9 lug 2026
L’INFLAZIONE DEI POETI: QUANDO IL VERSO DIVENTA SOLO UN RUMORE DI FONDO.

Siamo giunti a un paradosso inquietante: oggi, per sentirsi artisti, sembra basti un profilo social e la partecipazione a uno dei tanti concorsi letterari che spuntano come funghi dopo la pioggia. Il motto secondo cui “tutti siamo poeti” è diventato un comodo scudo dietro il quale nascondere una deriva preoccupante: la mercificazione dell’introspezione.
Ogni giorno nascono premi letterari che promettono gloria in cambio di quote di iscrizione sempre più esose. Ma cosa stiamo davvero celebrando? Spesso, non è la qualità del verso o la profondità del pensiero, ma il desiderio di validazione di un io che ha smarrito il senso del limite. La poesia è diventata un prodotto di consumo, un rito di auto-celebrazione dove tutti sono vincitori, e dove, per legge statistica, la vera arte finisce inevitabilmente soffocata dal rumore di fondo.
Sotto questa coltre di “poeti per gioco” c’è un meccanismo economico che lucra sulla vanità. È una fiera delle vanità dove il silenzio — quel silenzio necessario per ascoltare il mare, per leggere dentro di sé — viene sostituito da un clamore assordante. Scrivere è un atto di coraggio e di scavo, non una ricerca di like o di una targa da esibire per curare le proprie insicurezze.
La poesia non può essere un esercizio di narcisismo collettivo. È tempo di tornare a distinguere tra chi scrive per necessità dell’anima e chi scrive solo per occupare uno spazio. Perché se tutti sono poeti, allora nessuno lo è davvero.
“Cosa ne pensate di questa deriva? La poesia sta perdendo la sua anima?”.
Crescenza Caradonna

