IL CONCERTO/THE CONCERT

IL CONCERTO/THE CONCERT

IL CONCERTO
TITOLO ORIGINALE “THE CONCERT”
ΑΝΝΟ: 2009
PAESE: RU/IT/FR/BE/RO
REGIA: Radu Mihăileanu
SOGGETTO: Hector Cabello Reyes, Thierry Degrandi
SCENEGGIATURA: Radu Mihăileanu, Alain-Michel Blanc, Matthew Robbins


CAST: Aleksej Gus’kov, Dimitri Nazarov, Mélanie Laurent, Miou-Miou, François Berléand, Valeri Barinov, Lionel Abelanski, Anna Kamenkova Pavlova.


MUSICHE: Armand Amar e vari compositori classici
GENERE: commedia, drammatico
COLORE
DURATA: 120 minuti


La trama? Nell’Unione sovietica di Breznev (anni ’70) Andreï Filipov è il più grande direttore d’orchestra: dirige nel Teatro Bol’šoj, ma viene licenziato all’apice della gloria, interrotto nel mezzo di un concerto, perché si era rifiutato di espellere dalla sua orchestra tutti i musicisti ebrei. Circa trent’anni dopo lavora umilmente ancora nel grande teatro, come uomo delle pulizie; casualmente scopre un fax di invito del Théâtre du Châtelet di Parigi all’Orchestra del Bol’šoj per un concerto da tenersi in Francia. Sarà l’occasione per una idea folle: rintracciare tutti i suoi vecchi musicisti e all’insaputa di tutti, spacciarsi per la vera Orchestra ed esibirsi nel concerto che gli era stato negato a suo tempo. Il suo piano non è solo una rivincita personale nei confronti dell’autorità politica del tempo ma anche l’occasione per valorizzare una giovane e brillantissima violinista francese Anne-Marie Jacquet rivelarle un segreto tenuto gelosamente nascosto per molti anni… e

Perché vederlo? È una bellissima commedia di stile francese che alterna momenti di pura ilarità a toni drammatici dapprima poco evidenti poi in un crescendo verso la fine proponendo un epilogo gioioso, di liberazione. Il contesto storico in cui si svolge la vicenda parte dall’era di Breznev (1980) con le persecuzioni verso gli ebrei che portarono ad epurazioni e deportazioni ed arriva quasi ai giorni nostri (2009), con il disfacimento dell’Unione sovietica descrivendo la condizione della gente comune, in particolare di ex musicisti costretti ad inventarsi la sopravvivenza quotidiana tra sussidi statali, lavori improvvisati e nostalgie del passato.

Molto efficace la regia del regista rumeno, naturalizzato francese; la comicità è affidata ad un cast di attori francesi (e non) di talento.



Perché rivederlo?

Se è vero che la musica è un linguaggio universale che può unire generazioni e popoli diversi, se è in grado di lenire dolori e sofferenze di ogni genere, ebbene la visione de II Concerto non solo è raccomandabile ma anche fortemente consigliata! La vita quotidiana di artisti costretti a subire la mortificazione della loro carriera artistica solo per essere ebrei convinti di vivere nel paese dove sono nati è affrontata con levità, senza scendere nel pietismo ma con un chiaro messaggio critico nei confronti di uno Stato passato dal totalitarismo all’oligarchia. Il concerto finale diventa il momento in cui persone diverse, per età ma anche per culture (o etnie) differenti passano dal disordine quotidiano, rappresentato dalle dissonanze iniziali, ad una armonia comune nella quale si stemperano i dolori del passato e si riacquista la propria dignità e consapevolezza delle proprie capacità. Nel film due personaggi rappresentano alcuni degli elementi che contraddistinguono il primo decennio del duemila: la nostalgia per l’Unione Sovietica che rimaneva significativa in Russia (sondaggi di quel periodo indicavano che circa il 60-63% di russi si rammaricava del crollo dell’URSS, percependo la perdita di stabilità, potenza e risorse economiche) e la oligarchia che affermava la sua potenza economica.

Il film merita di essere rivisto anche per la notevole colonna sonora, vincitrice di uno dei due premi César, l’Oscar francese. La pellicola è ambientata tra Mosca e Parigi con gli interni originali dei due teatri.

Alcune piccole curiosità.


Il Concerto per violino e orchestra in re maggiore op. 35 è l’unico concerto per violino del compositore russo Pëtr Il’ič Čajkovskij. Il componimento, data anche la sua complessità di esecuzione venne aspramente criticato soprattutto dal pubblico tedesco, che all’epoca era molto legato alle musicalità di Brahms; solo in seguito, apprezzato dal pubblico e dalla critica londinese ebbe un grande riconoscimento internazionale. Il film è stato il secondo maggior successo del regista di famiglia ebraica sopravvissuta all’olocausto (il nome del padre era Buchman, modificato in Mihăileanu per non subire le persecuzioni del regime dittatoriale rumeno di Ceausescu); il suo primo, bellissimo film è stato Train de vie – un treno per vivere del 1998, uno dei film più anticonvenzionali nella narrazione dell’Olocausto. Nonostante la qualità e i riconoscimenti ottenuti, il film, distribuito da BIM in Italia, ha avuto un brevissimo circuito cinematografico, passando direttamente su RAI 3 dal 2010 e successivamente su molte piattaforme, tra le quali YouTube che lo propone in streaming gratuito, così come RAI PLAY; è disponibile film nei formati DVD/BluRay.

Il film, non è classificato, quindi per tutta la famiglia.


Buona visione!

-articolo di Ettore Canniello



- Miglior colonna sonora a Armand Amar

- Miglior sonoro a Pierre Excoffier, Bruno Tarrière e Selim Azzazi

- 2010 - David di Donatello


- Miglior film dell'Unione Europea a Radu Mihăileanu


- 2010 - Nastro d'argento
Miglior film europeo a Radu Mihăileanu



HO RISCOPERTO L’ISOLA DI BARI VECCHIA. LA LEGGENDA DI MONTE ROSSO.

Ho riscoperto l’isola scomparsa di Bari Vecchia. Ecco cosa si nasconde sotto il Fortino.
di Cresy Caradonna

La leggenda barese di “Monte Rosso” narra di un’isola fortificata scomparsa tra il XVIII e XIX secolo di fronte alla Muraglia di Bari Vecchia, oggi conosciuta come Secca del Pendino. Studi storici e cartografici confermano l’esistenza dell’isola, sprofondata a causa del bradisismo e oggi paradiso per sub, che ancora oggi alimenta il mito di una campana sommersa sentita dai pescatori.

     Se c’è una cosa che amo fare quando ho un po’ di tempo libero, è camminare sulla Muraglia di Bari Vecchia.
Ieri sera, mentre mi godevo il panorama proprio all’altezza del Fortino di Sant’Antonio, mi è tornata in mente una storia assurda. Una di quelle storie che sembrano uscite da un film di pirati, ma che a Bari conoscono in pochissimi.

Se vi fermate a scambiare due chiacchiere con i pescatori più anziani che frequentano il molo lì sotto, prima o poi salta fuori il discorso. Vi racconteranno che a un centinaio di metri dalla costa, dove oggi vedete solo acqua, un tempo sorgeva un’isola vera e propria. Nel borgo antico la chiamano tutti U Monde Russe (Monte Rosso), anche se sulle vecchie carte marittime compare come il Pendino. Per i turisti è solo una bella favola di mare… ma la verità è che geologi e storici hanno confermato che quell’isola è esistita sul serio.

     La leggenda che si tramanda da generazioni fa venire i brividi. Si dice che su questo enorme scoglio ci fossero un lazzaretto e un monastero fortificato, con tanto di chiesetta e campanile. Poi, una notte, una tempesta spaventosa fece sprofondare tutto sott’acqua. Letteralmente in pochi minuti. I monaci fecero in tempo a fare un’unica cosa disperata: caricare su una barca la statua di legno di Sant’Antonio Abate per salvarla dalla furia del mare. È la stessa identica statua che oggi si trova nella cappella del Fortino. La cosa incredibile? I vecchi del posto giurano che, nelle notti di forte nebbia, se vi fermate ad ascoltare il rumore della risacca, si sente ancora il rintocco fioco della campana sommersa che suona dal fondo. Serve ad avvertire le barche del pericolo.

Ma da dove arriva questo nome così strano, “Monte Rosso”? In realtà la spiegazione è molto meno magica e decisamente più pratica. Lo scoglio originale si chiamava Il Pendino perché scivolava verso il largo. Essendo una secca pericolosa a pelo d’acqua, le navi rischiavano continuamente di schiantarsi. Così, le autorità marittime decisero di piazzarci sopra una grossa boa di colore rosso. Nel tempo, i baresi hanno unito le due cose ed è nato il mito di Monte Rosso.

La parte migliore di tutta questa storia è che non stiamo parlando solo di storie della nonna. Già alla fine del Settecento, uno scienziato barese che si chiamava Emmanuele Mola scrisse un saggio intitolato “Sul Cangiamento del Lido Apulo”. Raccontava che nelle giornate di mare calmo e acqua cristallina, affacciandosi dalle barche in quel punto, si vedevano chiaramente i blocchi di pietra delle fondamenta degli edifici. Di recente, anche l’Archeoclub di Bari ha fatto centro recuperando vecchie mappe marittime che descrivono un lembo di terra emersa di circa cinquecento metri quadrati, usato in passato come avamposto e zona di quarantena.

Ovviamente nessun cataclisma da fine del mondo ha buttato giù l’isola dall’oggi al domani. È scomparsa lentamente tra il Settecento e l’Ottocento per colpa del bradisismo, quel fenomeno geologico che fa sprofondare il terreno e alzare il livello del mare, comunissimo sulle coste pugliesi. Oggi quel pezzo di Bari Vecchia è diventato un paradiso sommerso per i sub, pieno di Posidonia e pesci. La prossima volta che fate due passi sulla Muraglia, date un’occhiata verso il largo: proprio lì sotto riposa un segreto antico che aspetta solo di essere ricordato.

Cresy Crescenza Caradonna di
PUGLIA D’AMARE 24 Quotidiano d’informazione

Io Amo Bari
©️ 💯%Umano

BARI

Bari 

Tra i vicoli mi perdo
eppure è la mia città

vorrei fermare il tempo
quando tutto era più semplice

miro il bel mare calmo
incrocio gli sguardi della gente

sono diventata
straniera nella mia bella città

la muraglia
brulica stasera
tra il vociare di mille lingue straniere
nell’eco del caldo vento estivo

le barche sembrano lucine lì nel mare calmo della sera
Illuminate dalla velata luna
in un notturno infinito
che stasera parla d’amore.

Cresy Crescenza Caradonna

Clicca quì◀️