)
LC 13, 22-30-

+In quel tempo, Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme.
Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?».+

Quella della “Salvezza dell’anima” è una preoccupazione che sempre ha interessato le culture avvicendatesi nel corso dei millenni. Da quando esiste l’homo sapiens, infatti, esistono anche i culti funebri volti a “salvare” la vita ultraterrena di chi conclude il suo pellegrinaggio terreno.
Le idee degli Ebrei a riguardo non sono mai state univoche, non esiste infatti una dottrina giudaica ufficiale a riguardo, tanto oggi quanto allora. C’è da dire che nel secondo libro dei Maccabei, ai versetti 12,43-45, c’è un chiaro riferimento a un culto espiatorio rivolto ai defunti. La stessa scrittura ci fa sapere come all’epoca c’era chi credesse nella resurrezione ( i Farisei, cfr. Atti 23, 6) e chi invece sosteneva che tutta l’esistenza dell’individuo si esaurisse in questo mondo (i Sadducei). Tuttavia sono presenti, nell’Antico Testamento, fondamenti biblici che Gesù stesso ritiene saldi e cita per sostenere la dottrina da Lui predicata (cfr. Mc 12, 27). Il tale a cui accenna l’evangelista Luca, se da un lato manifesta attraverso la sua domanda una qualche fede nella resurrezione, dall’altro esprime la sua preoccupazione sulla difficoltà di ottenerla, una paura molto diffusa anche fra i cristiani di oggi, questo rende attualissimo il tema proposto dal Vangelo. Un altra ipotesi è che il “tale” fosse un fariseo intenzionato a far cadere Gesù in contraddizione. Se Gesù avesse risposto “si” avrebbe implicitamente disconfermato la possibilità di salvezza universale, che lui stesso predicava perdonando peccatori pubblici (gli “scomunicati” di allora). Se la risposta fosse stata “no”, avrebbe invece vanificato gli sforzi di chi cerca la santità ogni giorno, con fatica e tribolazione.

+Disse loro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno.+

la risposta di Gesù non tarda ad arrivare, la Salvezza non può essere una preoccupazione secondaria nella nostra esistenza. Il fatto che la Divina Misericordia sia sconfinata, non ci preserva dai pericoli dell’anima. L’immagine della porta stretta potrebbe rifarsi dall’uso di costruire un’entrata molto piccola accanto a quella più ampia, in modo che ci potesse passare una persona per volta e solo con lo stretto necessario. Espediente molto utile se si considerano il pericolo di attacchi da parte di briganti e nemici, ma essa rappresenta anche la porta attraverso cui passavano i poveri e gli umili nella città. Tale similitudine ci fa capire come la via della conformazione a Cristo non è facile e che prevede uno sforzo continuo nel corso della nostra vita, dobbiamo focalizzarci su ciò che è necessario, diventare umili. Senza santità non c’è profezia ne testimonianza e il mondo resta privo di Luce. Chi fa un cammino di Fede deve anelare alla perfezione che ci indica Cristo. L’esistenza del cristiano deve essere un continuo desiderio di santità che deve farci sentire “pellegrini e forestieri”, come diceva San Francesco nella sua regola bollata. Non siamo mai “arrivati”, ne saremo mai “apposto”, quindi “l’oggi” è il Kairos, ovvero: il momento giusto per scegliere Cristo! Il Maestro fa capire a quell’uomo che non è tanto importante chiedersi se sia difficile o facile entrare nel numero degli eletti, ma piuttosto bisogna ben percepire quanto sia urgente intraprendere e rinnovare il nostro sforzo nella conversione.

+Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”. Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”.
Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori. Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi».+

Questa forte esortazione ha lo scopo di indurre ad un sano timore in chi si sente già nel numero dei salvati. Molti erano convinti che il solo appartenere al popolo eletto, a una sua esclusiva setta o movimento bastasse ad avere tutte le carte in regola. In pratica si vuole evitare che la Salvezza venga compresa come una condizione ottenuta passivamente (elezione) o per un principio di causa effetto (applicazione della legge). Ciò portava a una interpretazione della Verità sterile e legalista che diventava a poco a poco pura ipocrisia, principalmente perchè rendeva la vita eterna un bene irraggiungibile ai più, considerati impuri ed indegni dell’Amore di Dio. Gesù ci fa sapere che il suo Regno resterà inaccessibile a chi non condivide il progetto di amore e misericordia verso tutti gli uomini. Dopotutto, se Dio è Amore, come potrà essere riconosciuto nell’altra vita da chi l’amore non lo conosce? E che ne sarà di chi nutre odio e disprezzo verso il prossimo? Come potrà essere perdonato chi non perdona? Come potrà la vita dimorare in chi ha la morte nel cuore? Il regno dei cieli non è per i burocrati dello Spirito, ma piuttosto per chi nutre gli stessi sentimenti di Cristo. Se il legalismo “spiritualoide” ha già i suoi criteri infallibili per giudicare i “buoni” e i “cattivi”, Gesù ci rende noto che alla fine dei tempi le sorprese non mancheranno, sia per chi si crede primo, sia per chi si giudica ultimo. Molto interessanti sono anche gli spunti metafisici a cui si prestano questi versetti. I dannati vedono la gioia degli eletti, non sono dunque in un altro luogo. Ciò conferma come l’inferno, il purgatorio e il paradiso, siano uno stato dell’essere e non dei luoghi. Ciò che fa la differenza fra dannati e beati è il loro rapporto con Dio. E chi sta in mezzo? Ovvero, la maggior parte di noi? La Chiesa cattolica crede che le anime perfettibili attraversino una fase di purificazione da tutto ciò che è incompatibile con la beatitudine celeste (Il cosiddetto purgatorio, cfr. 1Cor 3, 13-15), perché libere dagli ingombri che gli impediscono di attraversare la porta stretta, possano finalmente entrare nella città celeste. La porta del cielo è sempre aperta, ma il passaggio rimane stretto: la conformazione a Cristo.

Felice Domenica.

FRA UMBERTO PANIPUCCI

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IL VANGELO DI OGGI- di fra UMBERTO PANIPUCCI

MAESTRO PARLA A MIO FRATELLO!

XVIII Domenica del Tempo Ordinario (C)

+In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?». +

Quante volte ci chiediamo il motivo di tanta ingiustizia nel mondo? Magari ipotizzando anche una presunta latitanza di Dio o addirittura il suo completo disinteresse. Proprio il brano che ci viene proposto può aiutarci a rispondere a queste domande. Ci viene presentata la situazione di un uomo che, dichiarandosi vittima di un torto da parte di suo fratello, chiede a Gesù di intervenire per risolvere il problema. La risposta che il Maestro dà, rende subito chiaro che la richiesta avanzata è inappropriata rispetto al suo vero ruolo. Egli non può essere certamente il nostro giudice/poliziotto privato.
La risposta di Gesù lascia intuire anche una certa indisposizione da parte sua, come se fosse stanco dei continui fraintendimenti riguardo alla natura della sua missione. Tuttavia egli non si sottrarrà alla richiesta avanzata dall’uomo, ma ammonirà il fratello avido attraverso la parabola riportata in questo brano. Ritroviamo questo atteggiamento anche altrove. L’episodio della madre Sirio-Fenicia, riportato da Matteo (15,21-28) e Marco(7, 24-30) o quello delle nozze di Cana (Gv 2, 1-11) sembrano far trasparire, dal comportamento del Cristo un’iniziale indisposizione difronte alle richieste che gli vengono poste, ma che muta poi in una piena disponibilità. Ritengo che questo dato arricchisca molto l’aspetto umano di Gesù lo faccia sentire più vicino a tutti noi.

+E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede».+

L’intervento di Gesù dimostra la sua abilità nel saper cogliere al volo le occasioni, la sua risposta, infatti, diventa una ammaestramento dal valore universale. Molta gente si sente davvero al sicuro quando è economicamente “tranquilla”. Più disponibilità economica si ha, più ci sente al sicuro: niente di più falso! Non a caso quel “Fate attenzione!” Introduce l’ammonizione del Maestro, il suo scopo è quello di sottolineare la necessità di restare in guardia nei confronti di un pericolo concreto.

+”Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».+

“E un uomo sedeva da solo. Sprofondato in una grande tristezza. Tutti gli animali si avvicinarono a lui e gli dissero: Non ci piace vederti così triste, chiedici quello che vuoi e lo avrai. L’uomo disse: Voglio avere una buona vista. L’avvoltoio rispose: Avrai la mia. L’uomo disse: Voglio essere forte. Il giaguaro rispose: Sarai forte come me. Allora l’uomo disse: Vorrei tanto conoscere i segreti della terra. Rispose il serpente: Te li mostrerò. E così fu con tutti gli animali. E quando l’uomo ebbe tutti i doni che loro potevano dargli, se ne andò. E il gufo disse agli altri animali: Ora l’uomo sa molto ed è capace di fare molte cose… improvvisamente ho paura. Il cervo disse: L’uomo ha tutto quello di cui ha bisogno, ora non sarà più triste. Ma il gufo disse: No. Io ho visto un buco nell’uomo, profondo come una fame che mai si placherà. Questo lo rende triste e lo spinge a desiderare. Lui continuerà a prendere e a prendere, finchè un giorno il mondo dirà “Non esisto più e non ho più nulla da dare.” (Antica fiaba Indios riportata nel Film “Apocalypto”)

Uno dei più grandi problemi dell’umanità? Senza dubbio l’avidità è un’ottima candidata. L’individuo descritto nella parabola, dalle caratteristiche terribilmente attuali, riesce ad immaginare di poter conseguire la sua felicità solo attraverso il raggiungimento di una vergognosa opulenza. È spaventoso il vuoto esistenziale ed umano che si nasconde dietro chi nutre e persegue una simile visione della vita. Infatti essa presuppone una sua sostanziale assenza di senso, se non quello di rispondere all’umano bisogno di infinito con ogni più vile e inutile surrogato di felicità. L’invito di Gesù è invece quello di “arricchirci davanti a Dio”, ovvero: realizzare il nostro più profondo è vero motivo d’essere: portare a compimento quella “somiglianza” con il Dio rivelatoci dal Figlio, che si esprime pienamente nell’amore incondizionato verso le sue creature. Accumuliamo un tesoro in cielo quando doniamo (cfr. Mc 10, 17-30), un tesoro che non potrà essere tolto da ladri, ruggine e tignola (Mt 6, 19-24), ne dalla stessa morte come ci ricorda proprio questo brano.

Felice Domenica

FRA UMBERTO PANIPUCCI

Fra Umberto Panipucci

L’IMPERFEZIONE FELICE VI Domenica di Pasqua Gv 14,23-29 art.di Fra UMBERTO PANIPUCCI


L’IMPERFEZIONE FELICE

VI Domenica di Pasqua

Gv 14,23-29

+In quel tempo, Gesù disse [ai suoi discepoli]:
«Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.+

La Fede che Gesù vuole suscitare in chi lo segue, non è fondata sul legalismo, la paura della dannazione o, peggio ancora, la minaccia di violenza fisica o psicologica. Il Cristo desidera dall’umanità una risposta libera e spontanea a quell’Amore che Lui stesso a testimoniato volontariamente fino al martirio. Non è la nostra pura volontà a farci fedeli cristiani: la Grazia si fa strada nel cuore dell’uomo se incontra il terreno fertile dell’Amore verso Dio, il prossimo e le creature. Arditamente, S. Agostino, commentando 1GV 7, 7-8, affermava: “Ama e fa ciò che vuoi”. Infatti, qualsiasi azione suscitata da un amore che si modella su quello di Cristo, non può essere sbagliata o nociva. Ancora una volta i vangeli ribadiscono che la via verso la santità si apre solo ad un cuore capace di amore vero, disinteressato e capace di sacrificio. Non si tratta dunque di realizzare un perfezionismo infelice, ma, piuttosto, un’imperfezione felice.

+Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.+

Nonostante la chiarezza del messaggio affidatoci da Cristo, quante volte l’umanità, a volte anche la stessa Chiesa assieme alle varie confessioni cristiane, sono cadute nel tranello di voler proporre una fede di stampo “farisaico”? Le crociate, gli abusi dell’inquisizione, la compravendita delle indulgenze, le persecuzioni e gli scandali finanziari… Nonostante questo Dio non ha smesso di mandarci lo Spirito Santo, suscitando così uomini e donne che facendo splendere la sua Luce, sono diventati autentici testimoni del Vangelo, l’unica forza capace di liberarci dalle tenebre che ci attanagliano e confondono.

+Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore.+

In cosa differisce la pace del mondo da quella che dà Gesù? Il nostro cuore è un grande calderone in cui ribolle ogni sorta di bisogni, autentici, fittizi o indotti dall’attuale, opulento, stile di vita. Questo ci spinge a cercare la “pace” attraverso la soddisfazione di questi desideri, perlopiù egoistici. Tale quiete non verrà mai raggiunta in quanto, gli oggetti delle nostre brame, essendo soggetti a usura, moda e obsolescenza, non saranno mai in grado di rispondere pienamente alle nostre sempre più esigenti “necessità”. La Pace che ci propone Cristo nasce invece dalla ricerca dell’unico bene che può renderci davvero appagati: lo Sposo della nostra anima, Dio. Per raggiungere questo tesoro abbiamo una mappa: il Vangelo; una bussola: lo Spirito Santo, la Chiesa e tutti gli uomini e le donne che si fanno trasparenza di Cristo; abbiamo inoltre cure e nutrimento per il lungo tragitto: i sacramenti.

+Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate».+

Con queste parole Gesù sta preparando i suoi allo “scandalo” della sua Passione. Morire, da quel momento in poi, sarà per i seguaci della Via, lo schiudersi del seme! Ciò ci fa capire che senza la speranza della resurrezione il Vangelo perde il suo senso più profondo, insieme a tutte le nostre sofferenze e ai mali che colpiscono il mondo. Se Cristo, il Figlio di Dio e nostro Re, non fosse risorto, la sua crocifissione non sarebbe che la sconfitta definitiva del bene e la vittoria del male. Infatti se lui non avesse trionfato nessun altro avrebbe potuto farlo. Ecco perchè, crederci, resta la “conditio sine qua non” per essere cristiani e continuare a camminare sulla terra “come agnelli in mezzo ai lupi”.

Felice Domenica.

FRA UMBERTO PANIPUCCI

DOMENICA 28 APRILE 2019: RICORRENZE, LETTURE E VANGELO DEL GIORNO

DOMENICA 28 APRILE 2019:
RICORRENZE, LETTURE E VANGELO DEL GIORNO

Cari amici, oggi è la Festa della Divina Misericordia alla quale dedicheremo più tardi un post apposito.
Vediamo intanto, come ogni giorno, le Letture ed il Vangelo di questa giornata di festa:

Prima lettura

At 5,12-16
Venivano aggiunti credenti al Signore, una moltitudine di uomini e di donne.
Dagli Atti degli Apostoli

Molti segni e prodigi avvenivano fra il popolo per opera degli apostoli. Tutti erano soliti stare insieme nel portico di Salomone; nessuno degli altri osava associarsi a loro, ma il popolo li esaltava.
Sempre più, però, venivano aggiunti credenti al Signore, una moltitudine di uomini e di donne, tanto che portavano gli ammalati persino nelle piazze, ponendoli su lettucci e barelle, perché, quando Pietro passava, almeno la sua ombra coprisse qualcuno di loro.
Anche la folla delle città vicine a Gerusalemme accorreva, portando malati e persone tormentate da spiriti impuri, e tutti venivano guariti.

Seconda lettura

Ap 1,9-11.12-13.17-19
Ero morto, ma ora vivo per sempre.
Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo

Io, Giovanni, vostro fratello e compagno nella tribolazione, nel regno e nella perseveranza in Gesù, mi trovavo nell’isola chiamata Patmos a causa della parola di Dio e della testimonianza di Gesù.
Fui preso dallo Spirito nel giorno del Signore e udii dietro di me una voce potente, come di tromba, che diceva: «Quello che vedi, scrivilo in un libro e mandalo alle sette Chiese».
Mi voltai per vedere la voce che parlava con me, e appena voltato vidi sette candelabri d’oro e, in mezzo ai candelabri, uno simile a un Figlio d’uomo, con un abito lungo fino ai piedi e cinto al petto con una fascia d’oro.
Appena lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto. Ma egli, posando su di me la sua destra, disse: «Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo, e il Vivente. Ero morto, ma ora vivo per sempre e ho le chiavi della morte e degli inferi. Scrivi dunque le cose che hai visto, quelle presenti e quelle che devono accadere in seguito».

Vangelo

Gv 20,19-31
Otto giorni dopo venne Gesù.
Dal Vangelo secondo Giovanni

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Paolo Brosio

LA SAGGEZZA DIVINA SI NASCONDE DIETRO UN VELO DI FOLLIA di Fra UMBERTO PANIPUCCI

FRA UMBERTO PANIPUCCI

LA SAGGEZZA DIVINA SI NASCONDE DIETRO UN VELO DI FOLLIA

Lc 6,27-38

+In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«A voi che ascoltate, io dico:+

Gesù riserva i suoi insegnamenti più preziosi a coloro che “ascoltano”, ovvero chi è disposto ad accogliere la Parola fino in fondo accettando così la sfida che la fede porrà al suo buon senso, ma anche alle paure che possono frenare la crescita spirituale. Le parole che stanno per seguire non arriveranno a tutti, pur essendo proferite pubblicamente. Fin quando non si è pronti al vero ascolto questi versetti restano silenzio, parole insensate, enigmi che, ad un cuore chiuso, restano follia.

+amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra;+

La storia è brutalmente segnata dalla violenza fratricida. Ai tempi di Gesù questa realtà mostrava se stessa ogni giorno per le strade, basti pensare al quotidiano orrore delle crocifissioni. L’orgoglioso popolo d’Israele cercava di reagire come poteva all’ingiustizia degli occupatori romani, ma ciò nulla otteneva, se non un’interminabile spirale di sangue che culminerà con la distruzione di Gerusalemme e l’assedio di Masada. Cristo vuole spezzare questa maledizione proponendo un nuovo modo di affrontare il male, ovvero annullarlo con il bene, rifiutandosi così di scendere allo stesso livello di chi odia, maledice, disprezza ed è violento. Chi fa il male si aspetta reciprocità, ma rimane disorientato se i destinatari dei suoi gesti rispondono a questi con il bene. Chi commette violenza è già vittima di questa: smarrito, ha perso la luce divina e brancola nel buio della menzogna. Ha bisogno perciò della preghiera, ma anche di sapere che c’è qualcuno disposto a perdonarlo. Porgere la guancia diventa così un gesto vittorioso, chi lo fa non cede al ricatto della violenza e ferma la spirale della vendetta.

+a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro.+

La paura di perdere i nostri beni ci rende ansiosi e angosciati, ci porta alla diffidenza e alla chiusura, non raramente ciò può renderci anche violenti. Ecco perché Gesù vuole che i suoi discepolo più intimi siano il più possibile distaccati dalle sicurezze materiali. Per i seguaci di Cristo c’è qualcosa di più importante da difendere e custodire.

+E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro.+

Questo principio etico è noto come Regola d’oro ed è presente in quasi tutte le culture sotto forma positiva o negativa (non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te), ne si ha traccia già dagli egizi. Si tratta del principio di reciprocità ed è una norma morale dal valore universale. Gesù insegna ai suoi discepoli a regolare le proprie azioni verso gli altri in base alle loro necessità, sviluppando così quella che oggi chiameremmo empatia. Nel discorso della Montagna questo principio è utilizzato da Matteo come una sintesi al grande commento sulla Torah che Gesù fa nei capitoli precedenti (cfr. Mt 7,12 in riferimento ai capp. 5-7). In Luca, invece, essa Introduce i precetti sull’amore incondizionato che un discepolo di Cristo deve avere verso chiunque, anche i propri nemici. Essenzialmente un cristiano deve conformarsi a quel Dio che è amore, non si vendica ed sempre disposto al perdono, qualora lo si voglia accogliere.

+Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano. E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto.+

Non basta essere onesti e restituire il bene che ci viene fatto, il cristiano è colui che porta il cielo in terra e fa venire il Regno attraverso se stesso (La preghiera del Padre nostro è un programma di vita cfr Mt 6, 9-15). Se poi riesce a non essere solo, ma la realizza la sua santità assieme alla comunità questa diventa un angolo di paradiso in questo mondo. Se il nostro modo di vivere non diventa davvero alternativo, non c’è nulla che ci distingue dagli altri, siamo sale che ha perso sapere, luce nascosta sotto il moggio (Cfr. Mt 5,13-16).

+Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi. Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso.+

Gesù svela finalmente l’arcano: “l’assurdità” di questi comportamenti si rivela essere la più profonda saggezza. Egli ci vuole invitare a essere figli dell’Altissimo, cioè ad assomigliare a Dio stesso che nel suo amore è fedele a noi anche quando noi non lo siamo nei suoi confronti. Il cristiano, alter Christus, è chiamato a testimoniare la misericordia del Padre a tutti gli uomini, specie quelli che non appartengono alla propria cerchia.

+Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio».+

Nella misura in cui somiglieremo a chi ci ha rivelato il Padre attraverso la sua stessa vita (cfr. Gv 14,9) saremo partecipi della divinità (ovvero verremo inabitati dallo Spirito), diversamente non potremo accogliere quel dono che già è pronto per noi. Dio è perdono, se l’abbiamo accolto perdoneremo e ci sentiremo perdonati; Dio è misericordia: se l’abbiamo accolto saremo misericordiosi e conosceremo la sua misericordia; Dio è amore incondizionato verso tutti: se l’abbiamo accolto sapremo amare anche i nostri nemici e sperimenteremo l’estasi del suo amore infinito.

Felice Domenica

Fra Umberto Panipucci.

BEATO CHI SOFFRE? VI Domenica del Tempo ordinario (c)- di Fra Umberto Panipucci

IL VANGELO DI OGGI

BEATO CHI SOFFRE?

VI Domenica del Tempo ordinario (c)

+In quel tempo, Gesù, disceso con i Dodici, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne.+

Tra le Beatitudini riportate da Matteo e quelle tramandate da Luca si possono notare facilmente alcune differenze. Fra queste, una delle più evidenti, è il fatto che in Luca il l’episodio avviene su una pianura (dopo essere “disceso con i dodici”), mentre in Matteo il discorso diventa “della montagna” perché viene proferito su un monte, a una ristretta cerchia di discepoli, mentre la folla è giù ad aspettare. In intrembi i casi gli echi del racconto mosaico delle tavole della Legge sono forti. Se l’intenzione di Matteo era quello di far capire come la via delle beatitudini fosse difficile e quindi per pochi, Luca sottolinea invece che la santità è una vocazione universale: è per tutti. A riprova di questo possiamo facilmente notare come la folla a cui parla Gesù è composta da galilei, giudei e pagani provenienti da Tiro e Sidone, una rappresentanza di tutta l’umanità riconciliata dalla figura di Cristo. Matteo è invece meno preciso al riguardo (Cfr Mt 5,1ss). Sembra quasi che Gesù abbia tenuto questo discorso due volte: la prima sul monte ai Dodici, dove sottolinea più la dimensione spirituale e morale della sua visione, mentre la seconda volta, quella lucana, l’argomentazione è espressa in termini molto più semplici e diretti, proprio perché il Maestro si sta rivolgendo a tutta l’umanità. In questo modo i due racconti delle beatitudini diventano complementari.

+Ed egli, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva:+

Quello che si posa sui discepoli è uno sguardo di misericordia e amore. Gesù non ci guarda dall’alto verso il basso, ma al contrario, alza lo sguardo come farebbe un servo, con la testa china in segno di sottomissione, che si rivolge al padrone. L’umiltà di Cristo è esemplare anche in questo caso.

+«Beati voi, poveri,
perché vostro è il regno di Dio.+

In Matteo si parla di “poveri in Spirito”, ovvero tutti coloro che hanno come unica ricchezza Dio stesso e amano quest’ultimo con cuore indiviso. Luca è meno preciso, ma con questo vuole mettere in evidenza come il povero sia più facilitato ad amare Dio, perché meno distratto dalle mollezze del mondo e le sue innumerevoli tentazioni, la povertà diventa un vantaggio e una condizione privilegiata per avere parte al Regno di Dio (ovvero Cristo stesso)

+Beati voi, che ora avete fame,
perché sarete saziati.+

In Matteo gli affamati anelano alla giustizia, per Luca, molto attento alla carità, la fame è quella che tutti intendiamo normalmente. Del resto la miseria che affama il mondo nasce dall’ingiustizia.

+Beati voi, che ora piangete,
perché riderete.+

Questo versetto non si discosta molto da quello corrispondente nelle beatitudine matteane. Il dolore trova senso nella fede. La condizione di sofferenza ai tempi di Gesù (e spesso anche oggi) veniva interpretata come una punizione mandata da Dio. Gesù sovverte questa “tradizione” attribuendo al “pianto” un valore salvifico e una premessa alla gioia eterna. La sofferenza illuminata dall’evangelo scava dentro noi una “cisterna” che verrà colmata da una Gioia senza fine. Dalle Beatitudini in poi coloro che patiscono devono essere rispettati e serviti perchè sono i prediletti di Dio, proprio come per una madre amorevole lo sono i figli più bisognosi di cure e attenzioni.

+Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.+

Gesù fa un elenco di promesse, ma alla fine sembra quasi volerci dire che non le manterrà. Non è così ovviamente. ma, se non andiamo oltre il comune modo di pensare, rischiamo di giungere proprio a questa conclusione. La via della santità non è mai stata facile: chi di voi conosce un profeta che abbia avuto un’esistenza spensierata? Eppure negli occhi di queste donne e questi uomini brilla una luce che in nessun’altro sguardo si può scorgere, qualcosa in grado di farci presumere che insieme alle loro tribolazioni essi vivono una gioia così grande da dargli la forza di affrontare qualsiasi avversità.

+Ma guai a voi, ricchi,
perché avete già ricevuto la vostra consolazione.
Guai a voi, che ora siete sazi,
perché avrete fame.
Guai a voi, che ora ridete,
perché sarete nel dolore e piangerete.
Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti».+

Gesù inverte specularmente ciò che ha espresso nei confronti dei “figli delle beatitudini” rivolgendosi a chi sta “bene” ed è indifferente al dramma di chi soffre. Queste persone dimostrano una “impermeabilità” alla Grazia di Dio; per questo subiranno delle conseguenze negative. Ciò, oltre ad essere una implicita denuncia all’ingiustizia sociale di quei tempi, rispecchia lo spirito più autentico delle Chiesa nascente, tutta volta ad eliminare le sperequazioni presenti al suo interno e a porsi come modello concreto e alternativo per una nuova società (Atti 2,42-48). Ciò evidenzia come le beatitudini di Luca si riferiscono a poveri ed affamati veri e li mette a fianco di chi, annunciando il Vangelo, soffre a causa di esso. Se le beatitudini di Matteo sono la carta magna della santità, quelle di Luca lo sono per la società e la Chiesa, che Cristo, come il concilio Vaticano II ribadisce nella Gaudium et Spes, vuole attivamente impegnata nella costruzione di un mondo migliore.

Felice Domenica

Fra Umberto Panipucci

LA SOLIDARIETÀ DI DIO Battesimo del Signore (C) Lc 3,15-16.21-22

LA SOLIDARIETÀ DI DIO

Battesimo del Signore (C)

Lc 3,15-16.21-22

+In quel tempo, poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco».+

Il vero profeta si distingue dalla sua umiltà. Per colui che è stato testimone dell’infinita grandezza di Dio non può essere diversamente. La Carità che Lui dimostra nei nostri confronti è così grande da far sentire il suo consacrato inadeguato alla missione che la Volontà Divina gli chiede, eppure, per lo stesso amore che l’uomo santo nutre per Dio, questi non può esimersi di accogliere il progetto personale preparato per Lui. Chi conosce l’Amore divino non può restare in pace finchè non si dona totalmente. Così come anche Giovanni, il precursore, ha testimoniato fino al sangue, anticipando il sacrificio di Cristo. Il battesimo nell’acqua era un rito diffuso all’epoca, simboleggiava la volontà di rinascere a nuova vita ed essere purificati dalle proprie colpe. Il Battesimo nello Spirito e nel fuoco portato da Cristo fa di noi creature nuove preparandoci a essere partecipi della Resurrezione e della natura divina del Figlio..

+Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».+

Come abbiamo detto il battesimo di Giovanni non era ancora quello Sacramentale, il quale viene amministrato in nome della Santissima Trinità, era infatti un rito penitenziale il quale faceva vivere al discepolo una morte e resurrezione simbolica rappresentata dall’immersione nelle acque Giordano, il fiume che, a sua volta, è segno del passaggio verso la Terra Promessa. Gesù non aveva nessun motivo per sottoporsi a questo rito penitenziale eppure, coerentemente alla sua logica di solidarietà con l’uomo, decide di viverlo proprio come se fosse un peccatore come noi. Egli infatti, pur non avendo mai commesso peccato è stato trattato come il peggiore fra gli uomini attraverso l’umiliazione della Croce, il tradimento e l’abbandono dei suoi. E’ significativo che lo Spirito, nel racconto di Luca, non si manifesta nel momento stesso dell’atto del battesimo ma successivamente mentre Egli prega, come a sottolineare l’importanza dell’orazione personale. Altra peculiarità di questo Vangelo è che Giovanni non riconosce immediatamente suo cugino fra i tanti che si recavano a lui. Gesù è l’uomo che sceglie per se l’ultimo posto e lascia che Dio stesso lo chiami a prendere il ruolo che gli spetta. Anche in questo Cristo si fa nostro Maestro e modello. Dalla voce proveniente dal Cielo, fra i vari appellativi, viene menzionato quello di “Amato”. Nella nostra logica questo termine sarebbe usato a sproposito. Infatti la missione affidatagli dal Padre prevedeva la persecuzione di Erode, l’esilio in Egitto, una vita vissuta “clandestinamente” a Nazareth, la fatica di un lavoro duro come quello del carpentiere, la lotta contro il maligno, il rifiuto e la persecuzione da parte dei sacerdoti, una condanna ingiusta e l’umiliazione della Croce, come può tutto questo essere chiamato una manifestazione di Amore? Questa contraddizione può essere superata solo se accettiamo l’idea che la Santissima Trinità ci ama fino al punto di offrirsi totalmente nel Figlio, Il quale, per amore nostro, accetta di vivere e morire per Risorgere, rendendoci partecipi di questa sua eredità.

Fra Umberto Panipucci


Felice Domenica

Felice Domenica.