A CURA DI ROSA CAPOZZI E MARIA DE MOLA dal 3 – 11 maggio 2024
ARTISTI PRESENTI
ARCIERI Elio BARTOLI Natalia BRESSAN Luigia CALISI Antonio CARPARELLI Luciano CATALDI Paolo DAMASCO Pino DAMIANI Michele DE CRISTO Clara DI TERLIZZI Anna Maria LABIANCA Beppe METASANI Albert SUPPA Annamaria VOLPICELLA Michele
Università degli Studi di Bari Centro Polifunzionale Studenti (Ex-Palazzo delle Poste) Piazza Cesare Battisti n.1, Bari
INAUGURAZIONE 3 maggio ore 17.30 CHIUSURA 11 maggio ore 15.00
” Perchè guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio?”(Luca 6,41)
«Un discepolo si era macchiato di una grave colpa. Tutti gli altri reagirono con durezza condannandolo. Il maestro, invece, taceva e non reagiva. Uno dei discepoli non seppe trattenersi e sbottò: “Non si può far finta di niente dopo quello che è accaduto! Dio ci ha dato gli occhi!” Il maestro, allora, replicò: “Sì, è vero, ma ci ha dato anche le palpebre!”». Siamo partiti da lontano, con questo apologo indiano, per commentare una delle frasi più celebri del Vangelo, dedicata alla falsa correzione fraterna.
Sappiamo, infatti, che lo stesso Gesù suggerisce di «ammonire il fratello se commette una colpa contro di te» (si legga il paragrafo di Matteo 18,15-18). Ma è inesorabile contro gli ipocriti che correggono il prossimo per esaltare sé stessi e, anche in questo caso, è difficile trovare una più incisiva lezione rispetto a quella che ci è offerta dalla parabola del fariseo e del pubblicano (Luca 18,9-14). In tutti gli ambienti, anche in quelli ecclesiali, ci imbattiamo in questi occhiuti e farisaici censori del prossimo, ai quali non sfugge la benché minima pagliuzza altrui, sdegnati forse perché la Chiesa è troppo misericordiosa e, a loro modo di vedere, troppo corriva.
Si ergono altezzosi, convinti di essere investiti da Dio di una missione, consacrati al servizio della verità e della giustizia. In realtà, essi si crogiolano nel gusto sottilmente perverso di sparlare degli altri e si guardano bene dall’ esaminare con lo stesso rigore la loro coscienza, inebriati come sono del loro compito di giudici. Ecco, allora, l’ accusa netta di Gesù: guarda piuttosto alla trave che ti acceca! «Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’ occhio di tuo fratello» (6,42). E poche righe prima, in questo che gli studiosi hanno denominato il “Discorso della pianura” (parallelo al “Discorso della montagna” di Matteo), egli aveva ammonito: «Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati!» (6,37).
Purtroppo, dobbiamo tutti confessare che questo piacere perverso di spalancare gli occhi sulle colpe del prossimo è una tentazione insuperabile che ci lambisce spesso. Quel racconto indiano che abbiamo citato in apertura è accompagnato da un paio di versi di un celebre e sterminato poema epico indiano, il Mahabharata, che affermano: «L’ uomo giusto si addolora nel biasimare gli errori altrui, il malvagio invece ne gode». Bisogna riconoscere – come ribadiva l’ umanista mantovano Baldesar Castiglione (1478-1529) nel suo trattato Il Cortegiano – che «tutti di natura siamo pronti più a biasimare gli errori che a laudar le cose bene fatte». Ritorniamo, comunque, a quel discorso di Gesù proposto dal Vangelo di Luca e riprendiamo un’ altra frase che sia da suggello a questa nostra riflessione sull’ ipocrisia: «Siate misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso» (6,36).
LA PORTA DEL CIELO È PICCOLA PICCOLA XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (B) LC 13, 22-30-
+In quel tempo, Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme. Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?».+
Quella della “Salvezza dell’anima” è una preoccupazione che sempre ha
interessato le culture avvicendatesi nel corso dei millenni. Da quando
esiste l’homo sapiens, infatti, esistono anche i culti funebri volti a
“salvare” la vita ultraterrena di chi conclude il suo pellegrinaggio
terreno. Le idee degli Ebrei a riguardo non sono mai state
univoche, non esiste infatti una dottrina giudaica ufficiale a riguardo,
tanto oggi quanto allora. C’è da dire che nel secondo libro dei
Maccabei, ai versetti 12,43-45, c’è un chiaro riferimento a un culto
espiatorio rivolto ai defunti. La stessa scrittura ci fa sapere come
all’epoca c’era chi credesse nella resurrezione ( i Farisei, cfr. Atti
23, 6) e chi invece sosteneva che tutta l’esistenza dell’individuo si
esaurisse in questo mondo (i Sadducei). Tuttavia sono presenti,
nell’Antico Testamento, fondamenti biblici che Gesù stesso ritiene saldi
e cita per sostenere la dottrina da Lui predicata (cfr. Mc 12, 27). Il
tale a cui accenna l’evangelista Luca, se da un lato manifesta
attraverso la sua domanda una qualche fede nella resurrezione,
dall’altro esprime la sua preoccupazione sulla difficoltà di ottenerla,
una paura molto diffusa anche fra i cristiani di oggi, questo rende
attualissimo il tema proposto dal Vangelo. Un altra ipotesi è che il
“tale” fosse un fariseo intenzionato a far cadere Gesù in
contraddizione. Se Gesù avesse risposto “si” avrebbe implicitamente
disconfermato la possibilità di salvezza universale, che lui stesso
predicava perdonando peccatori pubblici (gli “scomunicati” di allora).
Se la risposta fosse stata “no”, avrebbe invece vanificato gli sforzi di
chi cerca la santità ogni giorno, con fatica e tribolazione.
+Disse loro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti,
io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno.+
la
risposta di Gesù non tarda ad arrivare, la Salvezza non può essere una
preoccupazione secondaria nella nostra esistenza. Il fatto che la Divina
Misericordia sia sconfinata, non ci preserva dai pericoli dell’anima.
L’immagine della porta stretta potrebbe rifarsi dall’uso di costruire
un’entrata molto piccola accanto a quella più ampia, in modo che ci
potesse passare una persona per volta e solo con lo stretto necessario.
Espediente molto utile se si considerano il pericolo di attacchi da
parte di briganti e nemici, ma essa rappresenta anche la porta
attraverso cui passavano i poveri e gli umili nella città. Tale
similitudine ci fa capire come la via della conformazione a Cristo non è
facile e che prevede uno sforzo continuo nel corso della nostra vita,
dobbiamo focalizzarci su ciò che è necessario, diventare umili. Senza
santità non c’è profezia ne testimonianza e il mondo resta privo di
Luce. Chi fa un cammino di Fede deve anelare alla perfezione che ci
indica Cristo. L’esistenza del cristiano deve essere un continuo
desiderio di santità che deve farci sentire “pellegrini e forestieri”,
come diceva San Francesco nella sua regola bollata. Non siamo mai
“arrivati”, ne saremo mai “apposto”, quindi “l’oggi” è il Kairos,
ovvero: il momento giusto per scegliere Cristo! Il Maestro fa capire a
quell’uomo che non è tanto importante chiedersi se sia difficile o
facile entrare nel numero degli eletti, ma piuttosto bisogna ben
percepire quanto sia urgente intraprendere e rinnovare il nostro sforzo
nella conversione.
+Quando il padrone di casa si alzerà e
chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta,
dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove
siete”. Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua
presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Ma egli vi dichiarerà:
“Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di
ingiustizia!”. Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando
vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio,
voi invece cacciati fuori. Verranno da oriente e da occidente, da
settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed
ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno
ultimi».+
Questa forte esortazione ha lo scopo di indurre ad un
sano timore in chi si sente già nel numero dei salvati. Molti erano
convinti che il solo appartenere al popolo eletto, a una sua esclusiva
setta o movimento bastasse ad avere tutte le carte in regola. In pratica
si vuole evitare che la Salvezza venga compresa come una condizione
ottenuta passivamente (elezione) o per un principio di causa effetto
(applicazione della legge). Ciò portava a una interpretazione della
Verità sterile e legalista che diventava a poco a poco pura ipocrisia,
principalmente perchè rendeva la vita eterna un bene irraggiungibile ai
più, considerati impuri ed indegni dell’Amore di Dio. Gesù ci fa sapere
che il suo Regno resterà inaccessibile a chi non condivide il progetto
di amore e misericordia verso tutti gli uomini. Dopotutto, se Dio è
Amore, come potrà essere riconosciuto nell’altra vita da chi l’amore non
lo conosce? E che ne sarà di chi nutre odio e disprezzo verso il
prossimo? Come potrà essere perdonato chi non perdona? Come potrà la
vita dimorare in chi ha la morte nel cuore? Il regno dei cieli non è per
i burocrati dello Spirito, ma piuttosto per chi nutre gli stessi
sentimenti di Cristo. Se il legalismo “spiritualoide” ha già i suoi
criteri infallibili per giudicare i “buoni” e i “cattivi”, Gesù ci rende
noto che alla fine dei tempi le sorprese non mancheranno, sia per chi
si crede primo, sia per chi si giudica ultimo. Molto interessanti sono
anche gli spunti metafisici a cui si prestano questi versetti. I
dannati vedono la gioia degli eletti, non sono dunque in un altro luogo.
Ciò conferma come l’inferno, il purgatorio e il paradiso, siano uno
stato dell’essere e non dei luoghi. Ciò che fa la differenza fra dannati
e beati è il loro rapporto con Dio. E chi sta in mezzo? Ovvero, la
maggior parte di noi? La Chiesa cattolica crede che le anime
perfettibili attraversino una fase di purificazione da tutto ciò che è
incompatibile con la beatitudine celeste (Il cosiddetto purgatorio, cfr.
1Cor 3, 13-15), perché libere dagli ingombri che gli impediscono di
attraversare la porta stretta, possano finalmente entrare nella città
celeste. La porta del cielo è sempre aperta, ma il passaggio rimane
stretto: la conformazione a Cristo.
Felice Domenica.
FRA UMBERTO PANIPUCCI
PER PUBBLICITA’ contatti/info: pugliadaamareonline@gmail.com