CESARE PAVESE Il DRAMMA DELLA SOLITUDINE E DELLA INCOMUNICABILITA’

Saggio|Letteratura


CESARE PAVESE
Il DRAMMA DELLA SOLITUDINE E DELLA INCOMUNICABILITA’


scritto da Eduardo Terrana

Nasce 112 anni fa, il 9 settembre 1908, a Santo Stefano Belbo, in provincia di Cuneo, da una famiglia piccolo borghese, il poeta e scrittore Cesare Pavese che con Elio Vittorini contribuisce alla nascita, alla affermazione ed alla diffusione del Neorealismo in Italia.
Nel 1914, rimane , ad appena 6 anni, orfano di padre, segue,di conseguenza, la Madre nel trasferimento a Torino.
La prematura perdita del padre ed il conseguente abbandono della casa di campagna, sulle colline delle amate Langhe, luogo per cui Pavese sin dall’infanzia coltiva un profondo rapporto, costituiranno due traumi che accompagneranno penosamente e pesantemente, in modo continuo e costante, la vita del poeta -scrittore.
A Torino Pavese consegue il diploma di maturità classica e la laurea in Letteratura inglese. Viene a contatto e si lega in amicizia con esponenti impegnati nella lotta antifascista, tra cui Leone Ginzburg e Augusto Monti, amico, quest’ultimo, di Piero Gobetti e di Antonio Gramsci, il cui insegnamento incide profondamente sulla sua formazione. Fa inoltre amicizia con vari intellettuali torinesi e inizia ad approfondire gli autori americani in auge in quel periodo.
Nel 1931 gli muore anche la Madre. L’evento segna in modo indelebile il carattere dello scrittore già per natura predisposto al pessimismo ed alla solitudine.
Nel 1932 inizia a pubblicare vari saggi su autori americani: Lewis, Twain, Melville, Hemingway, che studia ed analizza, ricercando una lezione di stile letterario. Nello stesso anno traduce e pubblica il “ Moby Dick “ di Melville.
Nel 1933 comincia a collaborare con l’ Editore Einaudi. Nel 1935 viene arrestato come complice di antifascisti e inviato al confino a Brancaleone Calabro. La pena, però, gli viene in buona parte condonata , così nel 1936 può riprendere il suo lavoro alla Einaudi. La rivista “Solaria” pubblica la sua prima raccolta di versi “Lavorare stanca”, espressione del suo senso di sradicamento e di lontananza dalla realtà della vita e di un passato che appare mitizzato dalla purezza dell’infanzia, dall’assenza di angoscia esistenziale, dall’intensità di rapporti umani, che saranno, unitamente alla solitudine, all’incomunicabilità, all’infanzia creatrice di miti, temi sempre presenti in tutta la poetica di Pavese. Nel 1941 pubblica il romanzo breve “ Paesi Tuoi”, dove propone un tipo di rinnovamento letterario in senso realistico ed un linguaggio
narrativo più aderente alla realtà delle cose. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 si ritira in campagna. Vive una condizione di disimpegno praticamente totale, non senza provarne peso e rimorso. In tale stato d’animo scrive il romanzo “ La casa in collina”, dove “la vita ha valore solo se si vive per qualcuno e per qualcosa”; dove il desiderio partecipativo alla vita degli altri dello scrittore appare frenato, se non annullato, dall’indecisione, dall’incapacità di agire, dal senso di inutilità della lotta, che incidono ancora più marcatamente sulla solitudine e sulla incomunicabilità del suo carattere introverso e chiuso.
Nel 1946 pubblica “Feria d’agosto”, prose di riflessione in cui Pavese enuncia i temi della sua poetica: la solitudine; il ricordo del mondo rurale e contadino dell’infanzia; il contrasto tra l’età della fanciullezza e l’età adulta; la contrapposizione tra la città e la campagna, sottolineata dal fatto che la città è luogo di finzione, di solitudine, di alienazione, d’infelicità, di violenza, mentre la campagna, luogo aperto alla visione del bello della natura, esprime la pienezza della vita ed appare, pertanto, un mondo ancestrale e magico.
Nel 1947 pubblica “ Il Compagno”, dove il protagonista Pablo arriva a comprendere le ragioni dell’impegno della lotta antifascista e della Resistenza attraverso la sua personale maturazione. Pubblica ancora il libro di racconti “ Dialoghi con Leucò” ed il romanzo “ La casa in collina”.
Nel 1950 pubblica il romanzo “ La luna e i falò” e la silloge“Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi”, avente per tema la donna ma in modo ossessivo.
Pavese ormai è uno scrittore famoso ed affermato, quando, dopo avere ottenuto nel 1950 il “Premio Strega” per la letteratura, e dopo avere conseguito in carriera importanti premi letterari e vari riconoscimenti, il 27 agosto 1950 si suicida, pare per una delusione d’amore, l’ennesima nella sua vita, ma molto più probabilmente perché Pavese,una volta conseguito con successo l’obiettivo, perde l’interesse ed il risultato raggiunto non lo soddisfa più, ciò che rileva l’indole di un soggetto incapace di godere e di comunicare, perché incapace di amare gli altri e se stesso.
Nel 1952 uscirà postumo il suo diario “ Il mestiere di vivere”,iniziato a scrivere nel 1935, che ripercorre le tappe della sua tormentata esistenza e costituisce la più intima rappresentazione scritta dei suoi sentimenti.
Il Diario, però, esprime anche una visone della poesia che suscita commozione in quanto fare poesia è per Pavese l’unica possibilità di sentirsi vivo e di allontanare la tentazione della morte.
Pavese ricerca un senso alla propria vita ed un equilibrio interiore che non trova in nessuno dei miti che costruisce: l’attività letteraria, l’impegno politico, l’amore, la mitizzazione del passato.
Le sue opere raccontano la sua avventura umana caratterizzata dal disorientamento spirituale e dalla ricerca di una comunicazione più autentica. Intensamente autobiografiche, sono in particolare espressione della solitudine inquieta di un animo che ripiega su se stesso e trova la sua forma più congeniale nel diario intimistico, chiuso ad ogni reale sforzo di comunicazione.
L’incomunicabilità che Egli trasfonde nei personaggi dei suoi romanzi, il senso di vuoto interiore e di solitudine angosciata di cui li caratterizza, si esprime nel soliloquio dell’angoscia, che Pavese concettualizza con le parole: “Tutto il dramma della vita è sempre questo: come rompere il dramma della propria solitudine e come comunicare con gli altri.”
Un dramma che si concretizza in uno stato di incertezza e di lacerazione interiore dal quale lo scrittore non riesce a liberarsi ciò che lo porta a maturare l’idea di rinunciare volontariamente ad una vita che gli appare esasperatamente povera.
In tale accezione Pavese si fa interprete del vuoto esistenziale dell’uomo moderno e del suo complesso di solitudine e di abbandono, privo di comunicazione spirituale.
In tal senso il romanzo “La luna e i falò” rappresenta l’ultima tragica riflessione di Pavese, che si coglie nelle parole: “della nostra vita non rimane che un labile segno, un mucchio di cenere, come nel posto dove ha bruciato un falò.”
Una riflessione amara, definitiva, che significa il dissolversi dei miti dell’infanzia, ritenuti ormai inutili; della consapevolezza del fallimento del recupero del passato, che ormai non esiste più se non nella memoria; del senso del nulla che può essere fermato solo con la morte, vista come l’unica possibilità di ribellione e di rivalsa. Così la vocazione al suicidio è definita da Pavese stesso, un “vizio assurdo” ma anche la sola via d’uscita.

Eduardo Terrana
Saggista e Conferenziere internazionale su diritti umani e pace
Tutti i diritti riservati
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