GIOVANNI PASCOLI : I TEMI DELLA SUA POESIA di Eduardo Terrana

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GIOVANNI  PASCOLI :  I TEMI DELLA SUA POESIA

di Eduardo Terrana

La poesia di Giovanni Pascoli è segnata dalle vicende familiari, tragiche e dolorose e dalle deludenti esperienze di vita del poeta.  Pascoli vive un’infanzia spensierata,in una casa spaziosa della tenuta “La Torre” dei principi Torlonia, di cui il padre è amministratore.  All’età di 12 anni, però, perde il padre, assassinato da un  ignoto,che non sarà mai individuato. Negli anni successivi si aggiungono altri lutti familiari:

la sorella, la madre e due fratelli. 

 La morte della madre segna un’ombra di dolore incancellabile nell’animo del poeta, che la considera la tragedia maggiore, perché viene meno il nucleo familiare: il “nido”.

Questa precoce esperienza di dolore e di morte sconvolge l’anima del poeta e segna il crollo di un mondo d’innocenza e di infanzia serena a cui sempre il Pascoli aspirerà con immutata nostalgia. D’ora in poi il suo proposito sarà sempre di riformare il nido familiare originario. 

Alle tragedie familiari si sommeranno altre profonde delusioni che arriveranno al poeta  dal  fallimento dei miti del suo tempo: il mito del progresso tecnico e sociale del genere umano, che aveva generato  speranze ed entusiasmi di miglioramento; il mito della scienza liberatrice di ogni male e di ogni dolore.

 Tutto ciò concorre a generare nell’animo e nella mente del Pascoli una nuova stagione di tristezza esistenziale del vivere e  di angoscia profonda.

Le pagine poetiche si fanno espressione di vera e propria paura per i tempi nuovi che si annunziano: per il disastro che sta per cogliere il genere umano; per le enormi e mostruose metropoli che stanno sorgendo, viste come strumenti e sedi della schiavitù dell’uomo; per la scienza , che è alla base di tutto questo e che non ha dato né la felicità né la liberazione dell’uomo dal male e dalle fatiche.

Pascoli matura allora: il sentimento doloroso della vita, la certezza che la sofferenza è  alla radice del nostro vivere e che il male è prodotto degli uomini che complicano con la miseria dei loro contrasti la scena oscura e dolorosa del mondo.

Concretizza, quindi, il suo rifiuto della realtà e della ragione, della storia e della scienza, del progresso tecnico e scientifico, in un ripiegamento intimistico che assume la forma della fuga nell’infanzia,  del desiderio del rifugio piccolo, ma sicuro, nella casa = nido, dove sentirsi  isolato ma tranquillo rispetto ad una realtà che non capisce e quindi teme, ed in cui si fa anche forte il vagheggiamento della campagna e delle umili cose,  scenario sul quale proiettare inquietudini e smarrimenti.

Deriva da ciò  un’ immagine del Pascoli di poeta solitario, che manifesta il suo totale rifiuto  della condizione adulta e  della vita di relazione al di fuori del caldo e protettivo “nido familiare”; che regredisce a forme di emotività e sensibilità infantili, che si pongono in antitesi con la visione matura della realtà; immerso nella campagna vasta e silenziosa,  ed inteso a descrivere le rivelazioni delle cose,  da cui  scaturiscono i vari simboli che ricorrono nella sua poesia, che si indirizza in un’unica direzione: la scoperta dell’infanzia.

Il poeta, in Pascoli,  coincide con il “ Fanciullino” che è dentro di noi e che  permane  dentro di noi  anche quando dall’infanzia siamo cronologicamente lontani, l’età veramente poetica è, quindi,  quella infantile.

Questo “Fanciullino”,  alla luce sogna cose mai viste, parla con le cose della natura:  bestie,  alberi, sassi, nuvole, stelle, e riesce a cogliere la loro musica;  vede “ tutto con  meraviglia”, come fosse  la prima volta,  e scopre la poesia che c’è nelle cose.  Il poeta, pertanto,  non ha bisogno di creare nulla di nuovo; ha solo bisogno di scoprire  il  particolare  poetico che già c’è in natura,  ma   questo lo può fare solo se  è capace di guardare  alle cose con occhi  puri, come se le vedesse per la prima volta,  proprio con il modo di guardare del “Fanciullino”, e quindi il poeta  è colui che sa dare voce a questo “Fanciullino”, che ne usa le qualità per il bene di tutti gli uomini.

Il poeta  deve solo ricordare e ripetere le impressioni che provò da bambino, e la poesia gli serve solo per  dare ad ogni cosa il suo nome, come fanno i bambini.

L’atteggiamento puro del “Fanciullino” permette, allora,  al poeta di penetrare nel mistero della realtà, colto non attraverso la logica ma attraverso l’intuizione ed espresso con linguaggio non razionale.

 In tal senso la poetica del “Fanciullino” trova, oltre alla “analogia”,  un suo necessario strumento nel “simbolo” utilizzato  come metodo di scoperta della poesia della realtà e del  mistero insondabile che  circonda la vita degli esseri e del cosmo. La funzione del simbolo è proprio quella di far comprendere il significato delle cose nella realtà,  attraverso collegamenti apparentemente logici fra oggetti diversi oppure cogliendone

l’affinità associando colori, profumi, suoni o parole scelte  non secondo il loro significato concreto ed oggettivo, ma per le suggestioni che sono in grado di  evocare.

Ne consegue una costruzione poetica non regolata dall’intelletto e dalla morale, ma da un tumulto di impressioni, di sensazioni, di parole , sapientemente calcolati.

Tutta la poesia del Pascoli tende al simbolo per esprimere quelle verità di carattere generale sul senso dell’esistenza umana che non la scienza ma solo l’intuizione, lo sguardo senza pregiudizi e disinteressato del “Fanciullino”, può raggiungere. Ecco  allora che:  il “cuculo”, uccello che non si crea il suo nido, ma che occupa il nido degli altri, simboleggia l’immagine dell’assassino del padre; “l’aratro dimenticato” in mezzo

al campo  diventa il corrispettivo di una vita solitaria, di uno stato d’animo pervaso di malinconia e di tristezza;  “l’albero spoglio e contorto” diventa il simbolo dell’angoscia  dell’uomo; “i fiori” diventano il simbolo della solitudine, della incomunicabilità dell’esistenza umana; “l’ala bianca di un gabbiano” diventa il simbolo che rappresenta la famiglia e la sua capacità di proteggere l’uomo dal male e dalle angosce esterne; la “siepe” simboleggia il desiderio del Pascoli ad una vita indipendente dall’esterno; il  “campo santo”  simboleggia la  presenza costante dei morti, sempre presenti  nella vita del Pascoli,   che, continuamente, ritornano confondendosi con i vivi. Ma è “il nido” il simbolo più rappresentativo della poesia del Pascoli. Il “nido vuoto” diventa il simbolo della casa vuota dalle presenze familiari, il luogo che lo preserva dalla vita violenta e

difficile da affrontare e dove trovare tranquillità e serenità. Rappresenta il luogo degli affetti e il rifugio sicuro  contro la cattiveria umana;  ma soprattutto rappresenta  la  purezza,  la bontà, il candore e l’innocenza dell’infanzia, ovvero il nido non disfatto, la  famiglia prima dell’uccisione del padre, prima dell’intervento brutale degli uomini e  della storia che disarticola quel legame naturale.

Il nido però è anche il simbolo del riparo offerto dalla natura contro la violenza della  storia, pertanto è legato al polo positivo della campagna e della serena semplicità della  vita contadina,  contrapposto alla vita traumatica della città, dove gli uomini si  riuniscono solo per farsi del male. Questi simboli  assumono la particolare connotazione

di esprimere e soddisfare il bisogno di sicurezza e di protezione dall’esterno che alberga nell’animo e nella mente del Pascoli e lo riportano a un mondo chiuso, ricco di affetti  tranquilli, capace di offrire un rifugio dal caos e dalla violenza del mondo esterno, da lui desiderato. A questi simboli  il poeta circoscrive tutta quanta la sua esistenza.

Della poetica del Pascoli colpiscono tante cose: la genuinità e la purezza della sua  poesia che guarda al “Fanciullino” ed invita alla fratellanza ed all’amore universale; la sua riscoperta dell’infanzia, sentita come candore, bontà, confidente rapporto col mondo; i suoi sentimenti verso la famiglia e  la sua affettuosa partecipazione ad essa;  il suo rispetto della natura e  la sua totale adesione ad essa; l’amore per la vita della campagna; la realistica rappresentazione dell’ambiente contadino e le cose umili, che

divengono come un rifugio dall’ansia della morte, presenza continua nella vita del poeta; il suo ideale umanitario di pace; il suo essere scevro da ogni discriminazione  verso la persona, così come in natura non fa differenza tra animali e cose: il fiore, l’ape,  lo stelo, l’albero, tutti riflettono il mistero e il miracolo dell’esistenza, che il poeta cerca di guardare con gli occhi e lo stupore del “Fanciullino”, quasi che la poesia fosse ogni  volta una prima scoperta del mondo.

Questi motivi si trovano un po’ dovunque in tutte le opere del Pascoli.  Ma colpisce in particolare quanto si legge  in  “Odi ed Inni”, dedicata dal poeta ai giovani, ai quali,  nella prefazione, si rivolge: “affinché non accettano le divisioni e gli schematismi, ogni gretta separazione del bene e del male, del giusto dall’ingiusto; perché s’avvedano come facilmente si possa vivere  ossessi dal demone della cupidigia e della rivalità   e  non essere allora uomini di pace; perché sappiano che dubitare, indagare, provare, non significa essere privi d’alcuna fede.”

Queste parole  esprimono un forte impegno morale da cui traspare evidente integrità e purezza d’intenti e sono da leggere, in chiave moderna, da parte dei giovani, come un invito a vivere la loro vita nel rispetto di principi e valori, in onestà di pensiero  e coerenza d’azione,  avendo sempre rispetto di sé e degli altri, e, mai disdegnando il dubbio, tendere sempre alla ricerca della verità.                     

EDUARDO TERRANA

Conferenziere Internazionale su Diritti Umani e Pace


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