GIOVANNI BERCHET MAGGIOR POETA POPOLARE DEL RISORGIMENTO

GIOVANNI BERCHET
MAGGIOR POETA POPOLARE DEL RISORGIMENTO

Saggio di Eduardo Terrana


Giovanni Berchet, nato a Milano nel 1783, e morto a Torino nel 1851, è il poeta più popolare del nostro Risorgimento. In lui non troviamo la coscienza del poeta tormentato da problemi spirituali, non troviamo la presentazione di una problematica astratta, anche se interessante, troviamo, però, una voce genuina di italiano che parla della sua Patria, delle sue pene col cuore alla mano, con sentimento autentico. In tale accezione diciamo pure che Berchet svolge meglio che ogni altro una parte del programma romantico: l’aderenza della poesia alla vita. E questa aderenza alla vita non poteva essere che determinata dall’argomento più pressante ed immediato: il riscatto della Patria.
Traduttore in un primo tempo di diverse letterature, tra cui quella francese, tedesca e inglese, Berchet aderì poi alle idee romantiche e se ne fece portavoce con la “Lettera Semiseria di Grisostomo al suo figliolo”, considerato il manifesto teorico del romanticismo in Italia.  Ritiene il Berchet che il romanticismo tedesco superi quello italiano perché più vivo e non ancorato rigidamente ai modelli classici e quindi più capace di parlare al popolo e di interpretarne le aspettative, mentre in Italia il romanticismo, non ha saputo farsi interprete dell’anima popolare e della storia, così abdicando a svolgere una funzione educativa delle masse.
In tale accezione, nei  “Poemetti” il Berchet cerca di attualizzare il suo progetto di poesia che poggia sui seguenti cardini: il poeta deve essere autentico interprete e mediatore degli interessi generali del pubblico nazionale; deve risultare gradito alla moltitudine; deve mettere la sua arte al servizio della gente e farsi promotore del progresso sociale e civile. Il poeta, pertanto, mai contrastando con la mentalità comune, le norme etiche, i sentimenti e gli atteggiamenti culturali tipici del ceto medio,  deve  disvelare la comunità a se stessa, esprimendone le esigenze profonde.  In una visione di letteratura popolare e nazionale, il Berchet sostiene, quindi, una nuova figura di letterato più distaccato dai modelli classici e capace di svolgere una funzione più aderente alle istanze della società. In tal modo prende parte attiva alla disputa tra romantici ed antiromantici. Fu proprio questo a porlo al sospetto della polizia austriaca per cui fu costretto ad esiliare, prima a Parigi, poi a Londra, per sottrarsi all’arresto quando nel 1821 fallirono i moti liberali nel Lombardo-Veneto e la polizia riuscì ad arrestare quasi tutti i collaboratori del giornale “Il Conciliatore”, fondato nel 1818 attorno all’abate Lodovico di Breme dallo stesso Berchet e dai letterati Ermes Visconti, Tommaso Grossi, Silvio Pellico, tutti in contatto molto stretto col Manzoni. Farà ritorno in Italia soltanto nel 1847 con l’obiettivo di propugnare l’istituzione del Regno d’Italia Settentrionale contro Carlo Alberto. In esilio Berchet portò l’amarezza del profugo che aveva vista tradita e venduta la terra patria. Questi sentimenti di delusione traspaiono nel poemetto “I Profughi di Parga” dove il Berchet canta il dolore dei cittadini di Parga che, venduti dallo straniero inglese ai turchi nel 1819, fuggono con l’amarezza nel cuore e la delusione nell’animo. La produzione letteraria berchettiana non è copiosa, ma è ricca di sentimento, anche se non di poesia. Infatti il Berchet raramente raggiunge vette poetiche ed i critici lamentano la mancanza di organicità, spesso di coesione. Non per questo però Berchet non sa farsi comprendere ed apprezzare. Anzi questa maggiore lontananza da un’arte perfetta lo rende più vicino alla massa e più facile alla comprensione. Credo lo si possa definire vero poeta popolare. Nel poemetto “Le Fantasie”, del 1829, il poeta ci dà una visione comparata dell’Italia del passato e del presente; alla gloria, all’arditezza, all’eroismo del passato, fa da contrappeso la rilassatezza, l’indifferenza, l’apatia del presente. Il Berchet nelle sue opere lamenta soprattutto la mancanza di azione da parte dei nobili. Ne “Le Fantasie” traspare questa contrapposizione tra la nobiltà del passato fremente amor di patria e quella del presente indifferente e spesso venduta.  “I Profughi di Parga” e “Le Fantasie” sono considerate le opere di poesia più intense del Berchet.
Di pura e notevole vena poetica sono le sei “Romanze”, racconti in versi, scritti tra il 1822 ed il 1824, per lo più d’ispirazione patriottica, dove si colgono i motivi più ricorrenti del suo sentire poetico: la malinconia, il dolore dell’esule, l’amore per la patria, il desiderio di libertà. 
Nella romanza “Il Romito del Genisio“ci si trova, in particolare,  di fronte ad un Berchet idealista.  Ci si trova più problematica, più discussione, più concetti politici, che sono testimonianza interpretativa delle convinzioni correnti. La poesia, del 1823, esprime tutto il dolore ed il pianto per lo stato in cui versa l’Italia, oppressa dalla tirannia. 
Uno straniero varca le balze del Cenisio. Ad un convento di eremiti trova indicazioni che gli addìtano la strada da seguire. Una potente ed impersonale invettiva, però, quasi lo fulmina:
“Maledetto chi s’accosta senza piangere, alla terra del dolor.”
Una invettiva drammatica che dà l’impressione del tono dantesco. Al viaggiatore balena quasi il ricordo di lontani ed indefiniti “romori“ di dissidi, di lotte, di oppressioni. Gli balena nella mente la possibilità di una situazione drammatica. Si accosta con interesse al vecchio “romito del Cenisio” e con parole amiche cerca carpire il segreto di tanto dolore. Ed il Vegliardo dà libero corso allo sfogo della sua amarezza:
“Come il mar su cui si posa
Sono immensi i guai d’Italia.”
Possiamo dire che il significato della composizione è tutto qua. Il vegliardo si rivela essere il padre di Silvio Pellico. Nel suo cuore è l’amarezza del Padre cosciente delle sofferenze del figlio, del patriota che soffre delle sofferenze della sua terra. Nulla più esiste nella gloriosa Italia. Quello straniero non troverà i canti giulivi che ne allietavano le contrade, non troverà neanche le vestigia della gloria passata, e di fronte a tanto dolore decide di tornare nella sua patria, “ai suoi tetri abeti e le sue nebbie”. L’Italia è ormai la terra del dolore, delle sofferenze, delle oppressioni:
“ …  trae le genti alla Segreta 
         dove, iroso, quei le giudica
         che bugiardo le accusò.”
Io penso che non occorrano molte parole per spiegare meglio di questi versi una situazione impossibile e pietosa. Sul volto delle genti d’Italia è la tristezza del dolore e la vergogna dell’oppressione. Lo straniero potrà anche godere delle bellezze della terra, ma lo farà come esse si presentano: bagnate dal sangue dei martiri e dalle lagrime del servaggio impotente.    
La romanza assume spesso toni molto drammatici e commuove. E’quasi  una muta protesta, potremmo dire con espressione più moderna, è una dimostrazione silenziosa, che il poeta Giovanni Berchet evidenzia nei versi: “Non è lieta, ma pensosa; non v’è plauso, ma silenzio; non v’è pace, ma terror”.
Non clamori, non grida bellicose, ma un dolore struggente che penetra nella profondità dello spirito, perché è un dolore umano di comprensione immediata e spontanea come d’altra parte spontaneo è il verso del Berchet.

Eduardo Terrana
Giornalista-saggista-conferenziere internazionale su diritti umani e pace
Proprietà letteraria riservata